giovedì 12 marzo 2015

The Turtle Moves!


Ok, lo ammetto.
Quasi sempre, di fronte a un non l'ho letto, ma ho visto il film, reagisco con un violento spruzzo di acidità che neanche le migliori fatality di Mortal Kombat ma, in realtà, molte delle letture che più ho amato in assoluto nella mia vita hanno seguito il seguente processo:
  1. Gioco il videogioco;
  2. Leggo il lbro;
  3. Guardo il film o la trasposizione televisiva.
Con la lettura, quindi, solo in seconda posizione.
È successo con Il Padrino, nel 2006; con Dune, tra i primi videogiochi a inaugurare il mio 486; ma il titolo che più mi ha segnato nel profondo e che ha in modo concreto contribuito a rendermi la persona che sono oggi è stato senza alcuna ombra di dubbio Discworld.

È il 1996, siamo alla fine di Marzo, forse i primi giorni di Aprile, perché il mio compleanno è già passato e non ho ancora trovato nulla di bello da farmi regalare; sto ciondolando nel reparto videogiochi per PC del Carrefour di Grugliasco (non ricordo se all'epoca si chiamasse già così), quando i miei occhi vengono attirati da una scatola con questo aspetto:



Per dovere di cronaca, quella che vidi io era in italiano.
Un'avventura grafica?
Ottimo, avevo giocato a quella di Hook e già adoravo il genere.
Fantasy?
Meglio ancora.
Comica?
Shut up and take my money!
Chiesi a mio padre di controllare i requisiti tecnici, perché all'epoca lui ci capiva più di me in ambito informatico, e sì, lo prendemmo.
Per le prime settimane, fu un incubo: installammo il gioco, andavo avanti per un po' e poi, senza ragione apparente, mi bloccavo nella piazza cittadina dove partiva l'animazione del pomodoro, che però proseguiva all'infinito, senza che potessi fare nulla per continuare a giocare.
Il pezzo al quale mi riferisco, inizia dal secondo 00:28.



Vi giuro che arrivai a fissare quel maledetto verme per ore.
Riportammo il gioco indietro, l'addetto del reparto informatica provò perfino ad installarlo su un computer lì, al volo, dove, e che ve lo dico a fare, funzionò alla perfezione.
Morale della favola: non ricordo come, ma capimmo che era un problema di scheda audio; installandolo senza sonoro, il gioco funzionava alla perfezione.
Lo adorai.

E vissero tutti felici e contenti.
Più o meno.
Perché quei maledetti del marketing avevano inserito nella descrizione, sul retro della scatola, la frase tratto dalla serie di romanzi dello scrittore Terry Pratchett.
E adesso io voglio leggere i libri.
Che, all'epoca, in Italia, si riducevano a introvabili edizioni di Il colore della magia e di La luce fantastica.
Introvabili, appunto.
Nel senso che li cercai con tutto me stesso e fallii. 
Dovetti aspettare fino al 2002 per trovare sugli scaffali, curioso che fosse sempre il Carrefour di Grugliasco, questo volume:


Prima ancora dell'autore, riconobbi la Grande A'Tuin in copertina.
Lo comprai senza esitare; mi bastò leggere la dedica iniziale

Potete chiamarle Guardie di Palazzo, Guardie Cittadine o Guardie e basta. Qualunque nome abbiano, in ogni opera di genere fantasy-eroico il loro scopo è lo stesso: più o meno al capitolo 3 (o dopo dieci minuti di film) irrompono nella stanza, attaccano l'eroe uno alla volta e vengono massacrati.
Nessuno chiede mai se sono d'accordo.
Questo libro è dedicato a quei nobilissimi uomini.

e fu amore a prima vista.

Oggi, 12 Marzo 2015, Sir Terry Pratchett ha lasciato un vuoto nel genere fantasy che nessun George R.R. Martin riuscirà mai a colmare, e questo è il mio omaggio.
Perché, insieme al Groucho Marx di Dylan Dog, il creatore del Mondo Disco è stato il mio più grande maestro di umorismo.
E il mio senso dell'umorismo è una delle poche cose di cui vado fiero.

Il primo grande elemento, anche se indiretto, è rappresentato dalle illustrazioni di Josh Kirby e Paul Kidby: così adatte allo stile narrativo di Terry che, una volta osservati i ritratti di alcuni personaggi, è davvero impossibile non immaginarseli identici durante la lettura, collaborando così a creare un'avvincente esperienza animata dell'azione; un vero e proprio cartone animato nella testa.





Secondo: per quanto le storie siano fantastiche, l'autore riesce infatti a raccontare in modo ironico qualsiasi argomento, dalla religione alla finanza, dal calcio al cinema, dall'integrazione delle minoranze alla stupida inutilità della guerra, reinterpretandolo secondo i tropi tipici della narrativa fantasy; ciò di cui ci si innamora con fin troppa facilità, sono i personaggi ricorrenti, a volte protagonisti, ma per lo più semplici comprimari.
Tra i tanti: Morte, che ama il curry e i gatti.


 

Il Bibliotecario, un orangutan che s'infuria quando viene definito "scimmia" (nella versione originale monkey, poiché il termine corretto per gli oranghi è ape).



Il pane da guerra nanico.



Il Patrizio; l'Ankh, unico fiume al mondo in cui è più facile soffocare che annegare; Nobby Nobbs, Brutto Bastardo, un cammello che prima di sputare calcola la traiettoria per colpire dritto nell'occhio; Tata Ogg, che assomiglia in maniera impressionante alla mia relatrice di tesi; l'ottarino, cioè l'ottavo colore dello spettro luminoso, il colore della magia; "Cut-Me-Own-Throat" Dibbler, archetipo del venditore ambulante. 
Insomma cercate "Discworld" e "Kidby" su Google per scoprire una marea di personaggi fantastici ed esilaranti.

Terzo: per quanto mi riguarda, i romanzi di Pratchett sono gli unici, in seguito si è aggiunto anche Infinite jest  di Foster Wallace, a riuscire nell'impresa di rendere le note parti integrate e indispensabili alla narrazione.

Quarto: citazioni, e sapete quanto io le adori. Citazioni ovunque, ben nascoste, ma in agguato all'interno di ogni paragrafo.
Giusto un paio di esempi presi da Piedi d'argilla: un golem che, come in Robocop, recita "Vivo o non-morto tu verrai con me"; troll di roccia che promuovono campagne contro chi spaccia droga ai bambini (potete immaginare con quali pacifici metodi), il cui motto è "di' solo AaaaarghaaaaarghvipreeeegonononononoooooUgh!", molto simile al Just say no, sponsorizzato da Nancy Reagan.

Infine, la comicità. Pura e semplice. 
Come accade per la poesia, anche l'umorismo è brutto da spiegare: farlo a pezzi e analizzarne le parti ne smorza l'effetto, il fascino.
Per me, la parafrasi è sempre stata una piccola morte del testo.
Quindi di solito, se ce l'ho sotto mano, per chiarire cosa intendo propongo al mio interlocutore il dialogo di Maledette piramidi tra Teppic e la Sfinge.

La sfinge si schiarì la gola, e sembrava un vecchio camion che ingrana la marcia indietro, grattando.
«Qual è quell'animale che cammina a quattro zampe la mattina, a due sul mezzodì e a tre gambe la sera?»
Teppic ci riflettè su. Alla fine disse: «È difficile.»
«Il più difficile di tutti.»
«Hm.»
«Non ci azzeccherai mai.»
«Ah», disse Teppic.
«Spogliati intanto che ci pensi. Preferisco mangiarla sbucciata, la gente.»
«Dev'essere un animale cui ricrescono le zampe, come la coda della lucertola...»
«Nà, nà. Sei su una falsa pista.», disse la sfinge arrotando le zanne. Le colava l'acquolina dalla bocca.
«Oh...»
«Non sai rispondere, eh?»
«Ci sto ancora pensando», disse Teppic.
«Non indovinerai mai.»
«Mi arrendo», disse Teppic.
«La risposta è: l'uomo», disse la sfinge. «Ora, non opporre resistenza. Serve solo a secernere sgradevoli sostanze chimiche nel sangue.»
Teppic si scansò per schivar gli artigli della sfinge.
«Aspetta un momento», le disse. «Come sarebbe a dire: l'uomo?»
«Facilissimo», disse la sfinge. «Il bambino cammina carponi al mattino, l'uomo adulto sta ritto su due piedi a mezzogiorno, il vecchio si appoggia a un bastone la sera. Buona, no?»
Teppic si morse il labbro. «Si parla di un giorno, qui, di una giornata?» domandò poi, dubbioso.
Seguì un lungo silenzio imbarazzato.
«È una... comesichiama... una metafora. Linguaggio figurato», disse la sfinge irritata. E giù un altro fendente con gli artigli.
«No, no, senti, aspetta un momentino», disse Teppic schivando. «Vorrei che si fosse ben chiari al riguardo, giusto? Mi pare giusto, no?»
«Non c'è niente che non va, nell'indovinello», disse la sfinge. «È un indovinello coi fiocchi. Lo propongo da non so quanti anni, da quand'ero cucciola.» Si corresse: «Da quand'ero pulcina.»
«È un ottimo indovinello», disse Teppic conciliante. «Profondo. Commovente. L'intera condizione umana in un guscio di noce, come si dice. Ma, devi ammetterlo, questo non avviene a un dato individuo nel corso di un dato giorno, dico bene?»
«Be', no», ammise la sfinge. «Ma è evidente dal contesto. Un elemento di analogia drammatica è presente in ogni indovinello», soggiunse, con l'aria di chi ha sentito questa frase tanto tempo fa e gli è piaciuta molto, ma non al punto di astenersi per questo dal divorare chi la pronunciò.
«Sì, però», disse Teppic, senza smettere di stare in guardia, «però, secondo me, la coerenza lascia a desiderare, pur all'interno della metafora. Non trovi? Mi spiego. Diciamo, dunque, che la vita media di un uomo è di circa settanta anni, esatto?»
«Esatto», disse la sfinge incerta come chi ha lasciato entrare un commesso viaggiatore e teme di vedersi costretto, tra non molto, a comprare a comode rate mensili l'Enciclopedia Britannica.
«Esatto. Quindi, il mezzogiorno corrisponderebbe all'età di trentacinque anni. Ora, se si considera che i bambini a un anno e mezzo, hanno già imparato a camminare, non è esatto parlare di "mattino a quattro zampe". Stando alla tua analogia...» Contò sulle dita. «...Saranno una ventina di minuti, a partire dalla mezzanotte, trenta la massimo, quelli trascorsi a quattro gambe. Ho ragione o no? Sii equa.»
«Be'...» disse la sfinge.
«Alla stessa stregua, non ci si appoggierà al bastone verso sera, perché alle sei del pomeriggio si avranno, hm, appena cinquantadue anni», disse Teppic, tracciando cifre sulla sabbia umida. «In realtà, non si avrà bisogno di un bastone prima delle nove e mezzo, dieci. Cioè non a sera ma a notte fonda. Ciò presumendo che la vita duri una giornata, il che, come ho già detto, è ridicolo. Mi dispiace. L'indovinello è bello, ma non regge.»
«Non so che farci», disse la sfinge, irritatissima. «Altri indovinelli non ne ho. Questo qui mi è bastato e avanzato, finora.»
«Dovrai modificarlo leggermente, ecco tutto.»
«Vale a dire?»
«Renderlo un tantino più realistico.»
«Hmm.» La sfinge si grattò la criniera con un artiglio. Poi, in tono dubbioso, prese dire: «Vorrà dire che formulerò così la domanda: Qual è quell'animale che cammina a quattro gambe...»
«Metaforicamente parlando», disse Teppic.
«A quattro gambe, metaforicamente parlando, per circa...»
«Mezz'ora, abbiamo detto.»
«D'accordo. Per mezz'ora alla mattina. Poi su due...»
«Un momento. Dire "alla mattina" non è del tutto esatto. È appena suonata la mezzanotte. Tecnicamente, sì, è già domattina, ma in pratica è ancora ieri notte, non ti pare?»
Un'esperessione di panico si dipinse sul volto della sfinge. «Tu come diresti?» riuscì a balbettare.
«Vediamo. Qual è quell'essere vivente che, metaforicamente parlando, cammina a quattro zampe fin poco dopo la mezzanotte, a due gambe per gran parte del giorno...»
«Salvo incidenti», disse la sfinge, ansiosa di dare il suo contributo.
«Giusto. A due gambe, salvo incidenti, fino all'ora di cena e anche oltre, dopodiché cammina su tre gambe...»
«C'è anche chi usa due bastoni, o un paio di stampelle», disse la sfinge, che sembrava ormai esser passata al nemico.
«Giusto. Potremmo allora dire: dopodiché, si appoggerà, eventualmente, a una protesi di sua scelta. Eh?»
La sfinge riflettè per un attimo. «S-sì», disse poi, con gravità. «Mi sembra che, a questo modo, tutte le eventualità siano contemplate.»
«Ebbene?» fece Teppic.
«Ebbene cosa?» fece la sfinge.
«Qual è la risposta?»
La sfinge gli rivolse uno sguardo gelidò, poi scoprì le zanne.
«Oh, no». disse. «Non mi freghi. Mi hai preso per fessa? Sei tu che devi dare la risposta»
«Oh, cacchio», disse Teppic.
«Ti pareva di avermi fregato, eh?»
«Scusa.»
«Speravi di confondermi le idee, eh?» La sfinge sogghignò.
«Ci ho provato», ammise Teppic
«Non ti biasimo. Ebbene, qual è la risposta?»
Teppic si grattò la testa. «Non ne ho idea», disse. «non mi resta che tirare a indovinare. Hmm... L'uomo!»
La sfinge lo guardò male. «Sei già passato per di qua, vero?» domandò, in tono accusatorio.
«No.»
«Allora qualcuno ha parlato, è vero?»
«Chi potrebbe aver parlato? Qualcuno aveva risolto il tuo indovinello, prima d'ora?»
«No.»
«Nessuno, dunque, può aver fatto la spia.»
Gli artigli della sfinge rasparono la roccia, irritati. «Passa pure», disse infine, a malincuore
«Grazie tante», disse Teppic.
«Per favore, non dire niente a nessuno, però», soggiunse la sfinge, freddina. «Non voglio guastare la festa ad altra gente.»
Teppic risalì in groppa a Brutto Bastardo e, mentre si allontanava, le gridò: «Sta' tranquilla.»
E notò che la sfinge muoveva le labbra come chi cerca di capacitarsi di qualcosa, ragionando fra sé e sé.


Se alla fine di questo lungo post non ve la sentite comunque di iniziare a leggere la lunga serie di romanzi, parto dell'incommensurabile genio di Terry Pratchett, non mi resta che proporvi anche i trailer di alcuni adattamenti per la televisione.
Non sono altrettanto divertenti, ma io di tanto in tanto me li riguardo lo stesso.
Che ci volete fare, sono un fanboy.



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