venerdì 12 giugno 2015

Sabotaggio



«François, dovresti mettere da parte i tuoi soldi, non berteli tutti in una sola serata. Dopotutto, hai moglie e quattro figli da mantenere».
«E tu, oste, dovresti versare più acquavite nel bicchiere e farti un po' meno gli affaracci altrui. L'alcol mi aiuta a scordare i maledetti guai della vita; e Dio sa se ne ho bisogno in questo momento».
L'uomo dietro al bancone sbuffa, rassegnato a dover di nuovo allontanare in malo modo il povero Chalambert dal locale; ma prima che possa aprire bocca, una voce, dal fondo della sala, lo precede: «Non ti preoccupare, monsieur, questo giro lo offro io».
Si tratta di Ferdinand Racanoche, meglio noto come Fefè, un tipo davvero poco raccomandabile.
Alla sua vista, il padre di famiglia si alza dallo sgabello, accennando un paio di passi barcollanti verso l'uscita: «Lasciamo perdere. Non mi faccio pagare da bere da ladri e puttanieri».
Fefè sorride, sollevando le mani con un'espressione di falsa innocenza: «François, cher François, così mi offendi. Volevo solo essere solidale con chi è più sfortunato di me; si dice in giro che al Tessilificio Paupinier si stiano verificando grandi cambiamenti; che il padrone abbia aperto le porte al futuro».
«Balle! Ecco cosa sono. Balle! Quei maledetti telai a vapore fanno il lavoro di dieci uomini in metà del tempo, togliendo la paga a persone oneste che a casa hanno pance da riempire. Se andrà avanti così, finiremo tutti in strada a morire di fame».
La voce di François s'incrina, scivolando da una rabbiosa reprimenda a un disperato lamento dettato dall'aver bevuto troppo.
Racanoche non si dà per vinto e, agganciando l'uomo sotto braccio, lo indirizza verso il primo tavolo vuoto: «Eh! Come hai ragione. Come hai ragione! Ma questo perché il padrone non ha ancora sperimentato sulla propria pelle gli evidenti svantaggi di questi...questi nuovi aggeggi...» e intanto si esplora l'orecchio con l'unghia del mignolo, lasciando in sospeso la propria affermazione.
Il concetto fatica a farsi strada nella mente obnubilata dell'ubriaco, che domanda: «Non capisco. Cosa stai dicendo?»
«Beh, un telaio a vapore fa il lavoro di dieci uomini, questo è vero; ma se dovesse capitare un incidente; supponiamo che, per un qualsiasi motivo, dovesse rompersi: quante volte è capitato al padrone che dieci uomini si ammalassero e non potessero lavorare nello stesso momento?»
«Quasi mai. E comunque, ci sarebbe sempre qualcuno di riserva che all'occorrenza potrebbe sostituire gli infermi».
«Esatto! Capisci il mio punto di vista? Se anche solo un oggetto dovesse accidentalmente cadere tra tutte quelle ruote e quegli ingranaggi, mandando il meccanismo in malora; scommetto che al padrone tornerebbe subito in mente il valore e l'onestà dei propri lavoratori».
Un barlume di comprensione inizia a rifulgere nello sguardo ebbro di François Chalambert, poi un improvviso dubbio: «Ma nel tessilificio non ci sono strumenti. Gli unici oggetti abbastanza duri da provocare danni sono i sabot di legno che indossiamo ai piedi. Ma sarebbe assurdo».
Fefè se la ride di gusto, dando poderose pacche sulla schiena dell'uomo al suo fianco: «Sarebbe una azione deliberata volta all'indebolimento del nemico, attraverso la distruzione dei suoi mezzi. Un sabotage, se così vogliamo chiamarlo».
Un Sabotaggio.

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