mercoledì 15 aprile 2015

Wetwords (3/4) - Bombarolo Secondo Tempo



«Mi duole ammetterlo. Sono deluso». Le spesse sopracciglia si contraggono; le labbra si stringono in una sottile linea orizzontale, mentre i denti serrano il bocchino logoro della pipa in un morso carico di frustrazione; tutti i tratti si adoperano, in concerto, a plasmare sul volto una grigia maschera di disappunto mentre, con immancabile eleganza, il Bombarolo mette piede per la prima volta su Juction, quartier generale della Gilda Spaziale.
All’interno della propria unità di contenimento, il Pilota Ambasciatore Edric sembra non avere alcun tipo di reazione emotiva: la figura scarna e pallida galleggia senza peso tra i vapori aranciati del melange; gambe e braccia sono sottili ramoscelli avizziti che oscillano inerti, attaccati al resto del corpo come appendici vestigiali. Gli unici segni di vita si manifestano nell’enorme cranio ipertrofico: vene violacee guizzano come vermi operosi sotto un sottile strato di epidermide quasi trasparente; le nari e la bocca, ridotti a minuscoli pertugi, si contraggono con un ritmo lento per inalare l’aria circostante, satura di spezia; gli occhi, fissi sul nuovo arrivato, si muovono nelle strette orbite per seguirne ogni spostamento. Per un istante, ai lati del lungo collo, una serie parallela di opercoli si apre e si chiude secondo uno schema asimmetrico di comunicazione. L’unità di sostegno vitale in cui è rinchiuso il Navigatore inizia quindi a emettere un ronzio; a quanto pare, il modulo è fornito di un processore in grado di registrare i pattern di contrazione delle branchie vocali di Edric, per poi convertirli in file audio comprensibili a tutti. Infatti, dopo pochi istanti, da una coppia di altoparlanti, installati alla base della capsula, una voce meccanica scandisce con precisione monotòna: «Cosa intende?»
Il Bombarolo sospira, sollevando le spalle in una manifestazione di palese rassegnazione: «Beh, sarà che sono stato abituato alle affascinanti descrizioni di Arrakis o di Caladan. Diamine! Persino del nero e macabro Giedi Primo; mentre qui ci sono solo piste d’atterraggio e hangar per la manutenzione navale a perdita d’occhio. Avete ricoperto l’intero stramaledetto pianeta! Sarò sincero, speravo che almeno il mondo dove ha sede la base principale della Gilda potesse regalare ai visitatori paesaggi esotici o, almeno, un’estetica architettonica di un certo livello. Invece sembra di essere al JFK di New York».
In risposta, un imbarazzante momento di silenzio, quindi di nuovo la voce del tutto impersonale del risponditore di Edric: «Non siete qui per una gita di piacere, ma per essere giudicato: siete stato trovato a vagare su Tupile privo di un’autorizzazione ufficiale. Solo la Gilda conosce le coordinate spaziali per raggiungere il pianeta santuario perciò vi chiedo, come avete fatto a raggiungerlo? Chi vi ha fornito tali informazioni? Per chi operate?»
Prima di replicare, il Bombarolo si concede una lunga e rilassante boccata di pipa: nonostante il tono piatto con cui è stata formulata, la lunga sequenza di domande svela l’estremo interesse da parte dell’inquisitore sull’intera questione. Un’apprensione tale da diventare una debolezza, un punto cioè sul quale poter fare leva. La pausa serve proprio a ottenere una posizione di vantaggio e mettere in chiaro chi, nella trattativa, tiene il coltello dalla parte del manico.
«Mio caro Pilota Ambasciatore, si tranquillizzi. La mia capatina sul vostro segretissimo pianeta-resort per famiglie rinnegate, e mi faccia sottolineare passata del tutto inosservata alla vostra prescienza,serviva solo a dimostrare le mie capacità. Lo consideri come una sorta di lettera di presentazione: ho attirato la vostra attenzione e, allo stesso tempo, spero che considererete sul serio ciò che ho da offrire. Perché, nonostante tutto, ciò che alla fine mi interessa è assumervi come chiunque altro. Per un totale di tre viaggi, ad essere precisi».
«La prego, fornisca maggiori dettagli». Per quanto sia privo di espressività, una volta entrati nel campo degli affari, il Bombarolo può quasi percepire l’interesse sbocciare nel Navigatore Edric, come una vibrazione invisibile, ma persistente.
