lunedì 6 aprile 2015

La nicchia dello zio Tibia.



Un pomeriggio Benny mi spiegò che gli avevano spiegato (esatto, è proprio una di quelle situazioni in cui conosco un tizio che conosce un tizio. Da non confondere con mi servirebbe un rimedio contro le piattole: non è per me, è per un mio amico).
Io manco so più come sono fatte le piattole.
Ma il divagar m'è dolce in questo mare; torniamo sul pezzo.

Benny mi spiegò che in origine l'hipster nasce come alternativo che si appassiona a temi di nicchia perché, in sostanza, il mainstream lo infastidisce (per non dire "gli fa schifo").
Ecco, se il post dovesse chiudersi in questo momento, la morale della favola sarebbe: il Mozzo è un hipster.


Se non fosse che quest'anno l'hipster va un casino (Mugatu, 2001).
Non suona un po' come il paradosso del mentitore "Epimenide di Creta afferma che tutti i cretesi sono bugiardi"?

Un bel dilemma.

Per fortuna, in nostro soccorso giunge la terminologia dell'arte che distingue la poetica, intesa come l'insieme dei contenuti ai quali l'hipster è affezionato, dall'estetica, cioè il mero outfit (parola insegnatami dal Buon Benny).
Marchiatevelo a fuoco nel cervello: discernere la differenza tra concetto e forma è l'arma più potente a disposizione per combattere il granfalloon.

Questo termine, coniato dallo scrittore Kurt Vonnegut nel romanzo Cat's cradle, corrisponde al fenomeno che in psicologia sociale viene definito paradigma del gruppo minimo e sul quale fanno affidamento alcune tecniche di persuasione, spesso utilizzate da demagoghi e pubblicitari: in un gruppo di persone, anche sconosciute, è più facile sentirsi a proprio agio se si trova un elemento comune, anche del tutto casuale, nel quale identificarsi.
Uno stendardo, un'etichetta che, in automatico, crea una separazione, una contrapposizione, nei confronti del resto del mondo.
Fateci caso, è presente a ogni livello: religioni, tifoserie sportive, PC versus Apple, team edward contro team jacob, le case di Hogwarts, biologi contro naturalisti, la guerra tra console di videogiochi. 
Henri Tajfel, in un esperimento, riuscì a creare una maggiore sintonia tra sconosciuti dividendo il campione in "teste" e "croci", sulla base di un casuale lancio di moneta.

Nerd is the new sexy.

Steampunk is what happens when goths discover brown.

Emo, vegan, metallari, runners, indie, gamers, fricchettoni, swag, punk, palestrati, otaku, vintage.
Gli Illuminati ci sguazzano nel granfalloon; e con "Illuminati" non sto teorizzando alcuna cospirazione, ma solo riferendomi a tutte le persone, organizzazioni, aziende, associazioni, chiese o fazioni che da sempre traggono beneficio da una massa di cervelli spenti. Non vorrei sembrare polemico; io uso "Illuminati" come un tropo, uno stereotipo del desiderio di controllo: se volete un esempio tratto dalla finzione, così da non urtare alcun tipo di sensibilità, potete considerare la specie aliena in Essi vivono di Carpenter, pellicola di fantascienza degli anni Ottanta in cui si rappresenta un'evidente critica al conformismo e alla società consumistica.


Piccola parentesi, che si ricollega al discorso "contenuto e forma": cercando l'immagine qui sopra, una delle scene più famose del film, ho scoperto che la parola OBEY, scritta con un font molto simile a quello che si vede sullo sfondo, è diventata il marchio di una linea d'abbigliamento molto swag.


Comunque, torniamo all'interrogativo iniziale: Mozzo, sei un hipster?
A questo punto direi no, o perlomeno non proprio: sono orgoglioso di aver avuto e di avere delle passioni di nicchia, ma allo stesso tempo mi esalto ancora con il trailer di Skyrim e, in compagnia del Buon Benny, non mi perdo una tamarrata cinematografica, che sia Pacific Rim, l'ultimo cinecomic di casa Marvel o Mad Max: Fury Road.
Sono sfaccettato.
Ho gli strati, come le lasagne [cit.], e non permetto che uno solo di essi mi definisca nella mia totalità.
Ciò che rimane della mia componente hipster si coniuga alla perfezione nell'espressione: 

"Vi odio tutti, ma amo ognuno di voi. Ovvero two is company, three's a crowd."

In un gruppo di persone, a meno di non essere stronzi, la qualità della conversazione si abbassa sempre al livello della persona meno competente, così che possa essere fruibile da tutti e nessuno venga escluso.
Su questo principio sono d'accordo, anche perché molto spesso la persona meno competente sono io ma, secondo me, esiste un corollario per cui, se si applica oltre un certo limite, come ad esempio la massa di consumatori, anche un ottimo argomento tende a risentirne, scadendo nell'eccessiva semplificazione, se non addirittura nella banalizzazione.
È ciò che, purtroppo, è accaduto negli ultimi anni a molte delle mie passioni di gioventù che, quando mi avevano affascinato, erano molto meno di moda.
Parlo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, che ho letto intorno al 2005-2006; parlo degli zombie, ho guardato la "Trilogia dei morti viventi" e giocato i primi Resident Evil a fine anni '90; parlo dei supereroi, il mio primo fumetto dell'Uomo Ragno 2099 era datato 1995.
Per farvi un esempio: se dico Vendicatori (già alcuni non capiranno, perché adesso anche in Italia si chiamano Avengers), a molti di voi verrà in mente un'immagine del genere.



Sei personaggi in cerca di Loki.
Per me, invece, è così.



Con questo non voglio dire che tutti debbano recuperare settanta e passa anni di fumetti Marvel o conoscere a memoria la biografia di Romero per potersi definire fan (io per primo ho un sacco di lacune); ma almeno non soffermarsi solo alla superficie preconfezionata e rifilata dai mass-media.

Dialogo tra due amiche, ascoltato di nascosto nella sezione fantasy della FNAC di via Roma (R.I.P):
A (indicando Il trono di spade):«Ah, questo è bello».
B:«L'hai letto?»
A:«No, ma fanno la serie televisiva».
B:«E ti sta prendendo?»
A:«Non la guardo. Ma mi hanno detto che è bella».
È un caso estremo, ma è una storia vera.

Capisco anche come sia quasi impossibile rivolgersi a un ampio numero di singoli individui: scrivendo questi post in stile "chiacchierata al Convitto", mi sono infatti accorto di come mi venga naturale usare il "voi" piuttosto che il "tu"; come se stessi parlando a un gruppo e non a una sola persona. Forse perché tête-à-tête si ha un dialogo, fatto di botta e risposta mentre, d'istinto, il concetto d'interlocutore non interattivo nella mia mente è associato a un pubblico da presentazione in PowerPoint, muto e molteplice.
Tutto ciò non è molto filosofico, rendendomi tra l'altro un gran figo?

Sicurissimo che tu, amato lettore, non appartenga a quella schiera di bimbiminkia senza cervello, pensavo di usare questo Six feet under come cappello introduttivo per una serie di successivi articoli in cui sviscerare un po' meglio quei temi sulla cresta dell'onda ma che, ai miei tempi (Elder Mozzo), non si filava nessuno.
Benny mi odierà per questo, perché abbiamo in programma qualcosa di simile anche per il "pianeta lettura" e lui ci tiene a tenere tutte le rubriche ben separate.
Ma sai che ti dico, Benny?
Le rubriche separate sono granfalloon.
Mescoliamo le carte in tavola, perdinci!
Il nostro pubblico è in grado di capire tutto, pure i post alla rinfusa.
Noi non abbiamo fan.
Abbiamo Scripto-amanti.
E gli altri sono solo lettori.

Nessun commento: