mercoledì 13 maggio 2015

Bon apetit. Ovvero, l'appetito vien mangiando



Questa è una storia di ristoranti.
Una storia da gourmet.

La nostra protagonista è seduta al tavolo, apparecchiato per single.
Non si tratta quindi del Botafogo, dove la porzione minima è per due, visto che, dalla cucina, ti portano direttamente la padellazza d'alluminio.
A meno che non voglia sfondarsi di pastasciutta, ma così, ad occhio, non direi: nonostante i suoi sani appetiti, mi sembra comunque abbastanza magrolina.
Potrebbe essere un cinese, di quelli americani però: c'è una piramide di biscotti della fortuna impilata nel piatto e io, qui in Italia, non li ho mai trovati nel menu.
Spezza il primo, quello in cima, e legge:
La strada per il cuore di un uomo passa attraverso il suo stomaco.
Cominciamo bene: tra pancette avariate, spaghetti scotti e capelli nel piatto, la cucina non è certo l'arma più affilata nel suo arsenale di seduzione.
Per questo ha scelto di frequentare trattorie e bistrot.

Riproviamo:
Tutti gli uomini si nutrono, ma pochi sanno distinguere i sapori.
[Confucio]
Ma allora lo fai apposta?
Le sue mani spazzano sulla tovaglia con un moto di stizza, scaraventando a terra l'inutile cumulo di frittura oracolare.
Si guarda allora intorno, scandagliando la clientela alla ricerca di un avventore che possa offrirle un pasto perlomeno decente.

Ci sono tutti, gli habitué, dal primo all'ultimo; in un modo o nell'altro rientrano sempre in una delle categorie che ha imparato a riconoscere e a detestare.
Mostrami come mangi e ti dirò chi sei.
Gli Snob escono di sera, soprattutto per pavoneggiarsi. 
Ne fanno parte gli Schizzinosi, incontentabili pignoli alla costante ricerca del piatto perfetto. S'interessano a una portata solo dopo aver constatato che soddisfi una ridicola lista di standard troppo elevati: qualità degli ingredienti; abilità nella preparazione; precisione dei tempi di cottura, per poi trovare comunque qualcosa di cui lamentarsi.
Gli Esteti, invece, sono diversi: a loro non interessano le caratteristiche organolettiche fintantoché l'impiattamento sia impeccabile e la composizione delle guarnizioni risulti gradevole alla vista.

I Voraci rappresentano l'esatto opposto: li puoi incontrare a ogni ora, ovunque. Dalle bettole ai locali per bene; dai chioschi che vendono panini con la porchetta, alle degustazioni di vini e formaggi DOP, il loro motto è
Francia o Spagna, purché se magna.
Tra loro, i Pozzi Senza Fondo condividono con gli Esteti la totale assenza di gusto: se è commestibile, loro ingurgitano senza pensarci due volte, sminuendo in modo rozzo e volgare tutto l'impegno profuso dallo chef nel realizzare un'esperienza gastronomica memorabile.
I Morti di Fame sono un discorso a parte e, forse, rappresentano l'unica minoranza con ancora qualche speranza di salvezza: questa tipologia di affamato, infatti, non si nutre da così tanto tempo che, nel momento in cui ne ha la possibilità, gusta ogni singolo boccone trovandolo delizioso; non perché sia incapace di distinguere o apprezzare i diversi sapori, ma per semplice mancanza di allenamento. È probabile che, con un'alimentazione sana e regolare, sia possibile addomesticare un Morto di Fame e trasformarlo in un raffinato Gourmet.

In mezzo ci stanno i Confusi, i Presi Male; quelli che non hanno la più pallida idea di cosa stiano facendo, ma che vogliono mangiare a tutti i costi.
Gli Aperitaviti sono bastardi indecisi che, di fronte a un buffet, perdono la testa: la troppa scelta spezza il loro fragile equilibrio mentale, generando l'intenso terrore di perdersi anche solo uno sfizio; per questo cercano di infilare il loro stuzzicadenti in ogni vassoio, sventolandolo a destra e a manca, in un continuo mordi e fuggi che, alla fine, porta a non aver gustato mai nulla per davvero.

Ma la categoria peggiore è composta, senza ombra di dubbio, da chi, come era solita dire mia nonna, ha gli occhi più grandi della bocca, e che la nostra protagonista identifica con la figura di quello che ordina aragosta per entrambi.
Il soggetto, all'inizio, sembra sapere il fatto suo; è piacevole ascoltarlo: trascorre ore a spiegarti che non ci si deve ingozzare; che bisogna prendersela con calma e che, per apprezzarla al meglio, l'operazione richiederà un ritaglio di tempo e pazienza non indifferente; ma poi, quando incominci a prenderci gusto, si rende conto del fastidio che gli dà avere le dita che puzzano di pesce e, mentre sei in bagno a lavarti le mani, abbandona la cena, lasciando il piatto ancora mezzo pieno e una nota scribacchiata al volo in cui ti spiega le motivazioni della sua fuga.
Brutto stronzo!
Non hai neanche pagato il conto.

Possibile che la gente non sia più in grado di godersi i semplici piaceri della vita?
Quando ero bambino, mi insegnarono che sedersi a tavola non dovrebbe essere il mero espletamento di una funzione fisiologica, la nutrizione, quanto piuttosto un'occasione imperdibile per condividere e migliorarsi come persone, traendo godimento da ogni forchettata masticando dieci volte.
La nostra protagonista, invece, si sente circondata da struzzi, la cui unica preoccupazione è quella di prendere in bocca e ingoiare, il cibo, senza il minimo riguardo per ciò scorre in mezzo.
E ciò la infastidisce.
Parecchio.

Mentre addento il panino che mi sono portato da casa, il suo sguardo mi ricorda una voce che gira nel mio ambiente, su un potente trafficante di droga che, un giorno, invitò tutti i suoi luogotenenti sulla spiaggia a mangiare frutti di mare, per poi farli a pezzi uno ad uno usando solo un rompichele.
È in momenti come questo che ringrazio il cielo di essere allergico ai crostacei.

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