« I vostri vascelli viaggiano in modo del tutto peculiare: invece di spostarsi verso la destinazione, grazie alla capacità, indotta dalla spezia, che voi Piloti avete di piegare lo spazio-tempo, essi rimangono fermi, comparendo nel momento esatto alle coordinate spaziali richieste. Necessito che mi trasportiate, in determinate finestre temporali, sull’orbita di tre specifiche stelle».
«Prima di stringere un accordo, la Gilda ha bisogno di sapere cosa dovremmo trasportare. Eserciti? Flotte navali? Insediamenti di coloni?»
Prima di rispondere, prevedendo il prossimo scambio di battute, il Bombarolo non riesce a trattenere un leggero moto di imbarazzo: «In realtà si tratterebbe soltanto di me. E del mio bagaglio personale, certo».
Per la prima volta, l’intero corpo senza peso di Edric viene attraversato da uno spasmo all’interno della capsula; forse la massima espressione di sconcerto per una creatura del suo tipo: «Cosa? Chi è lei? Ci sta prendendo in giro?» Una scarica d’interferenza interrompe per un attimo la trasmissione; le frasi del Navigatore devono essersi fatte tanto concitate da mettere in difficoltà persino l’avanzato apparato di traduzione. «Ha idea di quanto costi noleggiare un intero heighliner? Le Grandi Famiglie, e persino interi consorzi commerciali si devono indebitare per poter effettuare un singolo viaggio. E lei ci sta dicendo che vuole effettuarne tre. Mi domando se sia in grado di pagare una tale cifra? E, se sì, con quale valuta».
«La valuta più preziosa dell’intero Universo».
«Melange?»
Il Bombarolo sorride, tirando fuori dalla propria borsa alcuni libri in formato tascabile: «Conoscenza».
L’ambasciatore della Gilda rimane immobile, gli altoparlanti muti. Il Bombarolo cerca di prender tempo, aprendo e sfogliando a caso uno dei suoi volumi; anche se ha ancora il coltello dalla parte del manico, la sua credibilità sta precipitando in caduta libera, facendolo apparire ridicolo alla stregua di un imbonitore da fiera: «Si tratta di informazioni. Informazioni su eventi futuri».
«Noi siamo la Gilda Spaziale. Abbiamo la prescienza. E lei ci sta facendo perdere tempo e profitti».
«La vostra prescienza è in grado di spoilerarvi i prossimi cinquemila anni? Non siete riusciti a prevedere il mio sbarco su Tupile. Non vi ha avvisato che l’attentato contro l’Imperatore Paul Atreides in cui lei è coinvolto, Navigatore Edric, è destinato al fallimento. Come? Un altro tremolio di sconcerto? Siete sorpreso che sia a conoscenza di un piano tanto segreto? Mi domando allora come reagirete quando verrete a sapere che il Bene Tleilax è in grado di fornirvi spezia sintetica, liberandovi dal monopolio imperiale. O quando le Matres Onorate distruggeranno Dune, l’unico pianeta in grado di fornire melange allo stato naturale. O, meglio ancora, quando la Gilda diventerà inutile, perché gli Ixiani saranno in grado di costruire dispositivi meccanici in grado di pilotare le navi al vostro posto».
«Lei…lei sta bluffando. Si sta inventando tutto quanto».
«Può darsi. È una delle possibilità. Ma credo di aver dimostrato con un certo margine di confidenza di essere in possesso di informazioni che consideravate tra le più segrete dell’intero universo fino a quando, colpo di scena, non siete stati smentiti. Secondo me, la domanda che dovreste porvi è: volete, anzi, potete davvero permettervi di sbagliare una seconda volta? Al momento, la Gilda Spaziale è ancora uno dei tre pilastri portanti che sostiene la Grande Intesa; quanto potrà mai perderci davvero se si priva di una sola nave per tre banalissimi viaggi?»
Edric sembra ancora immobile, ma il pulsare delle vene sul suo cranio, che si è fatto ancora più frenetico, indica che sta facendo un rapido bilancio della situazione; da bravo mercante, sta calcolando guadagni, perdite e rischi accettabili. Alla fine, galleggiando tra i vapori della spezia, inchioda lo sguardo del Bombarolo con i propri occhietti da roditore e, per la prima volta, comunica con lui senza l'ausilio della tecnologia, attraverso una dolorosa forma di telepatia: «E va bene, terrestre, mi hai convinto. Ti riserverò un heighliner per tre traversate e sarò io in persona a pilotarlo. Facciamola finita e dammi le coordinate della prima destinazione».

