mercoledì 18 marzo 2015

La coda dell'Uroboro (5/5) - Aria



Aria nei suoi polmoni.
«Tesoro, arriveremo in ritardo!»
La voce veniva da fuori ed era la voce di Marion. Lui era steso sul pavimento. Gli faceva male la testa e non vedeva bene.
Era svenuto?
«Georges! Tutto bene lì dentro?»
Si trovava in un bagno che non ricordava, anche se sapeva di esserci già stato altre volte. Con un certo stupore, si accorse che indossava uno smoking di marca, che la sua barba era lunga e la pelle della sua faccia grinzosa.
Aveva mani nodose e macchiate: le mani di un vecchio.
«Georges, Annette è pronta! Se non ti sbrighi, arriverà tardi in chiesa!»
Annette?
Si alzò con estrema fatica, aggrappandosi al bordo della vasca da bagno. Era impacciato nei movimenti, come se le articolazioni non fossero più ben oliate.
Si fermò a riprendere fiato e guardò l’interno della vasca da bagno: era vuota e di un bianco immacolato. Tuttavia, quella visione lo riempì di una malinconia sconosciuta.
Scoprì con meraviglia di avere nella testa i brandelli di una storia da raccontare. Non ne conosceva i dettagli, ne avvertiva soltanto i contorni, le sfumature.
Sentì il bisogno di scrivere: un flusso di energia, simile a un brivido, che lo percorreva dalla testa alle mani e dalle mani alla testa.
In tutta la sua vita non aveva mai provato nulla del genere.
Passarono i secondi e trascorsero interi minuti.
Lentamente, ma con costanza, affiorarono nelle tempie di Georges volti, dialoghi e vicende. Egli li vedeva rincorrersi lungo il corpo scaglioso di un serpente, che s’avvolgeva in una singola spira fino a ingoiare la sua stessa coda, simile all’uroburo di un bestiario medievale.
«Georges!»
«Arrivo!»
Georges morì mezz’ora più tardi nella navata centrale della chiesa di Saint-Sulpice. Stava conducendo all’altare sua figlia Annette, circondato da due ali di folla, quando si accasciò al suolo.

I primi a soccorrerlo furono sua moglie Marion e l’amico di famiglia Tom Le Clerc.

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