mercoledì 24 giugno 2015

Wetwords (4/4) - Maestro: primo furto



«Uscita dall’iperspazio effettuata con successo. Coordinate spazio-tempo raggiunte Mr. diGriz. Siamo in orbita geostazionaria nella Fascia di Clarke, anno del calendario terrestre 1967».
«GladIS, quante volte ti ho detto di non usare il mio vero nome durante una missione?»
«Con questa sono diciassette, Mr. diGriz».
Ci rinuncio.
Mi chiamo James Bolivar diGriz, meglio noto come Slippery Jim o il Ratto di Acciaio Inossidabile, e sono un ladro professionista. Sono ricercato dalle Forze Speciali in quasi tutti i sistemi abitati della Lega ma, in questo momento, il viaggio a velocità superluminale dovrebbe aver raffreddato la loro pista abbastanza a lungo da permettermi di recuperare il pacco senza incidenti. Non si tratta di un vero e proprio lavoro; diciamo che sto rendendo il favore a un vecchio amico.
I viaggi nel tempo sono sempre una faccenda delicata, perciò ho preferito organizzare un’operazione in solitaria, sostituendo l’equipaggio della nave con GladIS, un’intelligenza artificiale in grado di fornirmi tutto il supporto tecnico necessario. Beh, intelligenza per modo di dire.
«Quanto tempo ci vorrà prima che da terra si accorgano che non siamo proprio un satellite della BBC?»
«Meno di un’ora. Quaranta minuti è la stima più probabile, Mr. diGriz.»
«Chi non ha tempo, non aspetti tempo. Diamoci una mossa». Controllo tutte le cerniere della tuta termoisolante e la bombola di ossigeno, mentre GladIS effettua un’ultima diagnostica sullo capsula per il rientro atmosferico. Quando tutte le luci sono verdi, chiudo il boccaporto e mi metto in posizione: «Ok, diamo inizio alle danze».
«Ricevuto, Mr diGriz. Faccia attenzione».
Sto precipitando verso l’atmosfera terrestre da circa quindici minuti, con gli occhi fissi sugli indicatori di calore per verificare che gli scudi termici stiano reggendo. Nell’auricolare del casco, risuona la voce femminile ma sintetica di GladIS: «Cento chilometri, Mr. diGriz, sta attraversando la Linea Karman».
Sono quasi nella Mesosfera: a questo punto, lo shock layer generato dalle forze d’attrito doverebbe rendere incandescente la superficie emisferica del modulo, vaporizzandone lo strato metallico esterno e creando lunghe scie visibili ai radar. Si entra in scena.
«GladIS, sei penetrata nel mainframe?»
«Affermativo, Mr. diGriz. In quest’epoca, informatica e sistemi anti-hacking sono primitivi e del tutto inadeguati ».
«Ottimo. Monitora le loro attività. E passami in cuffia tutte le comunicazioni radio. Canale due».
«Ricevuto, Mr. diGriz».
Un istante di silenzio, subito seguito dal tono preoccupato di una voce dallo spiccato accento britannico: «Numero 8, a rapporto».
«Trenta secondi fa i nostri radar hanno segnalato un oggetto volante non identificato. Le scie e le registrazioni termiche suggeriscono che si tratti di una meteora o di un satellite abbattuto. Al momento si trova ancora nel nostro spazio aereo».
«Rischi di collisione?»
«Molto bassi, Numero 2».
«Che cosa sta facendo Numero 6? Potrebbe trattarsi di qualche sua macchinazione per creare scompiglio e tentare la fuga?»
«La nostra squadra di sorveglianza ci informa che Numero 6 si trova nella piazza cittadina ad osservare il fenomeno insieme agli altri abitanti. Non è stato rilevato alcun comportamento sospetto».
«Meglio non rischiare. Raddoppiate il numero di agenti sul posto. Numero 47, informi il reparto tecnico di tenere pronti due Rover. In caso d'imprevisti».
«Agli ordini, Numero 2».
Hanno ingoiato l’esca. Gli stolti stanno osservando il dito.
«Mr. diGriz, è entrato nella Stratosfera. Dieci secondi al raggiungimento della quota di lancio».
Ora sì, che inizia lo spasso.
«Trenta chilometri dalla superficie. Luce verde, Mr diGriz».
«Ratto, maledizione! Ratto!».
Tiro la leva, fletto i muscoli e sono in caduta libera. Nel vuoto.
GladIS tiene d’occhio l’altimetro.
«Ventimila metri»
Lancio HALO in tuta alare.
«Diecimila metri».
La mia velocità supera i novecento chilometri orari.
«Cinquemila metri».
Tempo stimato: quattro minuti e trenta secondi.
«Tremila metri. Luce verde».
Spalanco gambe e braccia, iniziando a planare. In mano ho un telecomando fusiforme, una sorta di detonatore, incorporato nel guanto, per impedire che possa sfuggirmi la presa; premo il tasto rosso con il pollice, attivando il dispositivo frenante: intorno alla tuta va creandosi un campo di energia che incrementa la viscosità dell’aria circostante, aumentandone di conseguenza l’attrito; ad ogni giro completato, nella discesa a spirale che sto compiendo verso l’obiettivo, la velocità si riduce di parecchio, assicurandomi un atterraggio sicuro e discreto. Con tutti gli occhi puntati sul modulo, che nel frattempo è esploso, alle sentinelle, o ai sistemi di sorveglianza, non devo essere apparso molto più interessante o minaccioso di un grosso albatross in virata.
Quando infine emergo dai boschi del Villaggio, nei pressi dell’ospedale, sono privo del mio equipaggiamento e del tutto mimetizzato: pantaloni bianchi a vita altissima, camicia a scacchi e una mantellina con i colori dell’arcobaleno. Sono già passati venti minuti dall’inizio dell’operazione, devo sbrigarmi. Mi tocco leggermente il pomo d’adamo e attivo il microfono laringeo: da adesso in avanti potrò comunicare con la nave senza dover parlare; mi basterà infatti formulare le parole a bocca chiusa, e il software di riconoscimento morfosintattico di GladIS farà il resto, ricostruendo il messaggio.
«Sono dentro».
«Ottimo lavoro. Mr. diGriz».
«Non lo sai GladIS?» sorrido «In questo posto nessuno ha un nome. Siamo tutti numeri».
«E lei che numero sarebbe, Mr. diGriz?»
Mi aggiusto il cappello a tesa larga sulla testa e aggancio al petto, in bella vista, la mia spilla identificativa, raffigurante la penny-farthing: «42. Mi sembra ovvio» le rispondo, dirigendomi a passo spedito verso la zona abitata.
Dopo una decina di metri, riesco a intercettare un taxi scoperto per gli spostamenti rapidi; ci salto sopra e, pagando con delle Unità Lavoro false, ma di ottima fattura, ordino all’autista di portarmi verso la grande fontana, nel centro cittadino. Lungo il percorso, GladIS torna a farsi sentire nel mio orecchio: «Singolare. Ero convinta che questa struttura di massima sicurezza appartenesse ad una serie televisiva. Come abbiamo fatto a raggiungerla, senza effettuare una traversata transmediale?»
«In effetti, trovare delle fonti solide è stata una sfida interessante. È probabile che lo show televisivo servisse da copertura: scavando più a fondo, ho scoperto un riferimento nell’opera del Mago; inoltre al Villaggio è stata dedicata una graphic novel, e un certo Xavier Mauméjean l’ha usato come ambientazione in un racconto della serie Tales of the Shadowmen. Pare che il governo inglese sappia costruire armadi molto ben nascosti in cui conservare i propri scheletri». In un paio di minuti, sono giunto a destinazione; guardo l’autista attraverso pollice e indice chiusi ad anello e lo saluto: «Grazie molte, buon uomo. Ci vediamo».
Mi trovo nel cuore della struttura: una vasta piazza circondata da edifici in stile neopalladiano; qua e là verdi prati all’inglese, interrotti soltanto da un ampio pavimento a scacchi e da una fontana dal fondale smeraldino. Rimango immobile qualche istante, osservando intorno a me il resto della popolazione, impegnata col naso per aria a osservare stupita il bizzarro fenomeno celeste.
«GladIS» mi rivolgo silenziosamente alla mia compagna nello spazio «registra le mie coordinate e posizionaci un landmark di estrazione».
«Ricevuto, Mr. diGriz».
«Perfetto. Procediamo. Esegui una scansione ad ampio spettro sull’intera area e segnalami qualsiasi risultato interessante».
L’operazione richiede qualche minuto di troppo; ormai mi rimane meno di un quarto d’ora per trovare l’obiettivo e telare.
«Il laser-cromatografo segnala la presenza di due distinte miscele, una a base di cianuro e una a base di derivati del cloroformio, a est della sua posizione, nel sottosuolo dell’edificio denominato, secondo la cartografia memorizzata nel mio archivio, municipio. Nella stessa struttura, ma a profondità inferiori, si riscontra inoltre un’intensa attività elettrica».
Sicuramente il centro operativo segreto della struttura: una base sotterranea dotata, nei piani più bassi, di caveau di sicurezza nei quali conservano, protetti da trappole soporifere e mortali, gli esemplari top secret. Inizio a incamminarmi verso il palazzo, elaborando mentalmente un piano che permetta d'infiltrarmi senza essere scoperto. La mia preoccupazione principale è che si tratti di carcerieri addestrati a recuperare informazioni da agenti segreti riluttanti a cooperare: nel loro lavoro, come nel mio, il trucco consiste nel pensare sempre una paio di mosse avanti rispetto all’avversario, ma tra giocatori dello stesso campionato, non è mai una passeggiata. Come al solito, GladIS interrompe il treno dei miei pensieri:
«In aggiunta, risulta che la maggior parte del traffico radio abbia origine dall’edificio a ovest, sormontato da una cupola verde. Secondo le informazioni in nostro possesso, si tratterebbe dell’abitazione del Numero 2, il presunto leader eletto per votazione dalla popolazione del Villaggio. Anche se è più verosimile supporre che si tratti dell’agente di collegamento con l’MI5».
Le sue parole mi bloccano; nella mia mente, abituata a ragionare per schemi che prevedano inganni e contromosse, inizia a germogliare un presentimento. E se c’è una cosa che ha altrettanta importanza nel mio mestiere, insieme alla pianificazione e all’arte del raggiro, è imparare quando dare ascolto al proprio istinto.
«GladIS, rilevi segni di camere segrete o sistemi di sicurezza presso la Cupola Verde?»
«Negativo, Mr. diGriz».
«Su quanti piani si sviluppa l’edificio?»
«Secondo le planimetrie, due. Più un solaio adibito a ripostiglio di oggetti d’arte in disuso e vecchi mobili».
Bingo.
«Sai GladIS, una volta, in un pub del quartiere vittoriano, Auguste Dupin mi raccontò di come riuscì a guadagnare cinquantamila franchi recuperando della corrispondenza rubata. Quel taccagno di un francese non mi offrì neanche da bere».
«Molto interessante, Mr. diGriz».
Mentre inverto la rotta, attendo che la zuccona mi faccia la domanda, così da poter raccontare l’aneddoto e fare sfoggio della mia geniale intuizione. Invece niente.
Silenzio radio.
Al diavolo!  Non posso sprecare tempo facendo il pavone in ruota.