***
Le dita del Bombarolo tastano con cura la grigia massa di esplosivo al plastico: applicando una pressione lieve, ma costante, incastra l’ordigno all’interno della sottile intercapedine creatasi nel punto in cui la superficie del pavimento, curvandosi secondo un’inclinazione del tutto innaturale e incalcolabile, si avvolge su sé stessa formando uno spesso pilastro spiralato che, in più punti, si apre in finestre e lucernari irregolari, dai quali è possibile osservare, sullo stesso piano, sia il cielo soprastante che le scogliere di R’lyeh, sbattute dalle onde dell’oceano. Fissata la carica, estrae l’innesco da una delle numerose tasche cucite sul giubbotto da artificiere, ne preme le estremità, per poi inserirle in posizione, con precisione e fermezza chirurgica. In quel momento, l’auricolare bluetooth, fissato al suo orecchio sinistro, inizia a ronzare, avvisando una chiamata in entrata. Il Bombarolo sospira, solleva da terra uno zaino modello militare e, mettendoselo in spalla, attiva la comunicazione.
«A che punto sei?»
«Cecco, sai benissimo che la trasmittente serve solo per le comunicazioni d’emergenza. In caso contrario, manteniamo il silenzio radio».
«Ma è un’emergenza. Non è neanche un mio incarico e mi sto annoiando. Quanto ti manca?»
Il Bombarolo tira fuori dalla tasca laterale del pantalone la mappa dell’isola, i cui quadranti a geografia non euclidea sono stati georeferenziati da Escher in persona, per segnare con un lapis rosso la bomba appena posizionata: «Questa era l’ultima. Continua a monitorare la situazione, io ti raggiungo il prima possibile.»
«Sono un tiratore scelto, Doc. Perché devo stare qui ad ammirare il firmamento? Io sparo alle persone, mica faccio gli oroscopi».
«Ti ho descritto il piano durante il briefing».
«Può essere che non stessi ascoltando. Ripetimelo».
Poiché la fase più pericolosa è ormai conclusa, e non è più necessario mantenere la mente vuota per evitare errori, alzando gli occhi al cielo, evidente sintomo di esasperazione, il Bombarolo inizia a spiegare mentre, con molta cautela, attraversa in discesa verticale un tratto orizzontale di fitta giungla lussureggiante.
«Dalle mie ricerche risulta che, a differenza degli Dei Esterni, come ad esempio Azathoth, i Grandi Antichi non siano entità astratte. Sono creature di altri mondi, quello sì, ma pur sempre materiali. E quindi, in teoria, distruttibili. Nel 1952, August Derleth aveva cercato già una volta di eliminare Cthulhu e la città di R’lyeh, con un bombardamento atomico ma, nonostante gli ottimi risultati descritti nel suo racconto The Black Island, il suo fallimento è tutt’oggi evidente».
«Non capisco, Doc. Se non sono riusciti con una testata nucleare, come pensi di potercela fare con del banalissimo C4?»
«Il fiasco di Derleth non fu causato da una scarsa potenza della deflagrazione. A mio avviso, il punto focale, è espresso nei versi di Abdul Alhazred, che troviamo ne La città senza nome:

 “Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire."

L’errore è stato bombardare Cthulhu prima che si fosse risvegliato. Infatti, finchè è dormiente, il Grande Antico è a tutti gli effetti immortale».
«Quindi Doc, tu avresti intenzione di svegliarlo e di farlo saltare in aria?»
«Esatto ».
«E io, scusa, a cosa ti servo?»
«In realtà, Cecco, la nostra operazione sarà di più ampio respiro. Dopotutto, i pirandelli ci pagano per l’eliminazione definitiva di Cthulhu».
«Non ti seguo».
Il Bombarolo si siede su uno strano ceppo di legno marcescente; sembra che gli antichi edifici abbandonati abbiano trasformato l’intero ecosistema circostante: la fauna e la flora hanno assunto un aspetto alieno, distorto, pur rimanendo tutto sommato innocue. Non può spiegare il piano al cecchino camminando; se deve essere chiaro nei minimi dettagli, così da porre fine alle sue interminabili lamentele, ha bisogno di fermarsi, sedersi e raccogliere i propri pensieri.
