mercoledì 3 giugno 2015

Original prankster



Il nano è nudo.
Si appoggia a un bastone e ha sul volto una maschera da Pulcinella, nera, di legno, ma oltre a ciò non indossa altro.
Per fortuna, l'epa prominente e le cosce a salume nascondono alla vista le vergogne.
«Chi è l'ultimo?» domanda con voce stridula, mentre con lo sguardo abbraccia l'intera sala d'aspetto.
La stanza è piccola, sembra imbiancata di recente, anche se sono già presenti alcune strisciate nere di scarpa sul muro; su tre dei quattro lati sono posizionate coppie di sedie, una verde e una arancione, con in mezzo un tavolino ricoperto da vecchie riviste di gossip. La quarta parete, di collegamento con la sala riunioni, è trasparente, di plexiglas, ma oscurata da una veneziana di plastica rosa confetto.
Sulla destra, i posti sono occupati da due figuri che stanno confabulando tra loro; il più piccolo dei due, una creaturina dagli occhi cerulei, tanto minuta da poter stare in piedi sul ripiano del sedile e appoggiarsi allo schienale come un teppistello contro un muro di strada, interrompe la conversazione con l'omone barbuto che gli siede a fianco e, voltandosi verso il nuovo arrivato risponde: «Io».
Dopodiché, il folletto non lo degna di una seconda occhiata e riprende a conversare: «Te lo dico io, amico, la tecnologia ci ammazzerà tutti. Il nostro non è mai stato un mestiere da nababbi: pentole d'oro e caverne magiche, quelle sì che rendono parecchio; ma noi, a-ah, siamo tutta un'altra storia. Già ai miei tempi, ingannando i viandanti nel bosco non arrivavi a fine mese; si arrotondava aiutando le massaie, svolgendo qualche lavoretto di casa per un po' di panna e due biscotti. Ma oggi? Oggi le macchine ci stanno rubando il lavoro!»
Il grosso interlocutore annuisce: «Ti capisco, Hob, hai ragione da vendere. Anche io, più di una volta, ho dovuto collaborare a progetti minori o strampalati pur di raggranellare qualche soldo e finanziarmi da solo i miei...»
«Sacrebleu! Questo è un oltraggio! Un insulto!» La porta dell'ufficio si spalanca con violenza e da essa esce una piccola volpe, il pelo rosso ritto e con addosso una piccola tunica color senape tutta stropicciata: «Rifiutato per ridondanza d'immagine. Ma che significa? È una scusa bella e buona per salvaguardare la posizione di qualche raccomandata. Ecco cos'è! Di sicuro non hanno preso quella per il paio di orecchie uguali alle mie. So io come fanno carriera personaggi del genere! Ma non finisce qui! Parola di Renart!»
E, così sbraitando, il piccolo canide parlante se ne va sbattendo l'uscio con rabbia.
«Il prossimo».

