mercoledì 22 luglio 2015

Hachiko il cazzo



Fino a quella sera, non avevo mai visto Benny ubriaco.
O forse ero io.
Possibile?
Che avessi bevuto tanto da intossicare con i fumi dell'alcol le persone vicine con cui stavo parlando?
«Sai Mozzo?» mi disse con lo sguardo fisso sulle proprie mani «Una volta non ero così».
Sbuffai, sprezzante: «Se per questo, neanch'io. Una volta ero felice».
Per un attimo, sembrò ridestarsi: «Perché? Ti senti infelice?»
«No, non infelice». Replicai «Sono... arrabbiato».
«Con chi?»
«Con tutti».
Benny annuì.
«So bene cosa intendi.» Buttando giù l'ultima sorsata di chinotto «Prima di tutto questo avevo un'altra vita; un'altra patria; un'altra famiglia. Ero liutaio. Dio quanto amavo costruire strumenti musicali!».
«Che cosa successe?»

Accadde che, nonostante la loro palese incompetenza politica, gli inuisti vinsero le elezioni, riuscendo a prendere il potere con mezzi democratici.
Loro odiavano chi lavorava il legno, così, senza una vera ragione: in pochi mesi approvarono una serie di decreti, uno peggiore dell'altro; le Leggi della Vergogna, le chiamarono e, alla fine, fummo deportati in campi di concentramento.
La motivazione ufficiale fu per mantenere elevato lo standard del pedigree.

«Hai presente il mio arto fantasma?»
Come avrei potuto dimenticarmene?
In ogni foto che ho, che ci raffiguri, Benny è sempre in posa con un braccio morto: un'appendice inerte, che pende dalla spalla senza vita, adesa e immobile al resto del corpo.
«Quello fu il loro regalo di benvenuto. Mi bastonarono per l'intero pomeriggio: ricordo ancora perfettamente la sensazione delle ossa che si spezzano; l'articolazione del gomito che va in frantumi; i tendini che si strappano e i muscoli che si spappolano, come carne trita sul bancone di una macelleria. Sai perché sono diventato vegetariano?»
Feci segno di no con la testa.
«I pasti: per l'intera durata della mia prigionia, quei cani ci obbligarono a ingurgitare scatolette di cibo umido comprate all'Isola dei Tesori; poi un ufficiale ci passava in rassegna, uno per uno, e c'induceva il vomito, obbligandoci poi a rimangiare tutto, facendo scarpetta nella pozza disgustosa con pane raffermo e pezzi di vecchie suole consumate. Tutto questo per fare punti sulla card e ricevere così cucce più comode».
«Cristo santo».
«Paradossalmente fummo persino fortunati; alle femmine andò anche peggio».
«In che senso?»
«Nel senso degli stupri».
Gli occhi di Benny, o di chiunque fosse stato prima di assumere la sua attuale identità, erano persi nel vuoto; due beccamorti lerci fino alla vita, immersi a scavare nella melma della memoria, per riesumare vecchi ricordi ormai putrefatti: «All'inizio si limitarono a picchiarle fino allo svenimento. Lo facevano per frustrazione: erano morbidi; erano carini, con le loro codine a ricciolo; ma erano anche troppo stupidi per capire che le donne non vanno in calore. Quando alla fine compresero, iniziò il vero e proprio scempio: monte rituali; orge coatte; parti precoci forzati, indotti mediante l'iniezione di farmaci attraverso il bulbo oculare. Mostravano loro quegli sgorbi ancora vivi, quegli ibridi imperfetti che si agitavano tra le braccia guantate di plastica delle infermiere; poi, davanti agli sguardi increduli delle madri, li sopprimevano sbattendogli con violenza la testa contro lo spigolo vivo del tavolo. Si disfacevano dei corpicini frullandoli e servendoli come pranzo durante le pause. Mia figlia, Isabella, era stata catturata insieme a me: ogni tanto mi soffermo ancora a pensare, domandandomi quanti nipoti abbia perso e mai conosciuto a causa di quella pratica atroce e del tutto imbecille».
In quel momento dubitai che la mia mente, per quanto distorta, potesse immaginare qualcosa di tanto malato e capii: Benny mi stava dicendo la verità.
«In pochi sopravvissuti all'inverno, fummo infine salvati da un blitz di Greenpeace. Fu ironico per loro: avevano organizzato tutto convinti che si trattasse di un normalissimo allevamento-lager; ma quando attraversarono i cancelli, erano del tutto impreparati allo spettacolo che si presentò loro innanzi. Ci fornirono i primi soccorsi, e asilo in altri paesi; le nostre nuove case. Diventai volontario per un immenso debito di gratitudine nei loro confronti; dopotutto, se non fosse stato per l'associazione, oggi forse non sarei qui. Con gli anni mi rifeci una vita, una nuova identità, una nuova famiglia; del vecchio me rimane davvero poco. Perlopiù odio: ogni tanto ne vedo ancora qualcuno per strada, con il loro musetto simpatico, la loro pelliccia color spruzzo di diarrea, la coda alzata. La gente che li guarda e sorride intenerita, dio quanto mi urta! Perché così, al guinzaglio, sembrano affettuosi, sembrano fedeli; io li ho visti riempire le piazze animati solo dal cieco odio; marciare per le strade sfoggiando il saluto romano con la zampa; macchiarsi dei crimini più disgustosi e passarla liscia con una sfarfallata di orecchie. Guarda Mozzo, fosse per me, dovrebbero morire tutti; dal primo all'ultimo. Maledetti Akita inu!».

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