venerdì 20 febbraio 2015

Viva la Raza. I lie, I [cit.], I steal.



Sono abitudinario.
Non mi giudicate.
Siete come me.

Ovvero, se pensate che il mio processo creativo, soprattutto per questo tipo di post compulsivo, consista in qualche sorta di rito sciamanico durante il quale evoco i Loa della scrittura fissando in trance lo schermo del computer e cantilenando nenie propiziatorie, beh, mi spiace deludervi, ma state fallando di brutto.

Nella mia testa pigra, infatti, non è molto diverso da una normalissima conversazione che potrei intrattenere di persona: seduti comodi al Convitto, con davanti marocchino e cheescake (ai frutti di bosco , perché quella all'albicocca, così come la cameriera che me la porta, è una di quelle delizie che sembrano a portata di mano, distanti solo un soffio e che, in realtà, non sono mai disponibili), a raccontare stupidaggini, mimando con le mani e attirando l'infastidita attenzione della clientela circostante.

Ripensandoci, pubblicare ha almeno un vantaggio in più: i link.
Quante volte mi è capitata, di persona, la frustrazione di episodi del genere:
Mozzo:«...è un po' come in Watchmen di Alan Moore, hai presente?»
Interlocutore/trice generico/a:«No».
Mozzo:«Quella vecchia mi ricorda la Signora Ceppo».
Int. gen.:«...» (cervo immobile in mezzo alla strada illuminato dai vostri fari abbaglianti)
Mozzo:«Non hai mai visto Twin Peaks
Int. gen.:«Ahah, no. Io guardo solo Real Time».

-_-

Qui, almeno, se vi cito qualcosa, posso incorporarvi uno script in HTML che vi mostri ciò di cui sto parlando.
Se si potessero condividere link a voce (ed è ironico, perché Link non parla. Cento punti a chi coglie), ci metterei cinque minuti a conquistarti.
E non anni, come accade invece di solito.

Perché io racconto.
Racconto e cito.
E cito un sacco.
Che sia solo un problema di accenti?

Scherzi a parte, assimilare elementi di letture, film, fumetti, canzoni, per poi riutilizzarli in contesti diversi, trovandoci sottili e inaspettati parallelismi, trasformandoli in allegorie pop di concetti più profondi, mi è sempre riuscito abbastanza bene. 
E mi piace; mi fa immaginare la mia mente come uno spazio in cui galleggiano tutti questi nomi, frasi fatte, oggetti, situazioni, personaggi, e io in mezzo, ad acchiappare di volta in volta gli strumenti più adatti per esprimere i miei pensieri.

Un avvertimento: quando sono al Convitto, ho l'innata abilità di cambiare argomento nel tempo che ci metto a masticare un boccone di torta. Questa lettura, quindi, potrebbe risultare molto simile a una roulette russa in cui, dopo una serie di click a vuoto, del tutto a caso, ti si pianti nel cranio del piombo ad alto contenuto aneddotico.

In "Tra tutti, proprio i Blue Öyster Cult" ho spiegato come la differenza di età tra me e mia sorella abbia comportato delle conseguenze, in quel caso tragiche, alla mia crescita come individuo; in "A glitch in the Matrix" ho raccontato alcune delle fortuite circostanze che hanno costellato la mia carriera da liceale; oggi scoprirete che tra alcuni eventi del mio passato, soprattutto scolastico, così come tra le mie idee, esistono interconnessioni a dir poco assurde.

Non so come funzionasse nelle altre scuole, ma a Nole, dove ho frequentato le elementari, per l'esame di quinta si scriveva un tema, si faceva un disegno e, per l'orale, si preparava una ricerca interdisciplinare, in cui si toccavano diverse materie attraverso un filo conduttore.
Mentre mia sorella, a suo tempo, aveva portato il tema della droga (grazie alla sua analisi fatta per italiano, ancora oggi non posso ascoltare Lilly di Antonello Venditti senza provare un'angoscia munchiana), io mi ero concentrato sul fascismo con:

  • il fascismo, appunto, per storia;
  • l'Etiopia, per geografia;
  • Alle fronde dei salici di Quasimodo, testo a memoria più parafrasi, per italiano.
Per la cronaca, me la ricordo ancora adesso.

Il titolo del tema era "Racconta una storia".
Oltre ai Dylan Dog, con mia sorella, in quegli anni avevamo iniziato a leggere anche i Librogame.
Per chi non li conoscesse, semplificando molto, erano romanzi che, ispirandosi ai giochi di ruolo, presentavano delle storie a bivi, le cui vicende si plasmavano sulla base delle scelte fatte dal lettore. C'erano diverse collane: quella fantasy, quella ambientata in un futuro post-apocalittico, quella umoristica con Re Artù e Mago Merlino. A me piaceva molto Blood sword, l'unica serie che permettesse a più persone, per un massimo di quattro, di partecipare insieme, interpretando classi differenti (Ladro, Saggio, Guerriero e Stregone). 
Nei cinque libri che compongono la saga, gli eroi compivano imprese epiche alla ricerca della Spada della Vita, unica arma in grado di impedire il risveglio dei quattro temibili Veri Maghi.
Imprese che raccontai, copia e incolla, nel mio tema d'esame: immaginando che una maestra quarantenne del canavese non avesse mai visto un librogame manco col binocolo, non ebbi neanche il buon gusto di modificare i nomi di luoghi e personaggi.
Aggiunsi un cane: bisognava infatti rappresentare una scena del tema, e io ero pessimo a disegnare gli uomini.
Lo sono ancora.
Scarabocchio come un bambino di quattro anni.

Nel 2000, in terza liceo, comprai Brave New World degli Iron Maiden e iniziai ad ascoltare metal (prima ascoltavo Hello nasty dei Beastie Boys, fate voi).
Salterò quel periodo, poiché esistono già più versioni per lo stesso concetto: in molti sosterranno di aver imparato la Rivoluzione Francese guardando Lady Oscar e il Tulipano Nero (e sbagliando, visto che il 4 Luglio non si è arreso nessun bastione); la stessa "matre" di Benny mi ha già cazziato una volta, spiegandomi che vantarsi di conoscere The Rime of the Ancient Mariner grazie ad ascolti ripetuti di Powerslave è un cliché tipico da metalhead.

Alla fine, arrivai alla maturità, complici i tagli spietati ai programmi, perpetrati ad opera dei prof di storia e letteratura, con un sacco di lacune.
Oltre a quelle che mi ero procurato per conto mio non studiando.
Dico sul serio: se guardaste i volumi di antologia del terzo del quarto anno, invece degli appunti, di fianco alle terzine di Petrarca e Cavalcanti ci trovereste i punteggi delle partite a Magic - The gathering.


Primo scritto.
Tema storico sul Concilio Vaticano II.
Noi ci eravamo fermati alla Seconda Guerra Mondiale.
Analisi del testo de Uomo del mio tempo.
Poesia del Novecento saltata a piè pari dalla docente di lettere (e l'espressione nella foto è più o meno la stessa che ho io in questo momento, ripensandoci).
Salvatore Quasimodo.
Versi del periodo bellico.
Come in Alle fronde dei salici.
Che io ricordo ancora adesso a memoria.
Mentre i professori si aggiravano tra i banchi, in un misto di panico e ira funesta, offrendosi di fornire informazioni a poveri studenti ignoranti a causa delle loro scelte scellerate, io scrissi un confronto ponderato tra le due opere che, correggendolo, penso proprio che la mia insegnante si sia bagnata.

E non ho altro da dire su questa faccenda. [cit.]

Nessun commento: