martedì 24 marzo 2015

Shinbone. Kneebone. Backbone. All yours, daddy.



Come accennato in Parliamo di letture. Recensioni? No, evidence wall, nel corso degli anni sono stato soggetto di ripetute violente crisi di coincidenze che sono andate a toccare, e in un certo senso a congiungere, diversi aspetti del mio variegato panorama di interessi.
Giusto per farti un altro esempio, e poi magari la smetto, pensavo di ritirare fuori il nostro vecchio amico, l'evidence wall, per raccontarti una storia di spie, metal e pirati.

Però, prima di iniziare, un paio di precisazioni.
L'amore smodato che io e Benny proviamo per pannelli di sughero, puntine, fili colorati e post-it nasce da questo fantastico sketch del Saturday Night Live, in cui si fa la parodia di Homeland, una delle nostre serie televisive preferite.
Se non l'hai mai vista, ti risulterà difficile trovarlo divertente; comunque, puoi trovare la gag incriminata a partire dal minuto 1:50.



In secondo luogo, faccio riferimento alla Prima Legge di Zymurgy sulla dinamica dei sistemi in evoluzione, che afferma:

Una volta aperta una scatola di vermi, l'unico modo di rimetterli in scatola è usarne una più grande.

In questo post, tratterò argomenti che sono dei veri e propri barattoli di vermi: nel senso che ognuno di essi  mi appassiona in misura tale, che dovrei scriverci un approfondimento dedicato per poterne parlare in maniera esaustiva.
Viene da sé che, se qualcosa dovesse stuzzicare la tua curiosità, basta chiedere e, tastiera alla mano, vediamo di risolvere il prima possibile.

Negli ultimi tempi trovo di difficile tolleranza il meccanismo, naturalissimo per carità, dell'essere inserito in una o più categorie (e già qui si potrebbe aprire un discorso abbastanza ampio, ma per oggi te lo risparmio); per procedere in modo più agevole lungo queste righe, inghiottirò quindi l'amaro boccone e mi semplificherò, inserendomi di volta in volta all'interno di determinate correnti o sotto-culture.
Lo faccio per te.
Una volta chiusa questa pagina, via le etichette, torno ad essere il caro vecchio Mozzo Malefico.
Dolce e a più strati come una torta nuziale.

Già dai tempi di Viva la Raza. I lie, I [cit.], I steal, ma anche in altre occasioni, ho lasciato intuire che, quando sono da solo, quindi molto spesso, preferisco ascoltare musica metal e che gli Iron Maiden, i quali mi hanno iniziato al genere, sono nella mia Top Five dei gruppi preferiti: al momento non saprei dirti con certezza quale posizione occupino, ma senza dubbio alcuno posso affermare che il loro The Number of the Beast, del 1982 (per un anno e due giorni non siamo nati insieme) è il mio Top Album di tutti i tempi.
E nessuno potrà mai insidiargli il trono.
Iniziamo proprio dalla terza traccia di questo capolavoro, intitolata The prisoner (e faccio headbanging mentre l'ascolto scrivendo).



Inauguriamo quindi il nostro secondo evidence wall.




Come ci insegna il film L'odio, fino a qui, tutto bene.
Abbiamo superato il periodo liceale per entrare di prepotenza nell'ambiente universitario: i mesi passano, un paio d'anni, i ritmi cambiano; non sempre le lezioni sono al mattino presto e, in certi periodi posso permettermi di non alzarmi all'alba per prendere il treno. Per uno precisino come me, ciò significa che ogni tanto può andare a dormire più tardi e passare, ahimè all'epoca capitava, più tempo davanti alla TV e fare le ore piccole.
Che, per un Cinderello come me, è una definizione che si applica già a partire dalle undici.
E fu così che, su Italia1 vidi, il mio primo episodio del telefilm Il Prigioniero: fino a quel momento ne avevo sentito parlare solo dalle pubblicità dei DVD ad uscita settimanale in edicola, e ammetto di non essermi mai soffermato troppo a fare uno più uno.
La puntata iniziava con la sigla, durante la quale si sentiva uno scambio di battute tra Numero 6, il protagonista, e Numero 2, il suo carceriere.



Purtroppo su Youtube si trova solo la versione in lingua originale; ma ti assicuro che, anche sentendolo doppiato in italiano, quelle parole punzecchiarono nella mia testa come il brioschi sulla lingua e, solo dopo qualche istante riuscii a ricollegare i due elementi: il telefilm risaliva alla fine anni Sessanta e la canzone degli Iron Maiden era un omaggio ad esso.
Quella notte andai a dormire contento.


Sarò sincero: sotto alcuni aspetti, posso essere considerato un nerd e, di conseguenza, in diversi ambiti sono sempre stato un po' tardivo.
Ma ho sempre recuperato con grande entusiasmo.
Il primo esempio che mi viene in mente sono le avventure grafiche: videogiochi in cui si procede mediante dialoghi e risolvendo enigmi raccogliendo e combinando oggetti, di solito secondo una logica umoristica e all'apparenza priva di senso (per caso, indossa cane ti ricorda nulla ?)
Sì, intorno ai vent'anni avevo già giocato a Discworld, Hook, Simon the Sorcerer, ma fu grazie a un compagno di facoltà, biellese e molto più anziano di me, che scoprii le avventure grafiche della LucasArts.
E, in particolare, Monkey Island.
Ecco, i pirati sono un barattolo di vermi bello grosso.
Davvero non saprei come darti qualche informazione senza sbrodolarti un elenco lunghissimo di opere su qualsiasi medium disponibile: film, musica, romanzi, giochi, religioni.
Sono ovunque.
Ed è un bene perché:

Everything's better with pirates.

Se mai esistesse una fan di Guybrush Threepwood,
e magari anche di Discworld
e di Cthulhu
e di China Mieville,
quella sarebbe la donna della mia vita.
E quasi di sicuro sarebbe già impegnata altrove.

Ma sto divagando.
Nel secondo capitolo della saga, Monkey Island 2: LeChuck's Revenge, assistiamo alla divertente Danza degli Scheletri, simpatico siparietto che fornisce al giocatore gli indizi per risolvere un enigma posto più avanti nel gioco (la parte interessante inizia a 1:12)



Per il momento, prendiamo questa scena e mettiamola da parte sulla nostra parete.


Arriviamo infine in tempi molto più recenti, diciamo post Apocalisse Maya, dal 2012 in poi.
Nuovo giro di ruota, nuova fase nella vita del Mozzo, nuove passioni, nuova etichette, nuovo barattolo di vermi: le serie televisive.
Da qualche anno a questa parte non ho più una soglia dell'attenzione abbastanza alta per riuscire a vedere, da solo, a casa e per cui non ho pagato dei soldi, un film.
Al cinema, invece, sono sempre sveglio e pimpante.
E ora mi devo attrezzare in qualche modo, perché mi sono innamorato di Vivien Leigh e voglio vedere Via col vento.
Comunque, serie TV.
Ne guardo un sacco, forse troppe.
Ho sviluppato una teoria per cui, portate avanti oltre la quinta stagione, tendono a degenerare rovinandosi senza possibilità di salvezza.
Spero di essere smentito, prima o poi.
Dai tempi della mia gioventù è anche progredita la tecnologia: ora posso recuperare gli episodi in lingua originale e gustarmeli con i sottotitoli; migliorando così il mio inglese e, allo stesso tempo, evitando con fiero disprezzo i pessimi adattamenti e doppiaggi italiani.
Perché sì, tata Francesca non era di Frosinone, ma ebrea e quella che tutti abbiamo conosciuto come zia Assunta era in realtà la madre.
In questo modo ho avuto anche l'opportunità di recuperare vecchie glorie del passato che, per la mia giovane età mi ero perso: Twin Peaks, le prime stagioni di The Sopranos e, indovina un po'?
Esatto.
The Prisoner.
Quel telefilm era troppo avanti: come estetica, come tematiche, usarono alcuni espedienti tecnici per gli effetti speciali che, per la loro semplicità, furono davvero geniali.
Scrissi la mia opinione, non una vera e propria recensione, per il precedente blog di Benny. 
Se riesco a ripescare da qualche parte il file, ripubblico l'articolo.
La conclusione della serie è stata un po' travagliata: gli ultimi due episodi prendono una pesante piega onirico-allucinatoria che, a tratti, è difficile da seguire.
Molto belle comunque.
Molto...



WTF?
Hai riconosciuto la canzone?
Andiamo a vedere.



Da non crederci.
Di nuovo al centro di una rete di coincidenze.
E quando succede, nella mia testa risuona la voce di V:

There are no coincidences, Delia. Only the illusion of coincidences.

Perchè dopotutto sono un nerd.
Almeno fino a quando non avrai chiuso questa pagina.
Poi basta etichette.
Solo il vecchio caro Mozzo Malefico.

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