mercoledì 28 gennaio 2015

La coda dell'Uroboro (2/5) - Fuoco



«Fuoco, tutto intorno a me. Ovunque! Fuoco e fiamme. È difficile spiegarlo con delle semplici parole.»
«Ci provi, signor Jörg» insiste la giovane giornalista fissando l’anziano sopravvissuto con sguardo colmo d’aspettativa.
La punta della sua matita è pronta a scattare e dista soltanto qualche millimetro dalla carta del taccuino che lei tiene in grembo.
«Mi dica che cosa vuole sapere.»
«Dove si trovava quando ebbe luogo il primo raid?»
«Quella sera ero in biblioteca, come sempre. La Sächsische Lanesbibliothek di Dresda, dove lavoravo. Le sirene suonarono poco dopo le nove, ma non ci badai. Rimasi a leggere fino alle dieci circa, quando l’allarme venne confermato.»
La ragazza prende qualche appunto, poi estrae un foglio dattiloscritto dalla sua valigetta di pelle e ne legge alcune righe.
«Qui dice che le prime bombe sganciate dagli Avro Lancaster della R.A.F. caddero sul centro di Dresda alle 22.14. Conferma?»
«Sì» risponde il vecchio.
«Credo che la stima sia esatta. Stavo uscendo dalla biblioteca quando sentii le prime esplosioni. I boati erano davvero spaventosi, non avevo mai sentito nulla del genere in vita mia.»
«Cercò di raggiungere un rifugio?»
«Ci provai, ma la paura mi bloccò quasi subito. Ricordo che mi acquattai sulla scalinata che portava all’ingresso della biblioteca. Credetti di essere sul punto di morire.»
«Mi descriva quei momenti, signor Jörg.»
«Accadde tutto in pochi minuti. Si levò un vento ustionante e ne sentii il calore bruciarmi il viso. Le strade diventarono dei torrenti fiammeggianti d’asfalto fuso, mentre i bagliori dei roghi rischiaravano il cielo. Pareva di stare di fronte a una fornace o all’inferno stesso. In breve divenne difficile perfino respirare, tanto che molte persone morirono soffocate. Era follia, pura follia distruttrice.»
La ragazza riempie la pagina e passa a quella successiva.
«In che modo riuscì a salvarsi?»
«Quando mi accorsi che le bombe stavano cadendo anche sulla biblioteca, cercai un riparo. Vidi una piccola nicchia nel muro di un magazzino che sorgeva lì vicino. Mi rifugiai lì insieme a una bambina. Era terrorizzata e piangeva disperata. Credo che si fosse persa durante la confusione che si creò nelle strade al cadere delle prime bombe. Cercai di calmarla in tutti i modi possibili, ma non ci riuscii… in fondo, ero io stesso terrorizzato.»
«Sa che fine fece quella povera piccola?»
«No. Quando l’attacco finì, i soccorritori la portarono via. Si chiamava Änne. Spero che sia sopravvissuta alla guerra.»
La giornalista smette di scrivere. Torna alla prima pagina di appunti e cancella un paio di parole. Poi agguanta uno dei due bicchieri pieni d’acqua che stanno sul tavolino, beve un lungo sorso e torna alla carica.
«Che cosa provò durante… quei momenti?»
«Le ho già detto che ero terrorizzato a morte.»
«Sì… e pensò a qualcuno?»
«Pensai a mia moglie Marie. Quattro mesi prima dell’attacco sfollò in campagna, per fortuna, da un amico di nome Tömas. Quella notte pensai che non l’avrei mai più rivista. Le cose tra noi andarono male dopo la guerra, ma almeno riuscii a rivederla dopo che ebbi visto la morte in faccia.»
«Perse anche la sua casa?» chiede la ragazza senza staccare gli occhi dal foglio.
«Sì» risponde il vecchio con una vena di tristezza nella voce. «Venne distrutta dalle bombe e bruciata dal fuoco, come gran parte di Dresda.»
I suoi occhi cisposi si perdono per qualche istante nel ricordo. «Quella notte persi anche il mio libro.»
La ragazza smette improvvisamente di prendere appunti e alza gli occhi, incuriosita.
«Il suo libro?»
«Bruciò assieme alla mia casa.»
«Me ne parli, signor Jörg.»
«Be’, signorina… un problema congenito alla gamba destra mi impedì di servire nella Wehrmacht, così restai bibliotecario per tutta la durata della guerra. Dedicai il mio tempo alla lettura e alla scrittura. Mentre l’Europa bruciava, dal febbraio del 1941 al gennaio del 1944 scrissi il primo e unico romanzo della mia vita. Lo portavo sempre con me, chiuso in una valigetta di cuoio. Temevo che finisse in mani sbagliate o che lo perdessi. Le mie precauzioni lo salvarono dal regime, ma non dal fuoco. Il giorno dell’attacco lo dimenticai a casa.»
La ragazza non scrive più, il bombardamento di Dresda pare passato in secondo piano.
«E non l’ha mai riscritto?»
«No, mai.»
«Dovrebbe farlo, signor Jörg.»
L’anziano tossicchia e ride sotto ai folti baffi bianchi.
«Riscriverlo?» chiede, stupito. «Per quale motivo?»
«Per pubblicarlo!» dice la giornalista, euforica. «Lei dovrebbe venire con me a Berlino Ovest, conosco alcune persone che…»
«Signorina…»
«Mi dica.»
«Be’, sono troppo vecchio per questo genere di cose» dice il signor Jörg con tono gentile ma deciso. «La Coda dell’Uroboro, questo era il titolo del mio lavoro, resterà semplicemente un manoscritto distrutto dal fuoco, uno dei tanti che abbiamo perso nel corso dei secoli.»
Il viso della ragazza si contrae in una smorfia di delusione.


«Così ha deciso la storia» conclude l’anziano sopravvissuto col sorriso sulle labbra e il bicchiere d’acqua finalmente in mano.

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