mercoledì 25 marzo 2015

Wetwords (2/4) - Cecco



É una trappola.

Il Cecco inspira, avvicina l’occhio al mirino telescopico e controlla per l’ultima volta la visuale sulla piccola radura: un fazzoletto di terra minuscolo il cui totale isolamento, all'interno dell’esteso bosco langhigiano, lo rende il luogo perfetto dove portare a termine il lavoro. 
Trattenendo il fiato, si allontana dall’M24 già in posizione, espira e, appoggiandosi a un vecchio tronco caduto, estrae l’affilato coltello da combattimento dal fodero fissato sulla gamba destra della mimetica; quindi, allungando il braccio all’interno dello zaino, prende una grossa mela Morgenduft, la taglia in due e, con la punta del coltello, ne estrae con delicatezza i semi, una decina in tutto, appoggiandoli con estrema attenzione sulla propria bandana di cotone, stesa come una tovaglia da picnic in mezzo alle gambe incrociate. Finisce quindi di sbucciare il frutto e, dopo averne gustato in silenzio la polpa croccante e zuccherina, con un paio di pinzette di precisione procede con l’inserimento dei semi nel bossolo di uno speciale proiettile a punta cava, costruito apposta per l’occasione. Si muove con calma serafica: nella sua professione il calcolo delle tempistiche è di vitale importanza, e per tale ragione sa con certezza di non avere fretta. Il bersaglio arriverà solo alla fine del primo flashback.

«Gregor Samsa».
«Ma non era morto?»
«Sono in molti a crederlo. Pare invece che nel 1916, un certo Karl Brand lo abbia riportato in vita in un breve scritto, donandogli inoltre la capacità di ritornare in forma umana. Secondo le nostre fonti, pare che da allora abbia cercato di rifarsi una vita, ricominciando da zero. La svolta c’è stata quando è entrato in contatto con le continuity dei fumetti supereroistici americani: tanta purezza di ideali, sommata alle passate tragedie personali, lo hanno immediatamente convinto a mettere le proprie capacità al servizio del prossimo. Nonostante i suoi poteri di metamorfosi entomologica non gli abbiano permesso di essere tra i beniamini del pubblico, si è dedicato con impegno e abnegazione al proprio ruolo di eroe, concedendosi così un inizio di carriera di tutto rispetto. Purtroppo però, dopo Moore, non tutti hanno reagito bene alla decostruzione del supereroe: i primi segni di squilibrio si manifestarono nel 1925, a Dusseldorf, dove catturò e fece a pezzi il celebre Mostro, un maniaco pedofilo responsabile dello stupro, delle sevizie e della morte di otto bambine. Colto da un pericoloso delirio di onnipotenza, forse incoraggiato  da un’errata interpretazione delle teorie di Nietzsche, sposò con cieco fervore la causa nazista e, arruolatosi nella Whermacht, ha sfruttato con audacia la propria doppia natura per scalarne senza difficoltà i ranghi. I risultati dell’intelligence ci dicono che in questo momento si trova nei territori della letteratura sulla Resistenza italiana a fare strage di partigiani. Siamo stati contattati da due rappresentanti di un consorzio di commissari, tali Nemega e Ferriera: ci pagano per l’eliminazione di Samsa dall’equazione  visto che, per loro, combattere i nazisti e le brigate nere è già abbastanza impegnativo. Cecco, si tratta di un obiettivo più impegnativo del solito, pensi di farcela?»
«Conosci il mio motto. Di’ loro che accetto».
«Come pensi di procedere?»
«Innanzitutto dobbiamo attirarlo proprio nel punto in cui lo vogliamo. Per questo, useremo la sua amata sorellina …».

