mercoledì 11 febbraio 2015

Dama Pt.2



Non appena l’ultima pedina lascia la scacchiera, le mani del nephilim si protendono lungo il tavolo ad afferrare il volto del ragazzo; lunghi artigli bianchi splendono nella penombra del locale, solcandone le carni come lame incandescenti; quando alfine si ritirano, stringono nella loro presa un grumo etereo, filamentoso: una scia di fumo argenteo, un’aura che galleggia seguendo un moto che sembra seguire leggi fisiche differenti. 
Trasmigrando verso la testa della creatura, la strana sostanza inizia a vorticare con maggiore rapidità in prossimità della “corona di spine”, che ne assorbe le spire attraverso larghi pori, che si sono aperti come bubboni scoppiati sulla superficie delle brune escrescenze rugginose.
I resti del giovane non riescono a toccare terra, che il tempo si ferma: il Pachinko precipita in un silenzio mortale; i corpi degli altri avventori si bloccano a metà tra i brindisi e le danze; alcuni ballerini, dalle movenze acrobatiche, sono rimasti sospesi in volo; il sudore e le bevande versate sono immobili a mezz'aria, cristallizzate e liquide allo stesso tempo.
«Sarò schietto: essere obbligato a tollerare la vostra esistenza, feccia mezzo sangue, mi infastidisce. Mi infastidisce non poco. Se fosse per me, vi sterminerei dal primo all’ultimo. Sarebbe un piacere farlo. Ma che veniate ad infilare le vostre luride dita nel piatto di chi vi è superiore, oooh, questo mi spedisce proprio fuori dai gangheri».
Il nephilim non solo è stupefatto.
E’ terrorizzato.
Una cosa del genere non gli era mai successa.
Non sarebbe mai dovuta accadere.
Mai.
«Chi…chi sei?»
«taci! Come osi anche solo rivolgermi la parola?»
Infine, qualcuno, qualcosa si muove: una figura, una sagoma, si fa avanti a passi lenti; si avvicina in linea retta incurante della geometria circostante; attraversa pareti e corpi; dal nulla si fa concreto, materiale, deformando lo spazio come le increspature sulla superficie calma di uno stagno quando si lancia dentro un sasso. Sarà alta due metri; due lunghe zampe da uccello con le dita palmate si fondono all’altezza della vita con un busto dalla struttura umanoide, ma che di umano non ha nulla: muscoli ipertrofici in punti sbagliati, sporgenze ossee ricoperte da ispidi peli spessi come aculei, due file di capezzoli penduli e violacei lungo le fasce addominali. Le spalle possenti si congiungono in un collo che ha il diametro di un tronco d’albero; su di esso poggiano non una, ma tre teste: un toro, un capro e un re. Ruotano in continuazione, come se non fossero davvero fissate al resto del corpo: gli occhi sono completamente bianchi, le bocche cucite da spesse scolopendre carnose, prive di chitina, con le zampe appuntite conficcate nella carne sanguinante. La voce arriva da tutte le direzioni e, allo stesso tempo, è dentro la testa del nephilim, come in una dolorosa forma di telepatia; nonostante la palese cecità, i movimenti sono precisi e aggraziati: è evidente che le tre teste non abbiano alcuna funzione reale; sono più simili a un’appendice decorativa, un organo da parata. Priva di braccia, ha una lunga coda squamata che frusta l’aria senza preavviso, come una lunga saetta bianca che illumina l’oscrutità in una notte di tempesta.
«Io sono Asmodai, Duca degli Inferi, Signore delle Bische, Patrono dei giocatori e dei bari. Lo dirò una sola volta, perciò presta attenzione: l’umano che hai appena battuto aveva stretto un accordo con me. La sua anima mi appartiene. Quindi, sottospecie di elohim mal riuscito, rendi subito ciò che mi hai rubato».
«Io…io non posso».
«Non peggiorare la tua situazione. Sono un Caduto purosangue, non vuoi vedermi più furioso di così».
«No! no! Parlo sul serio. La, la corona di spine è un parassita. Non posso obbligarla a sputare fuori anime. So solo che le rigetta quando perdo una sfida».
