mercoledì 4 febbraio 2015

Dama Pt.1



Vincere o perdere.
Tutto qui, stronzetto.
E se non ti hanno spiegato le regole del gioco, allora non sei un giocatore.
Sei una pedina.
Steso a terra, paralizzato; il dolore ovunque significa nessun danno spinale, ma non riesco a muovere un muscolo. Gli occhi non si chiudono, non posso neanche distogliere lo sguardo, mentre quel teschio incoronato si appresta a banchettare con l’anima appena vinta.
La mia Berenice.
Che tutti quanti chiamano Bera; o forse dovrei dire “chiamavano”.
Di noi due, era lei quella intelligente: io ero il troglodita ipertrofico che la portava in giro; non ho mai capito cosa ci trovasse in me; quando glielo chiedevo, diceva che ero l’unico che riusciva a farla ridere di cuore. È probabile che lo facessi senza volerlo, perché non sono mai stato bravo con l’umorismo.
A essere onesti, non ho mai avuto talento per nulla.
Sono sempre stato quello grosso, bravo solo a menare le mani. Punto.
Bera, invece, era tutto ciò che io non ero, tutto ciò che non sarei mai stato. Bellissima, spiritosa, coinvolgente, curiosa, appassionata. Quella sera aveva addosso qualche rum di troppo, e un tasso di euforia nel sangue ben oltre i limiti del buon senso. Aveva sfidato a freccette il tizio al tavolo di fianco al nostro: aspetto innocuo, la classica faccia anonima da sfigato che passa il sabato sera a bere da solo nei locali.
«Accetto, ma solo se metti in palio la tua anima».
Quel tale non mi piaceva. Non mi piaceva affatto.
Ma Bera rise. «Pff. Certo, la mia anima immortale».
Lei era atea. Lo eravamo tutti in quei giorni.
Lo sconosciuto vinse di due soli punti; Berenice applaudì, onore al merito, e gli offrì un altro giro di vodka. Mentre stavamo uscendo dal locale, il tizio protestò «Ehi! E la tua anima?».
«Prossima volta» rispose, facendogli ciao con la mano.
La riaccompagnai a casa e fu lì, davanti al suo portone, che accadde: mentre lo sfigato del bar emergeva dalle ombre, non so come ci avesse raggiunto, il suo aspetto mutò; le guance si incavarono, il naso si appiattì fino a sparire del tutto, la pelle divenne grinzosa e aderente al cranio, i capelli caddero in una grossa matassa, come se stesse indossando una parrucca sotto cui si nascondevano delle strane protuberanze scure e appuntite, sembrava del vecchio fil di ferro piantato con forza nel cuoio capelluto; gli occhi si dilatarono come diaframmi fotografici, fino a diventare due pozzi neri dal cui fondo si sprigionava un intenso bagliore cremisi. Mentre parlava, le labbra si creparono fino a spaccarsi, mettendo in evidenza una schiera di denti marci.
«Ragazza. Credo che tu sia in debito. Gli impegni vanno rispettati». Solo la voce era rimasta uguale, subdola e strascicata.
«Ehi amico…» Con un solo palmo della mano mi scaraventò contro il muro, mettendomi K.O.
Rimasi impotente mentre, prendendola per la gola, la sollevò da terra. L’ultima cosa che ricordo, prima di svenire, è il corpo di Berenice cadere come una bambola di pezza e, nelle orecchie, le parole dello sconosciuto.
«Mai cercare di fottere un nephilim».
Sono andato a trovare Bera tutti i giorni, prima in ospedale, poi nella clinica privata scelta dai suoi ricchissimi genitori. I medici continuavano a ripetere che, dal punto di vista fisico, stava bene, che la sua condizione non era da considerare un vero e proprio coma: era cosciente, ma i suoi occhi rimanevano vuoti, spenti, privati di quella particolare vitalità che rende ognuno di noi una persona unica. Prima di passare da lei, mi recavo in biblioteca, in quei giorni svuotavo reparti di mitologia e storia delle religioni, per poi trascorrere interi pomeriggi a leggere a voce alta, seduto accanto al suo letto. Ogni tanto, invece, portavo con me una scacchiera e facevo pratica, in principio da solo, poi sfidando gli infermieri in pausa o altri pazienti, al gioco della dama; l’unico che Berenice fosse mai riuscita a insegnarmi.
Ogni volta che mi addormentavo, la ritrovavo nei miei sogni; una piccola parte di lei era salva, nella mia testa: si tuffava nelle complesse nozioni teoriche che acquisivo da sveglio e me le spiegava, come solo lei sapeva fare e ogni volta, al mio risveglio, avevo imparato qualcosa di nuovo.
Iniziai a lavorare come buttafuori, ero sempre in giro per locali, fino a quando non lo trovai: lo seguii per settimane, scoprivo la sua routine, delineando il suo territorio di caccia; cosa fare mi venne del tutto spontaneo: avevo Bera al mio fianco, nelle mie orecchie, a sussurrarmi ogni volta la mossa successiva. Decisi di affrontarlo al Pachinko, dove tutto era cominciato.
«Ti offro una vodka».
«Ci conosciamo?»
«Non ti ricordi di me?»
«Dovrei?»
«Voglio vedere il tuo vero aspetto».
«Come scusa?»
«Mostra il tuo volto, nephilim».
Un lampo gli attraversa gli occhi, esita, ma poi si scioglie in una risata, mentre i suoi tratti si deformano nella terrificante maschera che mi perseguita nei miei incubi.
«Ma sì! Tu sei il ganzo che stava con quella puttanella. Quella delle freccette».
Vorrei sfasciargli la faccia a pugni, ma so che non servirebbe a nulla. Mantengo la calma.
«Ce l’ho ancora qui, sulla punta della lingua» si vanta, mostrandomi dalla bocca una lurida appendice ricoperta di croste «Sai, per quelli come noi, il vostro spettro di sapori sa tutto di piscio. Ma le anime, oh, quelle sì che sono gustose. Gnam gnam».
«Voglio sfidarti».
«Apri bene le orecchie, stronzetto, oggi mi sento magnanimo: i nephila sono la progenie di angeli che si sono accoppiati con donne umane; solitamente siamo creature bellissime e potenti; si dà il caso, però, che il mio paparino fosse un angelo caduto in vena di stupri. Quando ciò accade, la nostra nascita viene ricompensata con questa» e indica le protuberanze brune che gli fuoriescono dal cranio. «La chiamano “la Corona di Spine”: è una maledizione, un parassita infernale con un solo scopo, divorare anime. Se non gliene fornisco con regolarità, mi tormenta in modi che voi umani non potete neanche concepire. Perciò, nulla di personale, la tua ragazza ha solo soddisfatto una necessità temporanea. Una sorta di spuntino, potremmo dire».
Sta cercando di provocarmi, e gli sta riuscendo benissimo. Lo sforzo per rimanere concentrato è quasi intollerabile.
«So benissimo come funziona. Sei comunque vincolato dalle leggi del Paradiso, non puoi rifiutare una sfida diretta».
«Quindi  sai anche che se dovessi vincere, avrò tutto il diritto di divorare anche la tua, di anima».
«Ma se perderai, sarai costretto a restituirmi Berenice».
«Io non perdo mai, stronzetto».
Tiro fuori dalla borsa la scacchiera, quella su cui mi sono duramente allenato.
«Dama. Tutte le prese sono obbligatorie, useremo la variante in cui le dame possono mangiare in entrambe le direzioni e non possono essere catturate dalle semplici pedine. Fatta una mossa, non si può cambiare. Inizia il nero».
«Tua la sfida, tue le regole».
Le prime fasi della partita sono abbastanza equilibrate; faccio alcuni sacrifici, ma per ogni pezzo che perdo di proposito, ne prendo uno anche al teschio; quando sul campo da gioco compaiono le mie prime dame, inizio ad attaccarlo con la tecnica che ho sviluppato durante gli allenamenti: quando si crea un varco, posiziono la dama tra due dei suoi pezzi, minacciandoli entrambi, in modo tale che, qualsiasi mossa decida di effettuare, avrò una presa assicurata. Ci riesco un paio di volte; il teschio si innervosisce, si agita; si vede che non è abituato a essere messo in difficoltà. Purtroppo non riesco a mantenere a lungo la strategia: compreso il meccanismo, mi si ritorce contro; il mio avversario tende a sua volta delle trappole, da cui non c'è via di scampo; dopo alcune prese doppie e triple, i miei pezzi sulla scacchiera sono stati decimati, e la sconfitta è ormai inesorabile.


«Vincere o perdere. Tutto qui, stronzetto».

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