lunedì 16 febbraio 2015

A glitch in the Matrix



Per quanto mi riguarda, la filosofia è un po' come il tè.
Mi spiego.

Non sono mai stato un grande fan dell'infuso di foglie di Camellia sinensis (anche se quello che mi hanno regalato per Natale mi sta piacendo mooooolto) e per quanto mi sia sforzato a berlo in passato, proprio non riesco ad appassionarmici.
E mi dispiace, perché, a mio avviso, il tè è uno di quegli argomenti di conversazione che, se padroneggiato con maestria, fornisce un bonus al Carisma non indifferente.
Soprattutto con le donne.
Immaginatevi la scena: torteria intima, luce soffusa, fuori nevica e, sorseggiando lentamente, le sussurrate: «Ottimo questo tè cremisi di Pannonia al rabarbaro e radice di rapanello».
Sono già tutto bagnato.
Ecco.
Per me, la filosofia funziona più o meno allo stesso modo: una materia affascinante, senza dubbio, della quale si può parlare per ore e che se ne capisci qualcosa, beh, ai miei occhi sei un figo della madonna.
So awesome!
Io al massimo posso parlarti di insetti che mangiano la cacca.


Al liceo ero pessimo in filosofia; ne sono uscito indenne, balancing on a ledge [cit.], sempre in equilibrio sulla punta di un sei, e solo grazie a una serie di fortuite coincidenze: durante le programmate, il professore era solito specificare, di periodo in periodo, quali autori sarebbero stati oggetto di discussione; in questo modo ogni studente, promettendo di studiare comunque tutto il programma per gli scritti (per i quali esistevano bigliettini in corpo -20 che neanche le spie sovietiche), nella realtà dei fatti, si dedicava soltanto ai filosofi per l'orale, ignorando nel modo più assoluto gli altri.
Questa esperienza di vita vissuta mi ha insegnato che esistono due categorie di pensatori: i Grandi Filosofi, come Platone e Hegel, e i poveri stronzi, vedi Anassimandro, Spinoza o Feuerbach; e prima che le frange armate di Lotta Ontologica mi si radunino sotto casa per educarmi a suon di olio di ricino e dubbio metodico dell'Io pensante di Cartesio, ci tengo a precisare che tale distinzione non si fonda su una mera opinione personale, quanto piuttosto sul numero di pagine dei capitoli a costoro dedicati.
Vi giuro che ho sempre avuto la fortuna di essere interrogato su personaggi tanto insignificanti che, per sottolineare, avrò usato sì e no due evidenziatori giallo canarino.
In tre anni.

Tutto questo per dirvi che io, di Nietzsche, non so un bel niente.
A parte come si scrive e che abbracciava i cavalli.
Prima di leggere La coda dell'Uroboro, avevo solo sentito l'espressione Eterno Ritorno, senza conoscerne il concetto e, ancora adesso, ammetto di non aver approfondito molto; anche perché temo che ci capirei ben poco.
Mi sono fatto una vaga idea, qualcosa sul ripetersi infinito di fatti e situazioni e, come al solito, volevo raccontarvi un paio delle libere associazioni che il mio cervello ha fatto mentre leggevo il racconto di Benny.



Una volta, alle Isole Vergini, ho abbordato una donna stupenda: abbiamo mangiato aragosta, bevuto piña colada e al tramonto abbiamo fatto l'amore come lontre. Quella non è stata male come giornata. Perché non posso avere quel giorno ancora, e ancora, e ancora?

Questa battuta la recita Bill Murray in Ricomincio da capo, del 1993; film che, come molti altri di cui magari parleremo in futuro, ha dovuto subire la vessante umiliazione di un adattamento del titolo in italiano. La pellicola, che in originale si chiama Groundhog Day, narra le disavventure di Phil Connors, un meteorologo televisivo cinico al limite della sgradevolezza che, durante una trasferta lavorativa a Punxsutawney, Pennsylvania, per commentare la tradizionale ricorrenza del Giorno della Marmotta, rimane intrappolato in un loop temporale in cui è costretto, persino il suicidio non funziona, a rivivere sempre lo stesso identico giorno.
Consiglio a chiunque di guardarlo almeno una volta: sono il primo ad ammettere che non sia un capolavoro, ma è uno di quei film che, durante l'infanzia, vedi tante di quelle volte che poi non puoi fare a meno di apprezzare.
Non a caso, per lo stesso effetto nostalgia (by Veidt), tra i miei top film preferiti regnano incontrastati Hudson Hawk - Il mago del furto e L'ultimo boy scout (che, comunque, è di Tony Scott, mica il primo che passa).

