domenica 22 febbraio 2015

Elogio all'alcolismo



Vi do un paio di dritte.
Se un etilnauta vi sta raccontando una sua avventura, e ve la racconta dall'inizio alla fine, senza buchi nella trama, usa termini come shottino, o fa riferimento a cocktail dai nomi esotici e dai colori sgargianti, non prestategli ascolto.

È di sicuro un cialtrone.

Ma se ciò di cui parla vi sembra un'accozzaglia confusa di volti, musica, odori e dettagli insignificanti, mentre l'immagine d'insieme si sfoca mano a mano che si procede per, infine, sprofondare nell'oblio, aprite bene le orecchie, perché ne varrà davvero la pena.

I territori dell'alcol sono un setaccio esigente per quanto concerne l'aedica: se durante una sortita, alcune imprese riescono, a spizzichi e bocconi, a fissarsi persino nella mente obnubilata di un esploratore, allora deve trattarsi per forza di una storia potente.

C'è stato un periodo, tempi cupi, in cui anch'io ho prestato servizio alla corte di Dioniso, e so di cosa sto parlando.
Lo facevo per il coraggio olandese: avevo scoperto che con lo stomaco vuoto e un paio di pinte in corpo, con le donne iniziavo a parlare di più. 
O a parlare troppo. 
Non ho mai capito dove stesse la linea di demarcazione.
So solo che, alla fine, mi ritrovavo sempre fuori, al freddo e senza giacca, a inanellare una parola dietro l'altra per cercare di mantenere incollata su di me l'attenzione di una bella fanciulla e della sua sigaretta.
Non conclusi mai nulla: con l'ovatta nella testa e i paesaggi che solo lo stato di ebbrezza è in grado di farti sfilare davanti agli occhi, così sfocati ed ipnotici, la mia concentrazione sull'obiettivo era più rapida a sfumare di un buon rosso nel brasato.

Per me, i territori dell'alcol sono notte, strade lastricate di sampietrini e illuminazione gialla artificiale; sono abbeverarsi di grappa alla verde fonte della clorofilla; incontrare un vecchio pazzo che, con voce gracchiante, riconosce il demonio nel canto di un coro di maschere africane; assistere, in riva al fiume, alla sconfitta a braccio di ferro di un barbuto barbaro venuto dal nord. 
È l'orgoglio nel sentire la voce del barista, al quale stai ordinando il quinto negroni liscio della serata, che si complimenta del fatto che tu sia ancora vivo.

Mi piace ancora organizzare delle spedizioni, una volta ogni tanto; ma non troppo spesso. Ai postumi, il porto franco presso cui, alla fine, tutti quanti bene o male sbarchiamo, i prezzi da pagare per vitto e alloggio si stanno facendo sempre più alti.
E per quanto riguarda le donne, ho sposato una nuova filosofia. 
Potrà sembrare anonimo e poco attraente, ma quello che sono io ad offrire è unico e vero amore.
Corrisponderlo non farebbe altro che diluire il sentimento.
Rendendolo non meno deprecabile dell'atto di bere ottima vodka con del ghiaccio.

Nessun commento: