mercoledì 15 luglio 2015

Wetwords (4/4) - Maestro: seconda semifinale



Non importa in quale epoca o a quale genere appartenga, per il Bombarolo New York rimane sempre e comunque la città migliore per un rendez-vous di lavoro: prima una cena raffinata, con tanto di tavolo riservato al Dorsia, poi, non appena inizia a fare buio, una corsa in metropolitana, dritto al luogo dell’appuntamento, nel quartiere di Chelsea.
Appena fuori dalla stazione si ritrova catapultato alla fine degli anni Cinquanta; il bar si chiama Silver Rail, all’angolo tra la ventitreesima e 7th Avenue. Un locale fumoso, luci soffuse, nell’aria le note di una canzone accompagnano la voce calda e profonda di Johnny Favorite, dando il benvenuto ai nuovi avventori; ci sono pochi tavoli, e ancor meno clienti; un bersaglio da tiro a segno appeso al muro, di fianco alla porta del cesso e un juke-box. Il bancone è pulito, un lungo ripiano di legno scuro accompagnato da una schiera di alti sgabelli imbottiti; alle spalle del barista, una coppia di ripiani in vetro fa bella mostra degli alcolici proposti dalla casa, mentre nell’angolo, appeso sopra la cassa, è acceso un vecchio Telefunken a tubo catodico, volume al minimo, l’unico forse in tutta la città ad essere sintonizzato sul Torneo Shonen di Maestri di Spada.
Il Bombarolo mette un pezzo da venti sul banco e ordina: «Un Manhattan, con whiskey canadese e una» enfatizza piazzando l’indice sinistro a pochi millimetri dal naso del barista «e solo una, goccia di angostura».
«Agli ordini, capo» risponde il barista, girandosi per preparare il cocktail.
Mentre l’attenzione dell’elegante sicario si focalizza sullo schermo televisivo, sta infatti per iniziare la seconda semifinale, sullo sgabello alla sua destra si materializza, quasi per magia, un omuncolo: vestito male, quasi grottesco, barba lunga e calvizia incipiente; tiene in mano una bottiglia di birra mezza vuota e con regolarità l’avvicina alla bocca, all’angolo della quale pende pigro un lercio stuzzicadenti usato, per trarne lunghe, rumorose sorsate.
«Ehi Doc, guardi il Torneo?». È Satana, all’anagrafe Remo Ghirlandi, allibratore di origini italiane, rifugiatosi nella Grande Mela in seguito ad alcune incomprensioni con la criminalità romana.
«Perché no? Mi sembra uno scontro interessante».
«Vuoi puntare qualche verdone?» il bookmaker non si avvicina mai per pura cortesia personale, la conversazione amichevole non fa parte del suo DNA. Il Satana è sempre a caccia di lavoro. O meglio, di facili profitti.
«A quanto stanno le quote?»
«10 a 1. Telamon favorito» rispondendo tira fuori la lingua, come un mitilo dal guscio, per spostare avanti e indietro lo stecchino tra le labbra.
«Cinquemila su Mr. Gray» ed estrae dalla tasca interna dell’elegante impermeabile una spessa mazzetta di Benjamin Franklin.
Con gli occhi inchiodati ai soldi, l’espressione di stupore dipinta sul volto del Satana è del tutto atipica per un personaggio di tale schiatta: primo, perché Madre Natura non gli ha concesso una mimica facciale così ricca di sfumature ma, soprattutto, perché nel suo campo, farsi intimidire dalle grosse cifre è considerato il peggior sintomo di debolezza: «Sul serio amico? Ma Lews Therin Telamon è stato il fottuto Drago; il regolamento gli concede persino di incanalare saidin, quindi può utilizzare la parte maschile dell’Unico Potere. Quel damerino inglese non ha speranze».
«Ho visto Dorian sopravvivere a una quantità tale di duelli, per gravi offese arrecate all’onore di lord e baronetti, da potergli concedere, con un certo grado di sicurezza, la mia fiducia e i miei soldi. Ma se pensi di non potermi ripagare un’eventuale vincita, non importa. Lasciamo perdere. Peggio per te».
All’orecchio di un qualsiasi non addetto ai lavori la risposta del Bombarolo potrebbe suonare normalissima, educata, fin troppo cortese nei confronti di un individuo di infima risma quale l’allibratore italiano; ma sentendo quelle parole, Remo s’irrigidisce: schiena dritta, muscoli contratti, occhi che si spostano a destra e a sinistra per verificare che lo scambio di battute non sia stato udito da nessun altro nelle vicinanze: nel sottobosco delle scommesse clandestine, infatti, essere accusati, anche solo in modo velato, di non poter coprire le vincite, è considerato il peccato più grave e può, in un istante, porre fine a una carriera che dura da decenni.
Ed è difficile che la vita di un allibratore si concluda in modo indolore.