12 agosto 2014, Sony ha appena annunciato il download gratuito del trailer interattivo di P.T., nuovo titolo horror in via di sviluppo.
Lo scarichiamo e, dopo cena, luci spente e volume nelle cuffie a palla, lo proviamo. La demo si apre con una misteriosa scritta priva di senso e con il nostro personaggio, di cui abbiamo la visuale in prima persona, che si risveglia a terra, in uno stanzino buio, in compagnia di uno scarafaggio. 
Si apre una porta. 
Caspita, la grafica di questo gioco è davvero impressionante: ci troviamo in un corridoio; lo percorriamo come se fosse una gita, gustandoci il fotorealismo dei dettagli, fino a quando non raggiungiamo una radio accesa, che ci racconta la storia di un massacro famigliare. 
Ok, inizia a farsi interessante.
Proseguiamo, fino a una seconda porta che, pare, conduca alla cantina. Ma quando la attraversiamo, ci ritroviamo al punto di partenza.
Che?
Ok, questa volta ripercorriamo più rapidi tutto il tragitto fino allo scantinato, ma poco prima di uscire, un rumore alle nostre spalle: qualcuno, dall'altra parte di una stanza chiusa a chiave, sta cercando di uscire. Ci avviciniamo cauti, sicuri di un imminente jumpscare, ma nulla; dopo qualche tentativo di forzare la porta, il rumore cessa. Riattraversiamo l'uscita per ritrovarci, una terza volta, back to square one.
P.T. prosegue in questo modo per sedici loop consecutivi, ogni volta con dettagli ed eventi diversi e sempre più inquietanti.
Se, come me, non lo avete giocato e non vi fate impressionare con facilità, vi consiglio di guardarvi qualche video di gameplay, tanto Youtube ne è pieno.
Poiché l'intelligenza media di un videogiocatore casual (cioè, che non dedica l'intera propria vita al gaming) non è elevatissima, purtroppo un esperimento ardito come P.T. in breve tempo si è trasformato in "cerco su Google la soluzione e provo a fare in modo meccanico tutti gli step per arrivare alla fine", uccidendone del tutto la filosofia e l'atmosfera.

Per il vostro bene, quindi, vi incorporo questo video, in cui viene giocato come si deve.



Come forse avrete avuto modo di vedere, la morale della favola è che, di fatto, P.T. (che sta per Playble Teaser), come gioco, non esiste. 
E mai esisterà.
Siamo stati tutti trollati (per chi non mastica il nerdish, siete stati ingannati dall'Internet).
Arriviamo quindi al grande colpo di scena dei titoli di coda: Hideo Kojima, artefice dei vari capitoli della saga Metal Gear Solid, il cui genio, per essere spiegato appieno, meriterebbe un apposito post; Guillermo del Toro, visionario regista di Hellboy e de Il labirinto del fauno e, ciliegina sulla torta per attirare anche il pubblico femminile, Norman Reedus, il Daryl balestrato di The Walking Dead, stanno lavorando alla realizzazione di Silent Hills, nuovo capitolo della celebre serie videoludica horror Silent Hill, senza s finale.
Di cui esiste anche una trasposizione cinematografica non pessima.
A differenza dei vari Resident Evil.
Ma sto divagando.

Se siete ancora su Youtube, e non sapete chi sia Hideo Kojima, cercatevi almeno il combattimento contro Psycho Mantis: durante un videogioco, un boss di fine livello legge la memory card commentando i vostri salvataggi; fa il gradasso spostando, mediante la funzione di vibrazione, il vostro controller e lo disattiva, obbligandovi a connettervi alla porta del secondo giocatore per poterlo sconfiggere. 
Tutto questo nel 1999.

Va bene che si tratti di libere associazioni mentali, ma a un certo punto mi sono detto:
Come al solito, Mozzo, non hai capito una ceppa.

L'eterno ritorno narrato ne La coda dell'Uroboro non consiste, infatti, nel ripetersi di situazioni nello stesso luogo o nello stesso tempo, quanto piuttosto in elementi che si ripropongono, unici nell'essenza ma differenti nelle circostanze, nei vari capitoli del racconto. 
Ma è come in Cloud Atlas!
Attenzione, ci stiamo inoltrando in territorio apache: ti ricordo, infatti, che hai abbandonato la lettura del romanzo a metà, e rischi di abbassarti al livello di quelli che Ho visto il film.
Parlando della pellicola, quindi, ho apprezzato molto una particolare scelta dell'Astronave Wachowski (da quando Larry è diventata Lana, non si fanno più chiamare Fratelli): quella per cui i protagonisti dei vari filoni narrativi sono tutti la reincarnazione dello stesso individuo che, però, di volta in volta ha le sembianze di un differente attore, accomunato agli altri solo da una particolare voglia a forma di cometa. Una trovata non così banale, a quanto pare, visto che alcuni spettatori di mia conoscenza hanno ammesso di essere rimasti confusi poiché, per tutta la durata del film, avevano creduto che ogni interprete rappresentasse la stessa incarnazione nelle diverse epoche.
Maledizione! Dopo questo post mi toccherà riprendere il libro e finirlo, almeno per fare ammenda.

Come al solito, mi dilungo più del previsto, ed è quindi giunto il momento di chiudere anche questo Six Feet Under. Devo ammettere però che, pur partendo sempre un po' a caso, alla fine riesco a trovare uno schema, un ordine anche a pensieri che, per loro natura, nascono caotici.
Per farvi capire: nel momento in cui sto scrivendo queste ultime righe, sono le sette di sera di domenica 8 febbraio, anno domini 2015; la bozza del post non ha ancora un titolo, di solito improvviso qualcosa a metà stesura, ma ha, almeno, il finale già stabilito. Infatti, essendo passati pochi giorni dall'uscita nelle sale (NdM: ormai otto al momento della pubblicazione), pensavo di salutarvi con il trailer di Jupiter - Il destino dell'universo (Jupiter ascending), primo perché abbiamo giustappunto citato la famiglia Wachowski e, secondo, perché anch'esso affetto dalla stessa tara del povero Ricomincio da capo.
E visto che abbiamo parlato di scene che si ripetono (déjà vu?) e di urobori, la cui fine coincide con l'inizio, quale titolo migliore?


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