***

«Permesso».
«Il suo nome?»
«Welles. Orson Welles».
«Prego, si accomodi».
I selezionatori della Società dei Trickster sono tre, due uomini e una donna. Il primo, sulla sinistra, è il Bagatto: un giovane mago dallo sguardo attento, indossa una pesante tunica rossa e blu, con ricche decorazioni gialle; fa rotolare tra le dita un grosso doblone dorato, mentre di fronte a sé, di fianco al blocco per gli appunti, sono posizionati in modo ordinato un bicchiere vuoto, una bacchetta di vetro e un affilato taglia carte a forma di spadino.
Alla sua destra siede Loki, il capo: alto, affascinante, impeccabile nel proprio completo di alta sartoria asgardiana. Infine, con le sue forme prorompenti strette in un succinto kimono color avorio, c'è una kitsune: metà donna, metà volpe, osserva il candidato con sguardo ammaliante; morbide orecchie da peluche che fremono ai lati della testa e cinque code dal manto dorato che danzano sinuose dietro la schiena.
«Signor Welles, a che categoria appartiene lei?» 
«Come scusi?»
Il Bagatto gli si rivolge con tono gentile: «Cos'è lei? Una divinità minore? Una creatura folkloristica? Una figura allegorica?»
Orson rimane per un attimo interdetto: «A dire il vero, mi occupo di cinema».
Loki solleva subito lo sguardo dal curriculum appoggiato sulla lunga scrivania di cristallo: «Cinema?»
«Sì, cinema. Sono stato attore, produttore e regista».
La kitsune si copre con la mano la bocca spalancata da un moto di stupore: «Lei è un umano
«Beh, mi sembra ovvio».
Il volto del Bagatto s'imporpora di rabbia e indignazione: «Ma lei come si permette? Non può star qui! Questa è l'onorata Società dei Trickster, mica un circolo ricreativo per pensionati! Bisogna avere lustro solo per sperare di poter presentare la richiesta di affiliazione. Bisogna essere grandi! Epici! Dove sta l'epicità in un vecchio e grasso essere umano?»
L'artista americano tira fuori dalla tasca un ampio fazzoletto di seta per tergere la fronte grondante di sudore: «Una volta ho collaborato con una band che suonava power metal. Conta come epicità?»
«Quale band?» Domanda Loki, incuriosito.
«I Manowar».
«Li conosco». Un sorriso illumina il bel viso del dio norreno. «Mi hanno dedicato una canzone. Anche se continuo a preferire gli Amon Amarth».
«Eh... Già... Sono tutti dei grandi artisti».
«Sentiamo» insiste Loki, interessato.
«Come?»
«Ci reciti uno dei brani per i quali è stato coinvolto».
Orson si gratta la lunga barba argentata, trae un lungo respiro e, con sguardo pregno di un magnetismo mesmerizzante, inizia a declamare:



Il Bagatto esulta applaudendo, la kitsune ammicca, facendo l'occhiolino all'anziano attore.
«Ottimo» annuisce Loki «Ha esperienza di grandi burle?»
«Non molta, ad essere onesti. L'unico grande inganno per cui vengo ricordato è stato del tutto involontario».
«La prego, ci racconti». Incalza la kitsune, chinandosi in avanti con crescente interesse.
«Correva l'anno 1938, avevo ventitré anni quando recitai per la CBS una versione radiofonica de La Guerra dei Mondi di H.G. Wells: Howard Koch aveva adattato l'opera in forma di notiziari straordinari che, trasmessi interrompendo la regolare programmazione, avrebbero raccontato in diretta la cronaca di un attacco marziano contro il New Jersey. Sembrava un'idea noiosa, e se fosse dipeso da me, il progetto sarebbe finito nel cestino della carta straccia; invece il pubblico ci credette davvero e si fece prendere dal panico: la gente si riversò per le strade, occupò le chiese per supplicare un intervento divino; qualcuno telefonò persino all'emittente per sapere a che ora ci sarebbe stata la fine del mondo. E come conseguenza conclusiva, invece di finire in galera come sarebbe stato logico, ricevetti un'ottima proposta di lavoro dalla RKO».
«Sublime. Davvero sublime».
«Mica tanto. Quando vollero ritentare l'esperienza a Quito nel 1949, la folla inferocita bloccò gli ingressi e diede fuoco alla sede della radio che aveva messo in onda il programma. Della gente morì per quella bravata».
Il Bagatto si rivolge ai due colleghi: «Ha davvero del potenziale».
«Come se la cava con i computer?» Domanda sorridente la kitsune.
«Computer?»
È Loki a rispondergli: «Al giorno d'oggi, signor Welles, lavoriamo quasi solo su internet: bufale, creepypastas, leggende metropolitane. Il nostro successo più recente è stato il sito bonsaikitten.com: siamo riusciti a far credere all'utenza dell'esistenza di uno studioso cinese disposto a vendere kit per la preparazione di gatti in bottiglia».
«La mia esperienza si ferma al 1985. Ma penso di poter recuperare abbastanza in fretta».
La delusione sul volto dei tre trickster non lascia spazio a dubbi di sorta: «Grazie del suo tempo» conclude serio il Bagatto. «Le faremo sapere».
Il vecchio Orson Welles abbandona mesto il colloquio, attraversando la sala d'attesa: di fianco al nano nudo, che si è presentato come Momo, divinità greca del sarcasmo e degli scherzi cattivi, si è seduto Robin Goodfellow, il logorroico folletto silvano. Sono sue le parole che per ultime risuonano, prima che la porta si richiuda alle sue spalle: «Te lo dico io, amico. La tecnologia ci ammazzerà tutti».

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