«Grete? Grete, sind Sie das?».
Il Cecco osserva la scena attraverso l’ottica del fucile: il silenzio della foresta è interrotto dai ripetuti richiami in tedesco; Gregor Samsa emerge dagli alberi avanzando a passo spedito, senza esitazione, del tutto incurante di celare la propria presenza ad un eventuale nemico. Indossa l’uniforme da ufficiale: alti stivali neri, calzoni alla cavallerizza grigio ardesia, giubba feldgrau a quattro tasche, berretto intonato alla giacca, con visiera verniciata nera e fregi in metallo bianco e ricami in filo d’argento; ai due lati della cintura, un pugnale e la fondina con la pistola d’ordinanza. Al centro della radura Pin, il giovane complice partigiano, sta puntando una P38 alla testa di una fanciulla rannicchiata a terra, in ginocchio: gambe e mani sono legate con una spessa corda, la testa coperta da un cappuccio di juta.
«Meine Schwester, sind Sie verletzt?»
«Ehi, crucco! In italiano. Voglio capire quello che dici».
«Feccia comunista! La pagherete cara!».
a quel punto ci servirà un diversivo …
Da dietro due spessi tronchi escono all’improvviso, circondandolo, i muscoli: si tratta di Lupo Rosso e del Dritto, combattenti grossi e ipertrofici che, armati di pesanti mazze da muratore, senza bisogno di un invito scritto, si lanciano all’attacco del militare nemico. Come previsto, la reazione di Samsa è quella di dar loro una lezione esemplare e, lasciando cadere a terra il cappello, dà subito inizio alla trasformazione. Dall’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto mondiale, l’uomo-insetto ha abbandonato lo stereotipo del supereroe americano, dimostratasi nazione nemica del Reich, per preferirgli un’estetica majokko più vicina agli alleati giapponesi: mentre un’accattivante melodia carica di grinta combattiva risuona nel bosco circostante, raggi di luci colorata e stelline si fanno strada, dal nulla, tra le fronde degli alberi. Invece di esibirsi in un elegante balletto durante il quale assumere la nuova forma, Gregor Samsa cade a terra attraversato da violenti spasmi: l’uniforme sembra essere fatta a brandelli da misteriose forze invisibili; gambe e braccia si rattrappiscono fino a diventare sottili zampe ricoperte di cuoio indurito e setole scure; le mani e i piedi si deformano, assumendo i contorni allungati dei tarsi; schiena e torace si aprono, la pelle si strappa, la carne si lacera e, mentre dalla zona addominale fuoriescono due arti aggiuntivi, dalle profonde ferite sanguinanti trasuda tessuto osseo allo stato liquido che, come se dotato d’intelligenza propria, va ad avviluppare le superfici corporee per infine solidificarsi in una struttura che ricorda, nella forma, l’esoscheletro di un vero e proprio artropode. Cadono i capelli a ciocche; le cartilagini e i tessuti molli della testa sembrano sciogliersi per essere riassorbiti all’interno del corpo attraverso i canali auricolari e gli orifizi oro-nasali; dalle suture del teschio ormai esposto si fa strada un paio di antenne clavate, mentre la morfologia del cranio si modifica, forgiandosi in un lungo corno identico a quello di un Dynastes hercules. Gli occhi si gonfiano e avanzano fuori dalle orbite come colpiti da un improvviso esoftalmo; piccole vesciche tondeggianti proliferano sulle cornee e sulle sclere; la superficie si ricopre di morbide bolle che con rapidità si seccano per trasformarsi, alla fine, in ommatidi di enormi occhi composti.
Quando si rialza in piedi, non c’è più un nazista, non c’è più neanche un uomo. C’è una creatura pallida, ricoperta da una spessa corazza ossea, munita di corna, possenti mandibole e la cui forza è proporzionale a quella di uno scarabeo di due metri.
Mentre i due aggressori esitano solo per un attimo, le antenne vibrano nell’aria e Gregor Samsa attacca.
Non è una vera e propria lotta, è qualcosa di più simile a un macello: con una spinta delle zampe, getta il Dritto in aria, facendolo volare per quasi tre metri; liberatosi per un istante di una seccatura, si concentra su Lupo Rosso che, disorientato, prova comunque un colpo; mentre solleva la pesante mazza sopra la testa con entrambe le braccia, Gregor carica a testa bassa, piantandogli il corno in pieno torace, lo trapassa e, sollevando il capo, lo impala. Il giovane partigiano scivola, spinto dalla gravità, verso il basso; il primo e il secondo paio di zampe si mettono all’opera per smembrarne con efficienza il corpo. Un pezzo di tronco rimane comunque incastrato, come una sorta di grottesco stendardo, mentre l’enorme insetto si volta e, con un balzo, inchioda il Dritto, ancora confuso, a terra. Le enormi mandibole si mettono all’opera e, in un istante sventrano la vittima, rovesciandone all’esterno le interiora come l’umida farcitura di un pollo ripieno.
durante il quale farò la mia mossa …
Nonostante l’azione sia fulminea, la descrizione, prolungata per diversi paragrafi, lascia al Cecco tutto il tempo di prepararsi: prendendo accuratamente la mira, canticchia alcuni versi della sua canzone preferita:
“I’ve got you in my sight
I’ve got you dead to right
The triggers waiting for my fingers”
Mentre è a terra ad occuparsi dei resti del Dritto, il bersaglio mostra un’ampia porzione di schiena, permettogli così un tiro fin troppo facile.
«Shalom, meshuggah» sussurra prima di trattenere il fiato e premere il grilletto.
Il proiettile speciale, contenete i semi di mela, colpisce in pieno l’enorme insetto sull’estesa superficie a forma di elitra; all’impatto, la punta cava esplode, riversandone il contenuto all’interno del corpo.

«Cecco, forse non hai capito. Primo, hanno già provato a eliminare Samsa più volte, ma hanno sempre fallito. Essendo già morto una volta, ucciderlo semplicemente non basta. Torna in vita come è già successo nel 1916. Secondo, con quel tipo di corazza i tuoi semini di mela gli faranno il solletico. Devi eliminarlo per sempre, cancellarlo dalla pagina».
«Oh, ma questa è solo la prima parte del piano».
«Ah sì? E che cosa intendi fare dopo?»
«Chi abbiamo a disposizione in Arda per i “prelievi”?»
«Posso metterti in contatto con Morgoth. Chi ti serve?»
«Beh, dobbiamo fare quattro chiacchere con una certa Vala».

