domenica 8 febbraio 2015

Les jeux sont faits



Rileggendo Dama e la posta del cuore di Sun Tzu, la mia mente volge d'istinto lo sguardo alla strategia e al gioco. La prima, beh, per ovvi motivi; la seconda, invece, mi fa pensare al Go, un gioco da tavolo cinese così antico e complesso che, a tratti, trascende il mero ludico per diventare vera e propria filosofia. 

Sul Go si potrebbe pontificare per ore, ma questa non è la sede, né io sono la persona più adatta a farlo. Giusto per stuzzicare un po' la vostra curiosità, posso accennarvi un paio di caratteristiche che mi hanno sempre colpito molto: nonostante il wèiqì, questo il suo nome cinese, abbia poche ed elementari regole, gli scenari che esso permette durante una partita sono così numerosi che, spesso, viene utilizzato per rappresentare e spiegare vere e proprie strategie militari; inoltre l'albero di mosse regolari è tanto ramificato da rendere, a differenza degli scacchi, quasi impossibile una sua conversione in forma di simulatore elettronico. Insomma, niente Deep Blue che metta in difficoltà i campioni di Go. Concludo questo lungo preambolo con un proverbio cinese che, meglio delle mie parole, riesce a trasmettere la profondità di questo gioco:

Il mondo è una partita di Go, le cui regole sono state inutilmente complicate.

Nel caso non si fosse intuito, a me piacciono i giochi: di parole, da tavolo, di ruolo, videogiochi, enigmistica, chi più ne ha più ne metta. Quando scoprii che la soluzione del Cubo di Rubik non è una questione di abilità, ma che esiste uno specifico algoritmo per risolverlo, non importa quale sia la configurazione iniziale, per me fu la fine di un'era. Da alcuni, soprattutto i classici, sono affascinato anche grazie a una teoria di aneddoti e leggende che nel tempo hanno preso a gravitare loro intorno.

La leggenda sulle origini degli scacchi è abbastanza famosa; ne parla anche Paolo Maurensig ne La variante di Lüneburg: in breve, un re indù, afflitto dal senso di colpa per aver sacrificato il proprio figlio in cambio di una vittoria in battaglia, viene consolato da un brahamano proprio grazie agli scacchi, che gli insegnano come sia impossibile ottenere un trionfo senza accettare dei sacrifici (no pain, no gain). Come ricompensa, il sacerdote richiede un chicco di grano per la prima casella del piano da gioco, due per la seconda, quattro per la terza e così via; in pratica, due elevato alla sessantaquattresima, meno uno. Il sovrano all'inizio se la ride;quando poi i matematici di corte gli fanno presente che si tratterebbe di quasi diciotto trilioni e mezzo di chicchi, ci ripensa e, in alcune versioni nomina il monaco governatore di una provincia del regno, in altre ne ordina l'uccisione. Comunque, un bel risparmio.

Come scriptomante, adoro il termine "scacco matto", checkmate in inglese, per la sua origine controversa. Entrambi i modi di dire, infatti, derivano dal persiano Shāh Māt, il cui significato varia però a seconda dei paesi: in Italia, usiamo lo stesso verbo arabo da cui deriverebbe lo spagnolo matar, traducendo "il Re è morto"; nei paesi anglofoni, invece, considerano Māt un'alterazione fonologica di un altro verbo, corrispondente al latino maneo. Per i popoli di lingua inglese, quindi, il significato più corretto sarebbe "il Re è rimasto solo". Di sicuro un'interpretazione più gradita a Sua Maestà. God save the Queen.

Passando al mondo delle carte, la mia bestia nera è il poker. Sono un'autentica schiappa. Hanno provato più volte a spiegarmelo, ma proprio non lo capisco. È come la regola del fuorigioco per le donne. E sia ben chiaro, non conosco neanche quella.


In compenso, conosco la storia della dead man's hand: nonostante l'espressione venga utilizzata anche in occasioni precedenti, la Mano del Morto a cui tutti fanno riferimento  è quella appartenuta a James Butler Hickok, in arte Wild Bill, pistolero statunitense e leggenda del vecchio Far West. 
Siamo nel 1876, Bill si sta scolando un whisky giocando a poker al Nuttal & Mann's di Deadwood, South Dakota, quando Jack McCall gli spara alla schiena. 
Morto stecchito, il buon Hickok cade a terra, con le sue carte ancora strette in pugno: doppia coppia, otto e assi, picche e fiori. Una mano davvero nera. 
Ahah. 
Sono uno spasso. 
Per quanto riguarda la quinta, ci troviamo in territorio di mistero e speculazioni: il museo dedicato al nostro eroe americano espone un nove di quadri; nelle varie trasposizioni, televisive e cinematografiche, si cambia di volta in volta; altri ipotizzano che Bill stesse cambiando carta, forse per cercare il full.
Che... batte una scala... o era colore?

Concludiamo questo ludico Six feet under parlando di scommesse che, in tutta onestà, reputo un'attività abbastanza inutile, se non addirittura dannosa. Ma andiamo per gradi, altrimenti sembro scemo (enfasi su "sembro").
Londra, 1872, se scommettessimo con un gentiluomo inglese, il peggio che vi potrebbe capitarci sarebbe Il giro del mondo in 80 giorni.
Ma cosa accadrebbe se ci spostassimo, diciamo, nella Dublino di fine Settecento?
Già m'immagino la scena: è sera, siamo nel nostro pub preferito a berci una sana pinta di birra, quando entra starnazzando James Daly, impresario teatrale, disonesto e povero in canna. Ondeggia attraverso il locale e, accidenti, ci pianta addosso quello sguardo rapace, reso ancora più audace dai vapori dell'alcol.
«Amico!» ce l'ha con noi «Facciamo una scommessa!», e passa la seguente ora e mezza a intontirci di parole, illustrandoci nei minimi dettagli come ha intenzione di mettere, in massimo ventiquattro ore, una parola di sua invenzione sulla bocca dell'intera città.
Rubare in questo modo a un povero ubriacone i pochi spiccioli che gli sono rimasti sarebbe davvero poco cristiano, ma accettiamo comunque.
In tutta onestà, non è che fossimo stati molto attenti mentre Daly ci snocciolava la sua linea d'azione: pare che il vecchio bastardo avesse a disposizione un esercito di mocciosi di strada armati di vernice rossa con la quale, durante la notte, avrebbe imbrattato tutti i muri della città scrivendo un'unica e insensata parola.
Quiz.
Fatto sta che, il mattino successivo, per le strade non si parlava d'altro. Chi era Quiz? Che cosa voleva? Chi avrebbe pagato la pulizia degli edifici?
Certo, alcuni sosterranno che la nostra disavventura sia solo una leggenda e che quiz, inteso come indovinello o quesito, derivi dal pronome interrogativo latino quis, cioè "chi?", o dal verbo quaero, "chiedere", da cui deriva in(quis)ition.
Sicuro come il Demonio.
Sappiate, miei cari saputelli, che in tal caso vi spaccheremo tutti i denti con un pugno, perché la vostra saccente cultura non ci farà comunque riavere indietro i nostri stramaledetti soldi.

Come al solito, vi lascio con una proposta musicale a tema.


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