Come? La vita?
Volevo dire la carriera.
«Ehi ehi. Calmo con le parole. Va bene, cinquemila su Dorian Gray. Se hai denaro da buttare, chi sono io per impedirtelo? Ma ti avviso, non venire poi a piagnucolare quando il tuo beniamino verrà arrostito da una delle fiammate magiche del Drago».
«La versione di Lews Therin che sta partecipando al torneo è già affetta dalla follia provocata dalla contaminazione di saidin. Non riuscirà a usare il Potere con tanta facilità. Non in modo cosciente, perlomeno. E poi Dorian è più coriaceo di quanto appaia. Guarda: ha appena subito un fendente infuocato in pieno volto è non ha subito neanche una lieve ustione. Ha di sicuro degli assi nella manica. Vedrai».
«Ok, mettiamo pure da parte la magia per un attimo; il suo avversario combatte comunque con una spada Vorpal! Quella lama è in grado di staccarti di netto la testa dal collo con un solo colpo. E il tuo dandy, invece? Non gli hanno nemmeno dato una spada leggendaria! Sta agitando una comunissima Pappenheimer, che non sembra neanche essere stata forgiata per il combattimento. Guarda la pacchianeria di quella guardia! Quei fregi, quei castoni! Tutte quelle gemme avranno mandato a puttane il bilanciamento della lama. Più che un’arma, sembra un gingillo ornamentale o un accessorio scenico, preso in prestito da una pièce teatrale da quattro soldi».
Il Bombarolo si volta verso il Satana, inarcando incuriosito un sopracciglio: «Mi stupisce, Remo, tanta competenza da parte tua in ambito di armi bianche. Avrei giurato che fossi più tipo da proiettili calibro 9».
Il bookmaker sorride, mostrando due orribili file di denti ingialliti dalla nicotina: «Eeeeh. Tu non lo sai, ma quando ero pischello a Tor di Valle le questioni si risolvevano a suon di zaccagnate. In effetti, il tuo bellimbusto inglese mi sta sorprendendo. È agile, questo non lo nego, ma anche parecchio resistente: con tutte quelle ferite aperte, dovrebbe già aver perso abbastanza sangue da svenire e invece, eccolo lì che saltella a destra e a manca come un’ape di fiore in fiore. Lews Therin mi sembra in difficoltà».
Il criminale parla come se stesse facendo una semplice analisi dell’incontro, ma è evidente che si sta sforzando di nascondere il tremito nella propria voce; sta iniziando a preoccuparsi, perché l’esito del combattimento non è più così scontato. Il Bombarolo preferisce non infierire sul povero buzzurro: ordina un’altra birra per il suo compagno, a sue spese; solleva la coppetta da Martini e, sorseggiato con lentezza il proprio Manhattan, si gusta la ciliegia al maraschino, rimasta a galleggiare nel bicchiere ormai pieno a metà.
Sullo schermo televisivo, intanto, Dorian Gray assume una peculiare posa da schermidore; il Bombarolo se ne accorge e sorride: «Fai attenzione, Remo, osserva: ora Dorian indirizza in terza e prepara un colpo dritto, ma trattenuto; Lews Therin contrattaccherà, ma Dorian se lo aspetta e para, concatenando un colpo destro, rimette a fondo lasciando uno spazio a Telamon…Ecco che para di nuovo e subito risponde con un affondo! Adesso Dorian indirizzerà sulla spada, scontro delle lame all’altezza degli occhi; l’avversario sfrutterà il proprio slancio per un attacco, ma è troppo prevedibile, Dorian para di nuovo, ma questa volta Lews Therin ha spostato il proprio baricentro, perdendo l’equilibrio; Gray rimetterà di terza, poi un secondo attacco, questa volta di prima, ancora di prima, schivata, si ferma, attenzione e…Ecco!»
Davanti allo sguardo incredulo del Satana, Dorian Gray conclude una leggiadra piroetta conficcando la propria Pappenheimer, forse eccessiva nelle decorazioni, ma comunque molto appuntita, un paio di centimetri sopra  il setto nasale, proprio in mezzo agli occhi increduli dell’avversario. L’inglese conclude l’incontro spingendo con pochissima forza la propria lama nelle profondità del cranio, infilzando il cervello dell’ex-Drago senza trovare la minima resistenza.
«Ma cosa…come ha fatto?» domanda l’allibratore, in uno stato quasi catatonico.
«Quella» risponde il Bombarolo indicando lo schermo «è la Botta di Nevers».
«La…la botta?»
«È una figura della scherma, segreta e imbattibile, inventata dal Duca di Nevers nel feuilleton di metà Ottocento intitolato Le Bossu. Quando Dorian si è messo nella posa di apertura, il destino di Telamon era già segnato: da lì in poi, come in una danza, ogni attacco e parata sono stabiliti da chi ha iniziato la manovra, portando l’avversario all’inevitabile, mortale conclusione».
