mercoledì 22 aprile 2015

This is Bill Mothafucka Shakespeare!



Hai presente la questione omerica? Intendo quel dibattito che dall'antichità ai giorni nostri impegna fior di filologi (ciao Vale) che, poverini, si spaccano la testa per decidere se Omero sia davvero esistito o se sia una sorta di pseudonimo al quale attribuire l'opera di molteplici menti, la cui summa risponde ai nomi di Iliade e Odissea. Insomma, una sorta di ensamble della tradizione orale (vedili come i Wu Ming dell'antica Gracia).
E' curioso come le circostanze riescano, a volte, a unire eventi del tutto slegati facendoli sembrare così simili. Come se tutto fosse collegato. Certo, detto così suonerebbe fatalismo, e noi non vogliamo sembrare fatalisti. Sono solo coincidenze ("Nessuna coincidenza, Delia. Solo l'illusione di una coincidenza.")

Gli studiosi indicano con First Folio la prima pubblicazione delle opere di William Shakespeare. Per capirci, quella ufficiale. Perché il buon vecchio Bardo, in vita, faceva un po' di tutto: componeva, recitava, dirigeva. Era normale che, scrivendo un'opera, producesse bozze (i così detti foul papers), appunti, annotazioni; che modificasse alcune scene in funzione dei gusti particolari del pubblico. Col risultato, immagino, che alla sua morte ci fosse una montagna di materiale e un gran casino nel decidere cosa pubblicare e in quale versione. Letto comunque il risultato finale, direi che Mr. Hemings e Mr. Condell abbiano fatto un ottimo lavoro.

Ho molti nomi, tu puoi chiamarmi Mozzo. Sono un hobo, un senza tetto. Vivo negli angoli più sporchi della tua città: dormo nelle tue stazioni della metro, deietto in antri bui, mingo su Usul, la base del pilastro; mi nutro di rifiuti e fumo i mozziconi ancora accesi che getti prima di salire di fretta sugli omnibus. Non ci crederesti mai, ma ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia. 
Il problema è che punti il tuo occhio di bue sul palcoscenico sbagliato: nascosto dal sipario del tuo campo visivo ("non badare all'uomo dietro la tenda")  c'è il mio stile di vita, che mi permette di assistere a tali prodigi e mi rende l'unico personaggio in grado di cantartene l'epica.
So cosa stai pensando. 
Ma io sto leggendo
Ok, Pignolino, ma questa è la pagina di un blog; quando verrà chiuso sarò in fretta dimenticato e tutto andrà perduto. Considerami un aedo della tradizione cyber-orale, la voce narrante seduta davanti al fuoco, nel pronao del tuo cervello. Perciò apri bene le orecchie, perché non te lo racconterò una seconda volta.
Mr Lordi e UDO cantano They only came out at night. E hanno ragione. Odiano la luce del sole, perché solo quando la società dorme il sonno dei giusti si sentono legittimati a strisciare fuori. Sono l'archetipo del wolfpack: un leader, tre o quattro gregari e il resto del mondo è un rivale da sottomettere. Si aggirano per i vicoli, attraversano i piazzali; seguono itinerari stereotipati, eseguendo ogni volta una via di mezzo tra la ronda di una sentinella e una danza rituale. Se si rimane in silenzio e si presta particolare attenzione, puoi sentire come una colonna sonora, fatta di rumori urbani e versi animali della fauna notturna. La scena acquisisce ritmo e, da un momento all'altro, non mi stupirei se iniziassero a percorrere i portici con passo spavaldo, schioccando le dita come i peggiori delinquentelli di West Side Story.
Sono pacchiani: sfoggiano catene d'oro e brillanti incastonati tra i denti; passeggiano con canne sormontate da pomi di cristallo, alla cui estremità si nascondono lame avvelenate. Indossano abiti gangsta-rinascimentali: velluto e broccato, mescolati a latex e borchie; braghe aderenti e giacche con pizzi ricamati; cappelli piumati e retine che mostrano capezzoli da cui pendono piercing e tatuaggi a forma di teschio. Un immaginario adolescenziale rovinato dai Drughi di Arancia Meccanica e dai Guerrieri della Notte.
Si odiano. Senza un perché, ma fino alla morte.
Sono i Montecchi contro i Capuleti, ma senza la tragica storia d'amore.
Si fiutano dai lati opposti della piazza principale, si avvicinano guardinghi pregustando il sapore dello scontro. Quando ormai le due crew sono a pochi passi di distanza, Ja-Go!, luogotenente del Moro, accende l’enorme impianto stereo che porta con sè sulla spalla, facendo risuonare a palla It’s like that dei Run-DMC. Il guanto di sfida viene lanciato da Yo-Rich, un buffone dal corpo scheletrico.

«You scullion! You rampallian! You fustilarian! I’ll tickle your catastrophe!» 
(Enrico IV, Parte II)

Come scusa? Rissa? Pugni? Quali lame? Ma che sangue e sangue? Che cosa stai dicendo?
Monkey Island non ti ha proprio insegnato niente? I veri manigoldi si sfidano a suon di insulti.
Gli risponde Shy-Lock, detto l’Ebreo.

«He speaks an infinite deal of nothing, more than any man in all Venice. His reasons are as two grains of wheat hid in two bushels of chaff: you shall seek all day ere you find them; and when you have them, they are not worth the search.». 
(Il mercante di Venezia)

Boato di risate, da entrambe le parti, e Shy zittisce all'istante l’idiota danese. 
Uno a zero.
Corre in aiuto del compagno in difficoltà False-stuff, abile nel raccontare menzogne quanto nell’inventare volgarità.

