martedì 10 febbraio 2015

Sex, Drugs & Rock 'n' Roll. Una su tre dovrebbe bastare.



Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...
Quando eravamo ancora universitari spensierati, pischelli da laurea triennale, prima di dedicarci alla scriptomanzia, io e il Benny volevamo sfondare nel mondo della musica.
Non avevamo alcuna competenza specifica, io al massimo so suonare un citofono.
Ma avevamo un piano.
Avevamo il Piano.
La nostra musa ispiratrice è sempre stata il teschio di un camoscio che stava appeso, in bella mostra, nel laboratorio ecosistemi effimeri dell'ex-DBAU (dipartimento di biologia animale e dell'uomo) dove, da bravi tesisti, trascorrevamo interi pomeriggi a estrarre pigidi e lamelle copulatorie dagli addomi sventrati di scarabeidi stercorari.

Lo avevamo battezzato Nekrocamoscio.

Sotto gli effetti psicotropi del balsamo del Canada, ma soprattutto del Bioclear, solvente al quale dedicherò un futuro monologo, il Nekrocamoscio ci istruì su come ottenere il massimo della fama con il minimo dello sforzo: avremmo fondato i Nekromass, progetto sperimentale capostipite del sottogenere entomological dung-metal, e iniziato una campagna selvaggia per promuovere l'uscita del nostro primo EP, dal titolo Rupikapra, con tecniche di guerrilla marketing, per massimizzare l'hype. Quando le aspettative del pubblico avessero raggiunto l'insostenibile climax, alla vigilia del nostro debutto, ci saremmo sciolti per incomprensioni artistiche, spunnando di prepotenza nel mito.
Peccato che, proprio in quei mesi, un gruppo black metal fiorentino, scioltosi nel 1998, decise per una gloriosa reunion.
I Necromass.
Con la c.
Temendo di finire sul lastrico, prima ancora di iniziare a fare i big money, a causa di controversie legali per la paternità del marchio (quanto fa schifo il nome Rhapsody of fire?), decidemmo di mollare.
Ad oggi, di Rupikapra rimane solo l'artwork e le lyrics dell'intro che, nel concept originale, sarebbero state recitate da una coppia di innocenti bambine in forma di filastrocca, per poi sfociare, sull'ultima parola, in un growl dalla violenza senza precedenti.

Noi siamo i Nekromassa
Siam dolci come glassa
Vibriamo nel tuo corpo
Dentro la tua carcassa

Dai resta ancora un poco
E gioca al nostro gioco
Trafitta dallo spiedo
E arsa sopra il fuoco

E prima che tu muoia
Se cerchi un po' di gioia
Tu chiedi ai Nekromassa
Sarai la nostra...(growl)

Per quanto riguarda il Buon Benny, non saprei, ma il sottoscritto è stato affetto dalla sindrome di Mogol (il vecchio Emilio direbbe che sono un mogoloide) sin da quando era un adolescente brufoloso, e leggete "brufoloso" come se fosse uno stato d'animo perché, per fortuna, ho schivato l'acne giovanile che manco Neo durante una sequenza in bullet time.
Per dimostrarvelo, grazie ai potenti mezzi informatici che all'epoca non c'erano, concludo con un vero e proprio reperto, di quelli per cui il Dr. Jones urlerebbe: «Dovrebbe stare in un museo!»
Si tratta della registrazione abbastanza rudimentale di Lynchburg, canzone di una di quelle band di teenager in cui tutti, bene o male, abbiamo militato a causa dei Nirvana.
Siate giudici clementi, la voce che sentirete non è la mia; mi sono limitato a scriverne il gioioso testo.
Lo so, suona molto come una scusa Norimberga-style.

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