Raggiungo in poche falcate l’abitazione del Numero 2, la cui porta si apre da sola, senza neanche bussare; come avevo immaginato, non ci sono guardie, né ombra alcuna di sistemi di sicurezza; salgo le scale saltando i gradini a gruppi di due per fiondarmi senza esitazione verso il polveroso sgabuzzino situato all’ultimo piano: dribblo un paio di vecchie cassettiere ricoperte da lenzuola ingrigite, fino a raggiungere un’ampia parete che fa angolo alla quale sono appoggiati numerosi arazzi arrotolati, statue e vecchie cornici rotte. Mi infilo in ogni angolo, trattenendo il fiato per non starnutire, e infine lo trovo dentro un armadio, avvolto in una consunta custodia di pelle logora. La apro con un temperino affilato e do un’occhiata, per la verifica definitiva.
Porco Demonio!
È proprio lui.
Con mani esperte arrotolo in fretta il pacco e lo infilo in un tubo estensibile, che tenevo nella tasca interna della mantellina, e me lo metto a tracolla.
«Fermo dove sei! Non ti muovere!»
Un uomo davanti a me, mi punta contro una pistola.
Maledizione! Non ho tempo per queste sceneggiate.
Rimango in silenzio. Impassibile.
L’uomo ci rimane male: «Rispondi!» mi intima, agitandomi l’arma davanti agli occhi «Che ci fai qui? Che cosa stai cercando?»
Improvviso: «A dire il vero, una cosa vale l’altra. Dovevo solo distogliere la tua attenzione da Numero 6 il tempo necessario perché potesse fuggire».
Con le informazioni a sua disposizione, è palese che gli stia mentendo; ma facendo pressione sul tasto giusto, anche le menti più fredde vanno in confusione: gli occhi del Numero 2, lo riconosco dalla spilla appuntata sul bavero, rimangono vuoti per un istante; la sua mente è annebbiata da troppe sollecitazioni tutte insieme. Non è molto, ma sono un tipo che si accontenta. La mia mano si spalanca, lasciando cadere una biglia di aria compressa che, infrangendosi a terra, solleva tutta la polvere accumulata nella stanza. È un diversivo ben misero, ma sufficiente: faccio un balzo alla mia destra, verso la finestra, che intanto l’altra mano ha già estratto la zipline: si tratta di un tubo dotato di maniglia e di un grilletto; premendolo, vengono eiettati in direzioni opposte due rampini, uniti da un cavo in acciaio; una volta fissate le estremità, in questo caso una nella parete del solaio e l’altra, attraverso la finestra, nella facciata dell’edificio di fronte, è possibile far scivolare la carrucola sul cavo, per un’uscita di scena piena di stile.
Un vero classico.
«Mr. diGriz, mi dispiace interromperla, ma volevo solo avvisarla che tra novanta secondi saremo oggetto dell’attenzione delle agenzie spaziali dell’intero pianeta».
«Grazie GladIS, sto arrivando».
In realtà, sto attraversando la piazza del Villaggio appeso a una fune, come un pessimo ninja da circo.
«Settanta secondi».
«Accendi i motori». Vedo sotto di me la fontana piena d’acqua.
«Sessanta secondi».
Spero che sia abbastanza profonda. Mi sgancio.
«Quarantacinque secondi».
Splash!
Mi tiro fuori dalla vasca. Sono fradicio. Gli abitanti del Villaggio, ancora scossi dall’esplosione nel cielo, mi guardano come se fossi un marziano. Ma nessuno si muove.
Ho un altro presentimento. Ma questa volta è pessimo.
Proprio verso di me si sta facendo strada un minaccioso Rover: sembra un’enorme e inoffensivo palloncino di gomma bianca, se non fosse che, secondo i miei dati, quando colpisce sia duro come il marmo e abbia la capacità di soffocare le proprie vittime fino allo svenimento. Non si sa quale sia la sua fonte di alimentazione, ma pare sia inarrestabile durante gli inseguimenti.
«Venti secondi».
È a cinque metri di distanza. A me ne bastano due.
«Dieci secondi».
Mi tuffo in avanti.
«Cinque secondi».
Il landmark di estrazione.
«Due secondi».
«GladIS, portami su».

Raggio traente. Che magnifica invenzione!

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