mercoledì 20 maggio 2015

Aut / aut



Al mondo esistono 10 tipi di persone: quelle che conoscono il sistema binario, e quelle che invece no.
Quelli che salano l'acqua per la pasta
«Ah cazzo, mi sono dimenticato di mettere il sale!»
e Benny.


«Moz, ho letto la bozza che mi hai mandato de Le ascelle di Cariddi. Niente male; l'idea dei ragni che stridono mentre ti corrono incontro è terrificante. Pasta corta o spaghetti?»
Toc toc, tamburello con la nocca sulla mia faccia di cartapesta: «Spaghetti. Sono più facili da mangiare con questa addosso».
Il becco pestifero del Buon si gira; lui è stato previdente, ha scelto una maschera che gli copra solo mezza faccia, lasciandogli libera la bocca. Intanto, nella pentola sul fuoco, le bolle hanno iniziato a salire con più rapidità: «Ma devi tenerla per forza? Non puoi sfilartela un attimo, almeno per pranzare?»
Il mio lungo naso rosso spazza l'aria mentre faccio no con la testa: «Scherzi? E liberare il povero mentecatto, concedendogli la possibilità di iniziare a piagnucolare? Mai! E poi si tratta di un brano pubblicato, chi ci sta leggendo non vuole perdersi la parte più affascinante del mio personaggio».
«A proposito di personaggi» replica il Benny «dobbiamo discutere un attimo della tua protagonista, Laila: è una ginger brillante, indipendente, e sprizza sesso da tutti i pori».
«Troppo stereotipata?» lo ammetto, mi era venuto il dubbio di aver esagerato.
«No, va bene. Ma se è una femme fatale, non puoi mandarla sempre in giro scalza o con ai piedi delle paperine. È un pugno nell'occhio».
I tratti da tengu sul mio viso si aggrottano ancor di più: «A me non piacciono le donne coi tacchi: quando camminano sono ridicole; sembrano dei trampolieri ubriachi».
Benny sospira, come sempre, di fronte alla mia intransigenza sull'argomento scarpe; è scontro aperto da anni, non c'è spazio per trattative o prigionieri: «Ma per come l'hai vestita nelle scene d'azione, sono necessarie delle decoltè: valorizzano lo stacco di coscia e le donano una silhouette più slanciata, rendendola più appetibile per i signori della guerra a cui sta dando la caccia».
«No. Le scarpe alte deformano il piede in modo grottesco; se avessi voluto un'eroina capace di inseguire i propri bersagli correndo sull'appoggio delle sole dita, avrei usato un velociraptor. Mmm, un velociraptor, mica male come idea».
«E ti ho tagliato quella lunghissima descrizione. Diamine, sembravi Tarantino che si masturba davanti agli alluci di Uma Thurman. Dai siediti che è pronto».
Gli punto contro la forchetta, da cui pende davvero poco minaccioso un pezzo di peperone in agrodolce di Carmagnola: «Non mi offendo solo perché per il paragone hai scelto la sua ultima pellicola davvero valida».
«Ma che dici? Bastardi senza gloria è un filmone».
Quelli che adorano Tarantino anche dopo Kill Bill.
«È una merda» 
e il Mozzo.

«Qui, se vuoi, c'è il formaggio già grattugiato» mi dice il Buon Benny, passandomi il sacchetto col parmigiano.
«Oh, grazie» rispondo, mentre infilo il primo bucatino nel foro per l'occhio e con la bocca inizio ad aspirarlo. Immagino che da fuori possa sembrare una scena abbastanza raccapricciante: un film horror giapponese in cui un demone tradizionale si dà forchettate negli occhi e piange pallidi lombrichi bolliti.
«Ah, Mozzo, voglio chiederti una cosa: una volta versato il formaggio, tu mischi la pasta con le posate?»
«Sì, perché?»
«Perché questo dettaglio divide il mondo in due macro-categorie. Io, invece, ricopro il piatto con un unico strato di grana e poi inizio subito a mangiare».
«Ma con il mio metodo, si ottiene un'equa ripartizione di sugo e formaggio; mentre come fai tu, una volta eliminato il livello superficiale ti rimane il resto scondito».
«Eh, ma io ho preso da mio nonno, che la sapeva lunga: lui, una volta concluso il primo giro, ne versava un secondo su ciò che rimaneva nel piatto. E così via fino alla fine».
«Certo che ne esistono di dicotomie interessanti con cui dividere il mondo».
«Un'altra è l'anice: o la si ama o la si odia» mi spiega Benny, mentre prepara il caffè.
«Mi ricordo, quando ero al liceo, che il nostro feticcio alcolico era la sambuca flambè: si versava nel bicchiere e le si dava fuoco; poi coprivamo con la mano in modo da creare il vuoto e scuotevamo un paio di volte; alla fine bevevamo ciò che rimaneva alla goccia e, subito dopo, inspiravamo i vapori generati dalla combustione. Ci sentivamo davvero dei fighi. Mamma mia quanto eravamo scemi».
«E la sopporti ancora? Perché conosco alcuni che, dopo una sbronza da sambuca, non possono neanche sentirne parlare».
«No no» rispondo col mio migliore tono da alcolizzato risentito «la bevo ancora volentieri. E tu? Sei pro o contro anice?»
«Questa volta siamo d'accordo. Piace anche a me».
«L'alcol unisce le persone meglio dell'amore».
Benny apre uno sportello della credenza, per controllare.
«Ho della sambuca. E anche una bottiglia di brandy quasi finita».
«Che aspetti? Un invito scritto? Versa, versa».

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