Yavanna Kementári si guardava intorno con un misto di disgusto e sofferenza: atmosfera buia e fumosa, poche luci funzionanti, per lo più barre al neon fluorescente che sponsorizzavano con i loro colori sgargianti bibite zuccherate e sigarette, un bancone abbastanza sguarnito, musica punk-rock a tutto volume, qualche tavolino occupato da vecchi hacker che avevano appeso la console al chiodo e  che ormai trascorrevano il loro tempo a raccontare imprese esagerate ai più giovani; il Gentleman Loser era un locale in declino e prossimo alla chiusura; non lo frequentava più nessuno, e questo lo rendeva il posto ideale per concludere gli affari.
«Chi sei?»
«Di sicuro non un altro fottuto elfo».
«Dove mi trovo? Dove mi avete portato?».
«Benvenuta al BAMA. Sta per Boston-Atlanta-Metropolitan-Axis. Hai gradito il tour in città? Il paesaggio toglie il fiato vero? Tutto merito dei gas di scarico».
«É stato orribile! È … è tutto cemento e … e metallo urlante! Dove sono i fiori? Dove sono gli alberi? Le foreste?».
«Devi fare qualcosa per noi».
«Ma sai con chi stai parlando? Io sono Yavanna Kementári, Regina dei Valar, Dispensatrice di Frutti, Regina della Terra; sposa di Aule! Con quale coraggio, con quale arroganza osi rapirmi, portarmi in luogo del genere, obbligarmi ad assistere a tali abomini e poi avanzare delle richieste?»
«Rilassati. Lo dico per il tuo bene».
«Altrimenti? Mi ucciderai? Avanti, malvagio. Ti sfido».
«Oh, smettila con la sceneggiata. Non impressioni nessuno. Piuttosto, chiudi la bocca e apri bene le orecchie: Tessier-Ashpool. Ti dice niente?»
«Dovrebbe?»
«Sono la famiglia più potente del pianeta. Vivono su una cazzo di stazione orbitante. Hanno le mani in pasta ovunque: hardware, software, biotecnologie, intelligenza artificiale, stasi criogenica. Se vogliono, possono fare qualsiasi cosa».
«E allora?»
«Come credi che reagirebbero se uno dei loro ingenieri li informasse che il vostro prezioso mithril ha proprietà fisiche migliori, e stiamo parlando di alcuni ordini di grandezza, rispetto al più raro e performante dei superconduttori in circolazione sul mercato?»
«Non capisco».
«Cosa pensi impedirebbe loro di fare rotta verso la Terra di Mezzo per costruire impianti di estrazione, piattaforme offshore nell’oceano, miniere, catene di produzione, ottenere manodopera hobbit a basso costo? I tuoi amici Ent? Credo proprio che abbiano serbatoi pieni di Agente Arancio per questo tipo di evenienze».
«Nooo!»
«Certo, se tu decidessi di collaborare, potrei avere un'improvvisa amnesia e dimenticare tutti i noiosissimi dettagli geologici, evitandoti così questo triste scenario».
«Oh Eru, salvaci! Cosa vuoi che faccia?»

«Canta».
Udito lo sparo, il giovane Pin solleva il cappuccio della prigioniera che sta tenendo sotto tiro: non si tratta della giovane Grete Samsa, bensì di Yavanna, Vala di Arda, che, in lacrime inizia a intonare una magnifica melodia: il canto con il quale fece crescere Telperion e Laurelin, i due Alberi di Valinor.

«Se ti ricordi, la prima volta, Gregor Samsa rimase gravemente ferito da una mela che gli era stata lanciata contro dal padre. Kafka stesso ci fornisce il punto debole al quale mirare. Cosa pensi che succederà quando i semi con cui lo avrò colpito subiranno l’effetto di crescita miracolosa del canto di una divinità tolkeniana?»

Crepe.
Iniziano a disegnarsi sottili sul carapace osseo, ma in pochi secondi si allargano; come la ragnatela che si espande da una minuscola fessura sul vetro, l’armatura di Gregor Samsa comincia a cedere, lasciando posto a radici che si piantano salde nel terreno, a fusti e rami, che crescono con velocità esplosiva. La descrizione non può che prolungare il fenomeno come se fosse una sequenza al rallentatore, ma la realtà è che in un solo istante l’enorme insetto esplode in un boato, vaporizzato, lasciando il posto a un maesotoso melo che, in pochissimo tempo, svetta al centro della foresta, superando in altezza tutti gli alberi circostanti.
Dalla sua postazione, il Cecco si alza, raccoglie lo zaino, imbraccia il suo fido M24 e, prima di abbandonare il sito, si concede un’ultima occhiata soddisfatta sulla radura.
«KABOOM. Come dico sempre: “Più sono giganti, più rumore fanno quando cadono”».

Sempre ammesso che rimanga qualcosa da far cadere.

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