mercoledì 24 giugno 2015

Garuda

Garuda è una piccola cincia che sta imparando a volare.
L'ho incontrata un pomeriggio ai Giardini Reali, mi facevo gli affari miei.
Pensavo a te; domandandomi se fosse opportuno chiederti di uscire.
«Allora? Te ne stai lì impalato o hai intenzione di fare qualcosa di concreto?» Mi chiese, aggrappata alla corteccia dell'albero.
«Non so». Risposi «È che ho un tempismo pessimo per questo genere di cose».
Ruotò il piccolo capo: «Non intendevo quello, idiota. Mi aiuti o no a raggiungere il nido?»
«Non credo sia corretto. Dovresti farcela con le tue forze».
«Senti» Mi rimproverò «Sono una cincia parlante; spiccare il volo non è tra le mie priorità».
«Ma la tua voce potrebbe essere un parto della mia follia. Non sarebbe la prima volta» Obiettai.
«Ma se nella tua mente sei già convinto che prendermi e posarmi più in alto sia sbagliato, perché insistere nel chiedertelo?»
Ottima osservazione.
«Non saprei» E feci spallucce, confuso.
«Quindi?»
Ci pensai su un momento: «Mi dispiace, ma no?»
Garuda si lanciò dal tronco, rimanendo sospesa grazie al battito forsennato delle sue alucce: «Bravo!» Si congratulò «Il mio era un test; e lo hai superato».
Si posò a pochi centimetri da me e iniziò a fissarmi.
Il silenzio si fece imbarazzante.
«Si tratta di una di quelle favole in cui il protagonista aiuta un animale, e quello lo ricompensa con un saggio consiglio su come risolvere i suoi problemi amorosi?» Domandai speranzoso.
«No» Rispose la cincia, inclinando indietro la testa e spalancando il becco «Ho fame. Nutrimi».


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