mercoledì 11 marzo 2015

La coda dell'Uroboro (4/5) - Terra



Terra: non ne vedi nemmeno un pezzetto da tre giorni. Solo e soltanto mare a perdita d’occhio. Non ti piace nuotarci dentro, non ti piace viaggiarci sopra e non ti piace nemmeno il suo aspetto. 
Non sai perché hai accettato l’invito di quel Tomás. Non sai che cosa stai facendo qui, sul ponte di passeggiata superiore della nave, in mezzo a baronetti dell’Essex e giovani imprenditori americani. Ti sei fatto tentare dai modi gentili di quello spagnolo dalla parlantina facile e dal panama bianco. Non sei mai stato bravo a dire di no. Ed eccoti qui, costretto a fissare la superficie dell’Atlantico increspata dalle onde e a respirarne l’aria salata e fredda.
«Possibilità, mio caro Jorge» dice Tomás passeggiando al tuo fianco.
«In America troverà chi la sosterrà economicamente. New York, Boston, Philadelphia! Centinaia - ma che dico! - migliaia di possibilità attendono un talento del vostro calibro in ognuna di queste città americane.»
«Lo spero, signor Tomás» dici tu, cercando disperatamente una via di fuga, perché conosci questo genere di situazioni e sai bene che possono finire male da un momento all’altro.
L’uomo dalla carnagione olivastra al tuo fianco sembra non essersi accorto del proprio errore di valutazione e continua a parlare.
«Mi descriva il suo romanzo, Jorge!»
Che cosa rispondere? Non lo sai.
«Non saprei cosa dirle…»
Lui ride fragorosamente e con tono confidenziale ti dice: «Non mi dica così, sembra uno di quegli artisti che sguazzano nella falsa modestia!»
Come rispondere?
Non ne hai la più pallida idea.
«No di certo, è che…»
«Sicuro, questo l’ho capito subito, caro mio» dice il signor Tomás, strizzando l’occhio sinistro in un cenno d’intesa. «Lei è un timido e la sua modestia è sincera, come quella dei grandi maestri. Ma lasci almeno che le chieda quali sono i suoi autori preferiti!»
Prendere tempo, questa è la risposta.
«Così su due piedi…»
«I suoi modelli, Jorge! I suoi scrittori preferiti!»
Decidi di inventare, scegliendo nomi a caso. «Dostoevskij, Flaubert, Manzoni» butti fuori d’un fiato.
«E ci metterei anche Shakespeare!»
«Il Bardo dell’Avon» esclama il tuo torturatore.
«Una passione dalle radici antiche, la sua!»
La frittata ormai è fatta, così decidi di stare al gioco e di rilanciare con Omero e Virgilio, pensando al tempo stesso che il ruolo dell’uomo di cultura introverso ti riesce proprio bene.
Il signor Tomás, estasiato, si appoggia alla balaustra di poppa e ti fissa con aria complice. «Avanti, mio caro amico, si può confidare con me! Perché non ha ancora ultimato il suo romanzo?»
Fingi di non capire, maledicendo il lavorio della tua lingua lunga in sala fumatori.
«Suvvia, Jorge, non faccia così con me! Poco fa le è scappato di bocca che non riesce ad andare oltre la centoventesima pagina. Che le succede?»
Non ti resta che inventare ancora. «Un personaggio» dici con aria sconsolata. «Mi manca un personaggio.»
Lo spagnolo scoppia di nuovo a ridere. «È soltanto questo il problema?» chiede con occhi divertiti.
«Un vero dilemma, in realtà» dici tu, fingendoti sconsolato.
«Basta guardarsi attorno, Jorge! Il mondo pullula di uomini e donne degni di essere immortalati sulla carta.»
La tua faccia non convinta lo spinge a cercare un esempio sul ponte stesso della nave. Muove qualche passo in direzione di un gruppetto di persone poco distanti e, dopo un breve scambio di convenevoli, torna da te con una giovane donna al fianco.
«Ecco qui il personaggio che le manca, signor Jorge! La señorita Marita. Viene da Valencia.»
La ragazza è davvero incantevole, non puoi fare a meno di notarlo. Una cascata di riccioli neri le incornicia il viso bruno, ispanico. Le labbra, dischiuse in un dolce sorriso, sono sode e pitturate di rosso. L’abito elaborato mette decorosamente in mostra il petto generoso, avvolgendo il corpo mediterraneo con fasce scarlatte e nere.
Mentre tu biascichi qualcosa di incomprensibile e diventi rosso, come sempre ti accade di fronte a una bella donna, il signor Tomás conclude le presentazioni. «Questo, señorita, è il signor Jorge.»
«Encantada» dice lei con grazia aristocratica.
«Il signor Jorge è uno scrittore in cerca di fortuna, sta scrivendo il suo primo romanzo.»
Tu sei preda di quel viso angelico e non riesci più a proferir parola. In un istante dimentichi dove ti trovi, dove stai andando, le bugie che hai detto e, soprattutto, chi sei veramente. Ora nella tua testa c’è spazio soltanto per lei, per lei che legge il tuo libro, per lei che loda i tuoi dialoghi frizzanti e per lei che elogia le tue capacità descrittive.
La vedi già pazza di te.
«Come si intitola il suo romanzo?» ti chiede Marita.
«La Coda dell’Uroboro» rispondi prontamente, vergognandoti subito dopo di aver affibbiato un titolo così altisonante a poco più di cinquanta pagine mal scritte.
«Spero di riuscire a leggerlo» dice lei, provocando l’immediato scioglimento dei tuoi lombi.
«Lo speriamo tutti» interviene il signor Tomás.
«Perché stasera non si unisce a noi per la cena, signor Jorge?»
«Mi pare una splendida idea» aggiunge la ragazza.
L’incanto si rompe e sei costretto a mentire ancora. «Sono desolato, ma devo rifiutare l’invito. Consumo tutti i pasti in cabina per via del mal di mare. Non immaginereste mai cosa possano fare le onde a un uomo debole di stomaco.»
«Capisco» dice il signor Tomás visibilmente deluso. «Ecco perché non l’ho mai vista nel salone grande.»
Annuisci, pensando alla tristezza della cabina singola di seconda classe dove alloggi. Altroché salone grande e caviale!
Le bugie, unite alla mesta realtà, ti rendono malinconico nel giro di un attimo, tanto che nemmeno il dolce viso di Marita riesce a consolarti. Ti torna la voglia di scappare da quel ponte e di scendere nelle viscere della nave, dove è il tuo posto.
Senti il bisogno di scrivere.
«Prendo congedo, signor Tomás» annunci all’improvviso. Mentre lui ti stritola la mano, accenni un goffo inchino in direzione della giovane ispanica.
«Spero che il suo stomaco la lasci scrivere in pace» ti saluta lei, cortese.
«Io spero che questa bagnarola ci conduca a destinazione sani e salvi.»
I due spagnoli sorridono alla battuta mentre ti allontani, cercando di non zoppicare troppo.
«Inaffondabile» ti urla dietro il signor Tomás. «Si ricordi che il Titanic è inaffondabile, mio caro Jorge!»

Arrivato alla scalinata che porta ai ponti inferiori ti volti per un secondo: non puoi vedere la mano di lui indugiare sul fondoschiena di lei, perché hai occhi soltanto per quei riccioli neri che si agitano nell’aria della sera.

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