mercoledì 18 febbraio 2015

La coda dell'Uroboro (3/5) - Acqua



Sarà facile come bere un bicchiere d’acqua, mi ripetevo. 
Mary avrebbe capito, ne ero convinto. Mary era una ragazza indulgente, mi avrebbe perdonato. Le sarebbe piaciuto un mondo leggere le prime centoventi pagine del mio primo romanzo.
Ecco, vedi Mary, le avrei detto sulla porta di casa sua, per questo sono sparito dalla circolazione, per questo non ci siamo visti per più di un mese.
Poi le avrei dato il manoscritto e lei avrebbe capito, l’avrebbe preso e mi avrebbe fatto entrare col sorriso sulle labbra.
Pensavo che sarebbe andata proprio così mentre stringevo il fascicolo sotto al braccio e alzavo lo sguardo. Camminavo orgoglioso.
George lo scrittore!
Anzi, no: George il grande scrittore!
George che si stava recando a casa della sua Mary per farle leggere il primo centinaio di pagine del suo romanzo, il debutto del talento letterario che l’America intera aspettava da anni. Lo avrebbe dedicato a Mary, senza dubbio.
Lo avrebbe dedicato alla sua musa, la ragazza a cui aveva pensato scrivendo ogni parola, ogni paragrafo, ogni capitolo.
Quando arrivai davanti a casa sua mi faceva male la gamba e zoppicavo penosamente. Cercai di non badarci, perché era una mattinata tanto splendida e limpida non andava rovinata pensando ai crucci fisici. Avevo scelto il giorno perfetto per tornare dalla mia Mary: il sole splendeva sul New Jersey e il cielo era un mare azzurro senza nuvole.
Bussai, ma nessuno venne ad aprire. Dato che come sempre la porta era aperta, decisi di entrare.
«Mary?» chiamai attraversando l’ingresso. «Sono io, George!»
La casa pareva deserta: nell’ampio salotto, così come in cucina, non c’era anima viva. I genitori della mia Mary erano probabilmente al lavoro. Salii le scale a fatica e arrivai davanti alla sua camera. La porta era socchiusa e dall’interno proveniva il vociare confuso di quello che sembrava un telegiornale. Entrai senza bussare. Lei era seduta sulla poltrona e fissava la televisione con sguardo attonito. Capii al volo che qualcosa non andava: non si era nemmeno accorta del mio arrivo.
«Mary?»
Sembrava che si fosse appena svegliata. Indossava ancora il pigiama rosa e le calze azzurre che usava solitamente per dormire. I suoi capelli, ricci e neri, le cascavano scomposti sulle spalle. Aveva il viso ancora stropicciato dal sonno.
Mi sentii in colpa.
Pensai che ce l’avesse con me e iniziai subito a recitare il breve monologo di scuse che mi ero preparato nei giorni precedenti.
«Non mi sono fatto sentire per molto tempo, Mary» dissi con aria sinceramente dispiaciuta, rimanendo piantato al centro della sua stanza piena di vecchi peluche.
«Stavo scrivendo la prima parte del mio libro: La Coda dell’Uroboro. Ti ho portato il manoscritto. Ho pensato sempre a te mentre ero al computer.»
Lei non disse niente né si girò verso di me, forse non mi aveva nemmeno ascoltato. Pensai che stesse male, che avesse la febbre o qualche altra strana malattia. Per un secondo credetti perfino che fosse morta lì, davanti al televisore acceso, o che fosse impazzita. Mi avvicinai, preoccupato delle sue condizioni. Mi piazzai fra Mary e la TV, fissando la mia ragazza dritto negli occhi assenti.
«Tesoro» la chiamai sussurrando. «Sono George! Che ti prende? Stai male?»
Per un attimo il suo sguardo perse quella strana immobilità e incontrò il mio. Durò un istante, ma mi bastò per capire che le cose fra noi due non sarebbero più andate nel verso giusto. Poi lei allungò la mano, afferrò il mio braccio e mi spostò di lato. Fece un debole cenno col viso in direzione della televisione, che io non avevo ancora degnato di uno sguardo. Il canale era la CNN. Le immagini, confuse e in diretta da New York, mostravano Manhattan avvolta dal fumo. Il bollino rosso nella parte alta dello schermo conteneva la scritta “edizione straordinaria”. Captai soltanto alcune delle parole che scorrevano rapide nella parte bassa del video, ma compresi che qualcosa di terribile stava accadendo ai grattacieli del World Trade Center.
Non capivo bene in che modo, ma nel disastro era coinvolto un numero imprecisato di voli di linea. Altre immagini arrivavano da Washington, dove un aereo si era abbattuto sul Pentagono.
«Che cavolo sta succedendo?» chiesi a Mary, sbalordito.
Era impossibile che tutto ciò stesse succedendo davvero. Sembrava uno scherzo, una gigantesca bufala mediatica.
Mary non rispose.
Mi chinai accanto a lei. «Si può sapere che roba è questa?» domandai, indicando il televisore.
Lei non rispose di nuovo e così le strappai di mano il telecomando.
Cambiai canale diverse volte, ma era inutile. Tutte le emittenti televisive trasmettevano le medesime immagini: fumo, persone in fuga dal World Trade Center, squadre di soccorso che accorrevano a sirene spiegate da ogni parte della città e inviati che tentavano di fare il punto della situazione.
Stava accadendo sul serio.
«…ora nella torre sud» disse Mary all’improvviso con un filo di voce. Mi voltai e le chiesi di ripetere, perché non avevo afferrato bene l’intera frase.
Lei ripeté, come un automa: «Thomas lavora nella torre sud.»
Nel giro di un secondo dimenticai i grattacieli, gli aerei e il fumo nero che aleggiava minaccioso sopra Manhattan. Thomas?
«Chi diavolo è Thomas?»
Lei non mi guardò né rispose subito, continuò invece a fissare lo schermo, le immagini che proiettava e le notizie che vi scorrevano sopra.
«Thomas è il mio ragazzo» disse dopo un po’ senza tradire la minima emozione.
«Stiamo insieme da due settimane. Lavora nella torre sud, quella che è crollata dieci minuti fa».


Ci fu un attimo di silenzio, poi la stanza si riempì del fruscio scomposto di centoventi pagine che finivano a terra.

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