«Allora giochiamo. Per l’anima dell’umano. E tu perderai di proposito. O ti punirò in tanti e tali modi che, a confronto, quella zecca sulla testa ti sembrerà piacevole come una sega fatta di fretta in un cesso pubblico».
«asmodai! non osare
«Phanuel! Maledetto ophanim, mi spieghi come cazzo hai fatto a trovarmi?»
Una seconda figura è apparsa dal nulla, senza strani effetti ottici, senza produrre alcun suono. Come se fosse sempre stata presente. Ora che anche il nephilim può vederla, ha l’aspetto di un intricato complesso di ruote che girano in diverse direzioni; ogni ruota è percorsa da una lunga catena di occhi, ognuna caratterizzata da un diverso colore dell’iride.
«E’ stato il ragazzo. Ci ha avvisato con precisione di dove e quando si sarebbe compiuto un empio atto di mercificazione dell’anima. Ed eccoti qua, Asmodai, promotore del vizio, proprio come ci era stato riferito. Io, Phanuel, Primo fra gli Ophanim, Spirito del Pentimento e della Speranza riguadagnata, faccio appello al vincolo del Tetragrammaton e invoco il diritto di riscatto: se trovata in tempo, ogni elohim ha diritto di provare a redimere l’anima di un  dannato, prima che questa cada tra le grinfie di un caduto per l’eternità. Per tale ragione, nephilim, sarò io a sfidarti. Giocheremo a dama, secondo le regole. In palio metterai la pura essenza dell’umano che hai appena assorbito».
«E se dovessi essere io a vincere?»
«Non vedo come questo possa essere possibile. Comunque, hai ragione, le regole sono regole. Poiché noi ophanim siamo composti di puro spirito infinito, in caso di vittoria ti cederò parte della mia essenza. Ma ti avviso, contiunuerò a sfidarti fino a quando l’anima del ragazzo non sarà al sicuro nel sereno abbraccio della Grazia».
«Oh…quindi…oh oh oh. ah!ah!ah! Maledizione, feccia nephilim, cosa hai fatto a questo umano per farti odiare tanto? Sei fottuto. Sei veramente fottuto!»
«Non capisco, Asmodai. Di che cosa stai parlando?»
«Il contratto. Il contratto che ho stipulato con il ragazzo. In cambio della sua anima gli ho assicurato due benefici. Il primo consisteva in semplici informazioni: gli ho spiegato che, per fare veramente del male a un nephilim maledetto, oltre a lasciare la sua corona di spine a digiuno di anime, avrebbe potuto fargli assorbire l’essenza di un essere divino. Ti assicuro, ophanim, che la zecca del ritardato qui presente non apprezzerà per nulla una tua sconfitta. Oooh no».
«Noi Troni siamo dotati di un intelletto superiore, non ho intenzione di perdere».
«Già, ma qui entra in gioco la seconda clausola: ho assicurato all’umano che avrei truccato tutte le sfide che sarebbero intercorse dalla sua sconfitta fino al saldo della sua anima, in modo che sia sempre il nephilim a vincere. Quando lo stipulai, pensai che volesse allettarmi con la prospettiva di ottenere anche le altre anime, oltre alla sua, ma adesso ho capito che faceva tutto parte di un fottuto piano davvero ben congeniato».
«Vincerò, nonostante il tuo intervento».
«Ne dubito. Continuerai a sfidarlo, e continuerai a perdere, donando a questo poveraccio parti della tua essenza , che lo faranno soffrire come nulla in questo stramaledettissimo creato. Si prospetta una serata moooolto lunga».
«Non è un mio problema. I nephila sono abomini immortali a cui è preclusa la Salvezza. Non lascerò questo tavolo senza aver provato a redimere quel ragazzo. Non importa quanto ci vorrà, abbiamo tutta l’Eternità a nostra disposizione».
Le due creature, il caduto e l’ophanim, si voltano verso nephilim, ormai un teschio sciupato che, un pezzo alla volta, si è reso conto di non avere alcuna via di scampo. Come la più bella tra le sue vittime, la giovane di nome Berenice, il suo sguardo è vuoto, privo di ogni stimolo alla vita; i suoi pensieri, ormai confusi, stanno per cogliere il significato di una lezione importante.
Ma il secco rumore del primo pezzo sulla scacchiera lo riporta al presente.
«Inizia il nero».


Giochiamo.

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