«Quando ho cominciato ad elaborare il piano, ho preso in considerazione anche la possibilità che, una volta distrutto, Cthulhu potesse con il tempo rigenerarsi; rimane pur sempre un Grande Antico, e Lovecraft non precisa mai quali siano le sue vere capacità. Allo stesso modo, l’autore non specifica mai quali siano le famose stelle il cui allineamento permetterebbe il risveglio della creatura. Quello narrato ne Il richiamo di Cthulhu, ha luogo nel 1925: ho parecchi documenti dell’epoca, in quell’anno mi sono laureato ad Harvard, perciò è stato facile trovare le giuste informazioni di carattere astronomico».
«Bla bla bla. Vai al punto».
«Una volta identificate le stelle, le tre che stai osservando con il telescopio, avevo bisogno di qualcuno che le tenesse sotto osservazione e mi avvisasse via radio non appena avessero iniziato ad allinearsi».
«Cosa che sta accadendo proprio adesso». In concomitanza con la comunicazione del Cecco, i rumori della natura si quietano tutti insieme mentre, da lontano, inizia a risuonare un terrificante rombo, pari al fragore di un maremoto, ma amplificato da una titanica cassa di risonanza. Il cielo si oscura, nubi grigie come metallo si raggruppano riversando cascate di lampi e tuoni, mentre una colossale figura si solleva con estrema, inesorabile, lentezza.
«Come previsto, mi trovo fuori dalla portata delle esplosioni. Perfetto». Con un sorriso beffardo sul volto, il Bombarolo sgancia dalla cintura il detonatore: un telecomando dall’aspetto antiquato, dotato di un singolo interruttore a levetta, che attiva con il semplice movimento dell’indice. Confrontato con il poderoso muggito del mastodonte ridestato, l’eco delle detonazioni è uno scoppiettio quasi ridicolo.
«Come stiamo andando?» Domanda urlando il Cecco.
«Funzionerà. Ho studiato la geometria non euclidea sia della città, sia dell’anatomia impossibile di Cthulhu: le cariche sono piazzate in modo tale da disintegrare i principali punti portanti. Non appena si solleverà, l’enorme peso farà il resto: le zampe si spezzeranno e, allo stesso tempo, il terreno sotto i suoi piedi cederà. Inoltre, esploderà ciò che dovrebbero essere i polmoni e, una volta incendiatosi il gas in essi contenuto, inizieranno a bruciare anche gli altri organi interni».
Messo da parte il detonatore, il Bombarolo impugna un binocolo ad alta risoluzione: «Dalla mia posizione ho un’ottima visuale. Va tutto secondo i piani». L’enorme mole di Cthulhu viene per un istante attraversata da un fremito: ferite si aprono in più punti; spire di fumo turchese si avvolgono nel cielo come draghi avvinti nella lotta; sulla pelle viscida del mostro divampano incendi, fiamme alte come interi palazzi, fuoco dalle sfumature innaturali, che dal verde virano al viola, per infine sfociare in un arancione screziato di rosa.
«Queste visioni mi richiamano sempre alla memoria i versi di un antico scritto Indù».
«Ehi Doc! Basta citazioni dal Bhagavadgita, diventi stucchevole. Piuttosto, abbiamo un problema con le stelle. Sembra che si stiano spegnendo».
Per poter rispondere al compagno, il Bombarolo è costretto a gridare a sua volta nel microfono per poter sovrastare il terribile frastuono che lo circonda: «Non ti preoccupare, Cecco. Quello che stai osservando, è la seconda parte del mio piano».
«Mi stai dicendo che è opera tua?»
«Mi sono fatto costruire da Lars Powderdry una mazza da battaglia Krikkit: secondo l’autore che l’ha ideata, si tratta di un’arma multi-uso che, se agitata in una certa direzione, può scatenare uno spaventoso arsenale di granate, dai più piccoli congegni incendiari, a supercongegni iper-nucleari maxi-sterminanti in grado di polverizzare una grande stella. Una volta in mio possesso, ho ingaggiato Edric, Navigatore della Gilda Spaziale, affinchè mi conducesse in prossimità dei tre obiettivi: Alfa Lyrae, Alfa Bootis ed Epsilon Eridani».
«Le tre stelle che, allineandosi, avrebbero fatto risvegliare Cthulhu».
«Corretto. Avendo ogni stella una particolare posizione, la loro luce ci mette tempi diversi ad arrivare sulla Terra; ho dovuto quindi creare un modello matematico che mi dicesse quando avrei dovuto distruggere i singoli corpi celesti, per far sì che si spegnessero sul nostro pianeta nello stesso momento. I Piloti della Gilda Spaziale si spostano ripiegando lo spazio-tempo, perciò per Edric non è stato un problema trasportarmi dal passato al futuro e viceversa. Una volta cancellate dall’universo, sono tornato sulla Terra in tempo per l’allineamento. L’ultimo. In questo modo abbiamo annientato il corpo di Cthulhu, e distruggendo le stelle, impediamo che possa mai più risvegliarsi».
Nel frattempo, i crolli e le urla disumane del Grande Antico si sono spente, insieme ai roghi che hanno consumato le pazzesche mura di R’lyeh, ormai in cenere. Il Bombarolo si rialza, lisciandosi i calzoni con le mani, osserva per un’ultima volta la cartina e, individuata la direzione corretta, si rimette in viaggio: «Missione compiuta, Cecco».
«Ehi Doc, aspetta. Quindi abbiamo estinto Epsilon Eridani, Alfa Lyrae e Alfa Bootis?»
«Sì, perché?»
«Temo che Asimov si incazzerà parecchio».
Un altro sospiro di rassegnazione da parte del Bombarolo: «Rendez-vous al sito di estrazione tra venti minuti. Chiudo».
È mattino inoltrato, il sole è tornato a brillare e il cielo è sgombro; l’aria è frizzante e il mare non sta creando alcun problema mentre il Cecco, al timone, sta impostando la rotta di ritorno: «Ehi».
Il Bombarolo è steso sul ponte: indossa nuovamente un completo elegante, nonostante gli schizzi di acqua salata lo raggiungano dal parapetto; sta fumando in ozio la pipa, all’ombra della tesa del cappello, calata stretta sul viso: «Che c’è?»
«Stavo pensando ai pirandelli: ci hanno pagato per fare fuori Cthulhu, e lo abbiamo fatto. Ma chi assicura loro, una volta tolto di mezzo, che i personaggi, americani e russi, ricominceranno a farsi la Guerra Fredda come se nulla fosse?»
«Non ti preoccupare, Cecco. Se ne sta occupando la Malmignatta».
***
«E così sei un chirurgo. Salvi la vita delle persone. Dev’essere così eccitante!» La risata della ragazza attraversa l’aria fumosa del club moscovita; è un po’ roca e sguaiata, il tono di voce di chi ha già fatto qualche giro di vodka durante la serata ma, nonostante i modi un po’ rozzi, il medico non riesce a staccarle gli occhi di dosso. E’ una dea: un corpo perfetto, fasciato in un tubino vinaccia, scollato e senza maniche; i seni sodi stanno al loro posto, sfidando la gravità senza l’aiuto di alcun sostegno; i capezzoli sono piccoli e tanto appuntiti che quasi bucano il tessuto; la carnagione bianchissima e i capelli, tagliati caschetto, sono neri come il petrolio, ad esclusione di una singola ciocca rossa, che scende invitante lungo l’orecchio destro. E’ seduta su uno sgabello, al banco; le gambe lunghe e affusolate sono accavallate, lasciando intravedere una panchira di slip in pizzo nero; un piede, avvolto da un sandalo con tacco a spillo, dondola ipnotico al ritmo della musica in sottofondo.
«E mi stavi raccontando che sei anche figlio di un pezzo grosso del Partito».
«Da. Ma non amo parlarne troppo. Preferisco che la gente si faccia un’opinione conoscendo me, non il mio albero genealogico».
La ragazza ride una seconda volta, agitando la testa avanti e indietro:«Oh oh oh! E sei pure modesto. Ma quanto sei carino. Perché non ti siedi e bevi qualcosa con me? Cameriere! Vodka per tutti!»
Il giovane chirurgo fatica a fare un  passo verso l’uscita del locale: «A dire il vero, dovrei andare. Questa sera sono reperibile in ospedale. Ho appena chiamato, dopo aver sentito vibrare il mio cicalino, e pare stia arrivando una paziente da operare. È urgente, e ho già bevuto più di quanto fosse ragionevole per un medico in servizio».
La ragazza lo afferra per la cravatta, tirandolo a sé; avvicina la bocca al suo orecchio e, dopo avergli leccato il lobo con una lingua rossa come il peccato, sussurra: «Offrimi da bere e forse potrai vedere nuda prima me della tua paziente».
Incapace di resistere a un invito del genere, il medico sposta con delicatezza lo sgabello libero alla destra della tentatrice e, buttando giù in un solo sorso il cocktail offertogli dal barista, ne ordina un secondo giro. La giovane lo guarda e, sorridendo, solleva il proprio bicchiere: «Un brindisi alla tua fortunata paziente, come hai detto che si chiama?»
«Natalia. Natalia Bogdanova Ramius».

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