mercoledì 17 giugno 2015

Morale della favola



«Ma che razza di nome è Beltempo?»
Lo sfida, con occhi impertinenti da bambina dispettosa.
Lo intriga; potrebbe essere quella giusta.
Calza sandali: ha piedi troppo grandi, ma a quello si può porre rimedio; indossa pantaloni larghi, di fattura africana: giraffe nere su un motivo di foglie gialle e verdi.
Sulle clavicole sporgenti, sottili bretelline di cotone s'intrecciano alle spalline rosa slavato della biancheria sottostante.
È affetta da quella condizione che colpisce le ragazze non particolarmente prosperose: invece di nascondere, sotto la canotta viola, il reggiseno tiene a distanza il tessuto, creando un'intercapedine che, chinandosi, non lascia nulla di celato.
Infatti, mentre si piega in avanti per cercare il portafogli nello zaino scribacchiato con un Uniposca dorato, riesce a vederle tutto: le piccole mammelle a punta, i capezzoli color prugna; persino il neo bruno sul bordo dell'areola destra.
Aspetta fino all'ultimo prima di distogliere lo sguardo.
È perfetta: in soggiorno, di fianco a Lenora, farà di sicuro un figurone.
«È rinascimentale» le risponde. «Le famiglie di navigatori chiamavano così i figli come buon auspicio. Allo stesso modo, le dinastie militari battezzavano i propri rampolli Malatesta, o Malaspina per spaventare i soldati nemici».
Lei sorride mentre lui immerge il cucchiaino nella tazzina di caffè: tre giri in senso antiorario, per le Dominazioni, uno orario per scacciare l'Apostasia.
Ne beve solo un sorso: il caldo flusso di caffeina scorre sulla lingua, scottandone le papille.
«E tu? Tu come ti chiami?» La interroga.
«Io sono Sara. Ma hai impegni per stasera?»


***
Tornato a casa, ha pensato a lei per tutto il pomeriggio: mentre affilava Porsenna e Cagliostro; durante le scarificazioni alla Lode; persino dopo la vessazione genitale col Laccio Consacrato.
Mentre attende davanti all'ingresso del ristorante, può infine concedersi un momento di calma serafica, crogiolandosi nel confortante peso dello Strumento, proprio sotto il leggero strato della giacca.
«Beltempo, ciao. Scusa il ritardo».
Si gira.
Sta per sorriderle.
Ma quando la vede, le parole muoiono sulla lingua, seccatasi all'improvviso.
È la fine.
Sara attraversa il marciapiede, fasciata in un aderente tubino cinabro che lascia scoperte le spalle; i capelli neri, stirati e sciolti, ricadono, coprendole il collo sottile.
Le gambe mozzafiato, nude e sode, si fondono all'estremità con un paio di fiammanti décolleté dal tacco vertiginoso.
«Beltempo, che hai? Va tutto bene?»
Sta sudando freddo: gli occhi spalancati sono due piattini crepati dal panico che non riescono a schiodarsi dalla ragazza, le cui labbra color ciliegia si stanno pian piano deformando in una mostruosa piaga di preoccupazione.
Le mani tremano e il prurito alla base della nuca sta diventando insostenibile.
Una violazione.
I cieli inizieranno a cadere; gli edifici crolleranno.
I confini del suo campo visivo sfumano e, con un vibrare frenetico di sottili antenne piumate, gli Acari fanno il loro ingresso, giunti dall'Infero per attanagliargli la carne sotto le unghie.
«Ma che cos'hai in mano? Che stai facendo? Ohmmioddio!»
Sara fugge: la silhouette del corpo che si allontana sembra una goccia di sangue che cade dal cielo, ma al contrario.
Che strano pensiero.
Ma nulla ha più importanza quando, infine, la fredda bocca gli bacia la tempia, sussurrandogli salvifiche parole.
Bang!


Rosso di Sara, Beltempo si spara.

Nessun commento: