venerdì 3 aprile 2015

Messere Aprile fa il rubacuor.



Dovresti scrivere qualcosa sull'amore, ma in quel tono cinico che ti riesce tanto bene.

Eh, ti sembra facile; come se l'amore non fosse un argomento già abbastanza inflazionato, come i doppi sensi sulle banane o sui cetrioli.
E poi è una passerella così stretta da attraversare, insidiosa, ti distrai un attimo e, bum, cadi nella generalizzazione, che è un modo gentile per dire banalità.

Esistono diversi tipi di amore.
Quanto t'innamori attraversi diverse fasi.
Eh, l'amore rende tutti un po' scemi.
Visto? Basta tanto così.

Quindi, che fare?
Boh, visto che ormai il post è andato in vacca, tanto vale prendere queste frasi da cioccolatino, calarci dosi di cinismo come se fossero anabolizzanti e pomparli come culturisti del romanticismo disilluso.

E a chi pensa che nei miei pezzi faccia troppi riferimenti alla musica metal, sappiate che questo brano va letto con Carlo Buti a palla.

Il primo tipo, o la prima fase, è quella che si vede in Bambi, l'amore che rincitrullulisce [cit.]: è primavera, svegliatevi bambine; giro per Torino in cerca d'ispirazione, mi guardo intorno e vedo un fottio di coppiette che si tengono per mano, ridono, scherzano, si danno spintoni, si baciano e urlano.
Ma stai a scherza'?
Uh, e vieni qua!
Amo', quanto sei scemo!
E ci ci ci, ciu ciu ciu o, come cantava Pippo Franco nell'83 (ottima annata), chi chi chi, co co co, curu curu curu curu cù, qua qua.

L'unica spiegazione che la mia logica da zitella riesce a fornire è che Cupido esista davvero; che con i suoi strali intinti nel miele colpisca sempre dritto al cuore di ogni fidanzatino di Peynet e che il centro secco provochi una forte emorragia, con conseguente calo della pressione sanguigna e un drastico crollo dell'apporto di ossigeno al cervello.
E non fraintendete, non sto giudicando nessuno: pure io ho avuto il mio momento da Amorino tenerello, ma adesso, con un palco da cervo in calore che protrude dalla mia testa, non assomiglio più tanto a Tippete tra i fiori.

E così possiamo introdurre in scioltezza il secondo tipo, o fase; quello che meglio mi rappresenta e che, a raccontarlo, pare più adatto a un film di Dario Argento che a un romanzo di Federico Moccia: quell'amore che appare come un vero sentimento solo dopo che gli hai scrostato via uno strato alto un dito di elementi da ossessione un po' malata.
Sulle note di Vivere, sempre con la splendida voce del maestro Buti in sottofondo, andiamo innanzitutto a esaminarne l'aspetto fisiologico: se dovessi spalancarmi il torace con una sega sternale, sono sicuro ci troveresti un bel grumo di ovatta imbevuta di colla da tassidermista, un po' di segatura e delle nuvolette di gas verdastro che puzzano di disinfettante e linoleum da laboratorio; ciò che resta del mio muscolo cardiaco si trova ancora incastrato tra le fauci della megera che se l'è portato via insieme a centottanta euro per la sterilizzazione di due gatte o, nel caso di spiriti affini al mio, insieme ai soldi della casa presa in comproprietà.
Questo, però, non fa di noi delle persone insensibili; orribili, forse, ma non incapaci di provare ancora affezione (o infezione) per qualcuno. 
La differenza principale sta nell'idraulica e, per noi, il sentimento romantico è una questione di vasi comunicanti.
Nel mio caso, i vasi sono timidi e comunicano ben poco.
Con questo grosso tappo di imbottitura nel petto, il sangue schizza verso l'alto, andando a irrorare i neuroni come uno tsunami d'amore (aw, che bella immagine) e rendendoli, per quanto mi riguarda perlomeno, molto più efficienti.
Ti è mai capitato, osservando una persona che ti piace, di sentire, invece delle classiche nuvolette di zucchero filato rosa che offuscano i pensieri, una chiarezza mentale quasi cristallina, come se in quel momento potessi formulare con maggiore rapidità pensieri di qualità migliore?
E, per magia, assorbi con più facilità i dettagli, colleghi particolari e hai più intuizioni del solito; se poi sei esagerato come il sottoscritto, riesci a carpire informazioni prima ancora che lei ti abbia anche solo rivolto la parola.
Può sembrare un po' inquietante, lo so e me ne rattristo, perché ti assicuro che in questa sensazione non c'è nulla di morboso. In quei momenti, comprendo appieno le invocazioni alla Musa degli antichi poemi epici: è indescrivibile quanto sia inebriante accorgersi del mutamento in atto, dell'acuirsi della percezione; le parole che fluiscono attraverso la penna come un fiume in piena; le pagine che si riempiono senza riuscire a stare al passo con i pensieri che imperversano nella testa.

In conclusione, sì, anche i cinici s'innamorano ancora. 
Forse si entusiasmano meno, o meglio, lo fanno con più cautela, perché non vogliono bruciarsi una seconda volta e magari vituperano le coppie al primo stadio, un po' per invidia, un po' per malinconia, perché non si può tornare indietro.
Mi domando se esista un terzo livello e, se sì, come lo si raggiunga.
Immagina cosa potrei scrivere in quello stato.

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