«Your abilities are too infant-like for doing much alone».
(Coriolano)

«Your virginity breeds mites, much like a cheese». 
(Tutto è bene quel che finisce bene)

L’Ebreo non si fa intimorire e a tono risponde.

«A most notable coward, an infinite and endless liar, an hourly promise breaker, the owner of no one good quality».
(Tutto è bene quel che finisce bene)

Ma False non è tipo da farsi mettere i piedi in faccia con tanta facilità.

«Thou hath more hair than wit, and more faults than hairs, and more wealth than faults».
(I due gentiluomini di Verona)

Shy-Lock esita un istante di troppo e, obbligato ad abbandonare la competizione, lascia il posto a Puk(E), esile, mingherlino, dal colorito malaticcio. La sua specialità sono le raffiche, brevi ma affilate.

«Thou art like a toad; ugly and venemous».
(Come vi piace)
«Thou art a flesh-monger, a fool and a coward».
(Misura per misura)
«Thy tongue outvenoms all the worms of Nile».
(Cimbelino)
«Thou art as fat as butter».
(Enrico IV, Parte II)

False-stuff è quasi sopraffatto, ma azzarda un disperato tentativo di recupero.

«Sblood, you starveling, you elf-skin, you dried neat's tongue, you bull's pizzle, you stock-fish! O for breath to utter what is like thee! you tailor's-yard, you sheath, you bowcase; you vile standing-tuck!»
(Enrico IV, Parte II)

Come se non fosse stato neanche interrotto, Puk(E) prosegue con la propria lista di improperi.

«Thou subtle, perjur’d, false, disloyal man!»
(I due gentiluomini di Verona)
«If you spend word for word with me, I shall make your wit bankrupt».
(I due gentiluomini di Verona)
«Thy sin’s not accidental, but a trade».
(Misura per misura)
«O thou vile one!»
(Cimbelino)
«You are as a candle, the better burnt out».
(Enrico IV, Parte II)
«There’s no more faith in thee than in a stewed prune».
(Enrico V)
«Away! Thou'rt poison to my blood».
(Cimbelino)

Si ferma giusto il tempo di prendere fiato, ma tanto basta perché RQ-tio passi al contrattacco.

«Away, you cut-purse rascal! you filthy bung, away! By this wine, I'll thrust my knife in your mouldy chaps, an you play the saucy cuttle with me. Away, you bottle-ale rascal! you basket-hilt stale juggler, you!» 
(Enrico IV, Parte II)

Puk(E) si spaventa e fa un passo indietro. 
Parità. 
Il recupero infonde spavalderia a RQ, che ne approfitta per segnare un altro punto.

«Thou'rt by no means valiant; For thou dost fear the soft and tender fork of a poor worm».
(Misura per misura)

«Thou hath not so much brain as ear wax».
(Troilo e Cressida)

Quest’ultimo insulto proviene dalla lingua nera di A-Ronnie, un vero demone incarnato, che prosegue:

«Thine face is not worth sunburning».
(Enrico V)

«Thou are pigeon-liver’d and lack gall». 
(Amleto)

«If thou dost marry, I'll give thee this plague for thy dowry».
(Amleto)

RQ-tio è sconfitto.
Vedendo il proprio branco in difficoltà, si fa largo Cali-Bane, il capo della posse.
La musica si ferma. Il silenzio scende nella piazza. Questo significa una cosa soltanto. Una sfida tra boss. I due schieramenti si dispongono a formare un cerchio umano. All'interno del ring improvvisato mette piede anche Yo-tell-Yo.
Il Moro.
Mani che battono e tengono il ritmo.
YOh! YOh! YOh! YOh!
L’incontro comincia.
Niente più pause.
Fino alla fine.

«Thou art a villain with a smiling cheek, a goodly apple rotten at the heart». 
(Il mercante di Venezia).

«They lie deadly that tell you you have good faces».
(Coriolano)

«I had rather chop this hand off at a blow, And with the other fling it at thy face».
(Enrico VI)

«Thou art a boil, a plague sore, an embossed carbuncle in my corrupted blood».
(Re Lear)

«Thou appeareth nothing to me but a foul and pestilent congregation of vapours». 
(Amleto)

«He is deformed, crooked, old and sere, Ill-faced, worse bodied, shapeless everywhere; vicious, ungentle, foolish, blunt, unkind; Stigmatical in making, worse in mind».
(La commedia degli errori)

«That trunk of humours, that bolting-hutch of beastliness, that swollen parcel of dropsies, that huge bombard of sack, that stuffed cloak-bag of guts, that roasted Manningtree ox with pudding in his belly, that reverend vice, that grey Iniquity, that father ruffian, that vanity in years?»
(Enrico IV, Parte II)

Il Moro cade a terra, stremato. In bocca, neanche più una goccia di saliva.
Tace.
Troppo a lungo tace.
Ha perso.
In cuor suo lo sa, ma il cieco orgoglio gli sussurrerà nell’orecchio che il vantaggio guadagnato prima della sfida ha la magica proprietà di trasmutare la sconfitta in pareggio.
Cali-Bane e i suoi se ne vanno tronfi.
Ma non è finita.

War never changes.
War never ends.

Exeunt.

Nessun commento: