venerdì 20 marzo 2015

Lotta di glasse



Lo so, sto diventando ripetitivo.
Ma le avventure che si vivono al Convitto non ti capitano in nessun altro luogo al mondo.
Neanche alla Pergola (ciao Vale).
Tranne forse quella volta abbracciati alla statua del magio col Cipi e il Satiro; ma questa, come recita l'adagio, è un'altra storia.

Ero seduto al tavolo d'angolo, quello vicino allo specchio, perso con lo sguardo fisso e un po' da ebete sulle All Star della mia cameriera preferita, ah che belle le scarpe senza tacco, quando una delle altre ragazze prese uno dei barattoli di latta e lo refillò di foglie di .
Non riuscivo a credere ai miei occhi: quando si entra nel Convitto, sulla sinistra, subito dopo la vetrina delle torte, c'è una parete occupata per intero da tre mensole cariche, come l'antica bottega di un apotecario, di grossi vasi metallici, ognuno etichettato con l'esotico nome di un .
Fino ad allora, avevo sempre pensato che fossero vuoti, decorativi.
Scoprirlo così, senza preavviso, non fece bene alla mia testa che, già di suo, è abbastanza problematica.
Non saperei dire se fu colpa dei troppi zuccheri nel sangue o dei fumi allo zenzero che stavo inalando dall'infuso ustionante nella mia tazza, ma le tonalità calde del locale diventarono più fumose, il brusio nell'aria più agitato.
L'acuto rintocco della campana alla porta diede il benvenuto a un individuo alto, col capo coperto da un cappuccio e indosso una pesante palandrana bianca con ricami rossi e blu.
Le lunghe dita callose, unica parte del corpo visibile, erano di carnagione scura, forse mesoamericana.
Prese posto al tavolo per quattro sul lato opposto al mio, proprio sotto i pesanti scaffali di legno: nessuno sembrava aver notato il suo ingresso, e tanto meno il fatto che il tavolo al quale si era seduto si stesse piegando e ingigantendo, assumendo la forma affusolata di uno scafo navale. Quando la Eleanor iniziò a occupare buona parte della sala, Connor saltò in piedi, stivali di cuoio sulla sedia, e urlando:«Morte ai tiranni templari! Morte a Re Giorgio!» afferrò una delle latte piene di per scagliarla con violenza nelle acque del porto di Boston, che ormai avevano sostituito il pavimento del bistrot.

Come in risposta a un segnale prestabilito, un altro uomo, questa volta vestito di un blu cobalto, acclamò con spiccato accento francese:«Escargot! Se i nobili ci dicono di mangiare le brioches, allora porteremo via loro anche tutte le torte! Potere al popolo! Bourguignonne!».
Saltando con agilità sulla fila di tavoli per due persone, con le coppiette che continuavano a tubare nonostante un sanculotto stesse versando i loro cappuccini e schiacciando le loro fette di crostata, Arno Dorian atterrò proprio davanti alla vetrina refrigerata, saccheggiandola di tutti i cheesecake e le tarte tatin.
Che fosse il Boston Tea Party o la Presa della Bastiglia, ero capitato proprio nel bel mezzo di una merenda tra assassini.
«Posso portarti altro?» la voce della ragazza, così rilassante, quasi un bisbiglio, mi ridestò.
«No grazie, sono a posto» la mia risposta suonò meccanica, impacciata come sempre.
Ero tornato e, guardandomi attorno, mi resi conto di essere rimasto solo io nel locale.
Fu così che compresi che anche noi Scriptomanti, quando scriviamo in preda agli effetti della marmellata di albicocche, siamo soggetti alle parole del Credo:

Nulla è reale. Tutto è lecito.


P.S. Se vi capita di passare in Via San Francesco da Paola 8, dite che vi mandiamo noi.
Avrete così diritto a una comprensiva pacca sulla spalla.
Pat pat.

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