Il sicario si solleva dallo sgabello e, raccolto il proprio cappello, si rivolge un ultima volta al Satana: «Se vuoi scusarmi, mi sono reso conto che la signorina che stavo attendendo ha appena fatto il proprio ingresso nel locale. Adesso ho degli affari urgenti da sbrigare con lei, ma potrei passare domani per ritirare la mia vincita, che ne dici?»
Ci vuole qualche istante perché Remo Ghirlandi, alias il Satana, riesca a rimettersi in sesto; annuisce, con lo sguardo ancora vuoto: è probabile che la sua attenzione sia divisa tra la lista mentale di tutti i cravattari che conosce, e ai quali può chiedere in prestito contanti a sufficienza per coprire la vincita, e la ricerca disperata di un modo per fare soldi in fretta e saldare la montagna di debiti che dovrà contrarre con gli strozzini per evitare che i suoi giorni come bookmaker, e come persona vivente, finiscano tra atroci sofferenze.
Il Bombarolo si allontana, rifilando un’ultima pacca consolatoria, o forse umiliatrice, alla spalla del povero tapino, dirigendosi verso l’ultimo tavolo in fondo al locale dove, nel frattempo si è accomodata una bellissima ragazza tra i diciotto e i vent’anni con la carnagione caffellatte;  dal corpo molto magro, è fasciata in un elegante abito blu a fiori bianchi; i capelli, lunghi e neri come la pece, sono acconciati in una treccia ordinata, legata alla sua estremità da un nastro color ocra al quale sono cuciti dei piccoli campanelli argentati.
«Miss Proudfoot». Saluta il gentiluomo con un mezzo inchino.
Lei ride di cuore; il fascino ipnotico del viso sorridente è superiore solo alla dolcezza del suono della sua voce: «Da queste parti, Miss Proudfoot era mia madre. La prego, mi chiami Epiphany».
«Bene, Epiphany» prendendo posto sulla sedia di fronte alla fanciulla «andrò subito al dunque: il nostro comune amico avrebbe piacere che mettesse a nostra disposizione le sue preziose, e non ho alcun dubbio in proposito, numerose qualità. Nel caso volesse accettare, ho qui per lei un oggetto che potrebbe risultarle di estrema utilità. Che ne dice?»
Epiphany Proudfoot accavalla con lentezza le gambe, come un felino che si stiracchia prima della caccia, scrutando con sardonico interesse il viso dell’uomo che le sta innanzi: «Sono curiosa: da ciò che ho sentito in giro, lei dovrebbe essere uno scienziato. Uno di quelli davvero bravi, di quelli che cambiano il mondo».
Il Bombarolo solleva le spalle e sorride con umiltà: «Faccio quel che posso».
«Vuole farmi credere che un uomo votato alla ragione come lei non ha problemi a rivolgersi a persone come me? Che fanno quello che faccio io?»
«Se serve a portare a termine la missione, perché no?»
«Lei crede nei Loa? Nella magia nera?»
«Una tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia».
La giovane sacerdotessa voodoo sorride una seconda volta, facendo scorrere il polpastrello dell’indice sul bordo del proprio bicchiere di rum:«Che cosa vuole il muso giallo? Cosa posso fare io che la sua medicina tradizionale non possa risolvere? O il vecchio generale è forse rimasto a corto di palle di tigre?»
«In realtà, si tratta di un semplice eccesso di prudenza: il mio ex mentore desidererebbe rafforzare il legame tra un oggetto di potere e il suo proprietario, così da massimizzare l’intensità e la velocità dell’effetto magico nel momento in cui il vincolo verrà sciolto. Chi mi manda sostiene che lei sia la migliore in circolazione per questo tipo di…operazione».
«Ha con sé l’oggetto, mister scienziato?»
Il Bombarolo scosta una delle falde del proprio cappotto mostrando, all’interno di una tasca, un sottile tubo di plastica grigia lungo circa sessanta centimetri.
«Ventimila dollari. Pagamento anticipato. Cash».
«Metà adesso; il resto a lavoro completato».
«Pagamento intero anticipato».
Per un istante, il Bombarolo inchioda lo sguardo negli occhi della ragazza, valuta, infine sospira.
«D’accordo» dice, appoggiando sul tavolo un’altra mazzetta di pezzi da cento; la mano di Miss Proudfoot, Epiphany, si sta spostando velocemente sulle banconote, ma si ferma, bloccata a mezz’aria, il polso imprigionato tra le dita dell’uomo, in una morsa «ma io vengo con lei».
La ragazza scoppia in una fragorosa risata, diversa dalla precedente: più matura, più scaltra, per certi versi molto più inquietante.
«Ma lo sai, uomo di scienza, come funziona? La mia magia attinge potere dal sesso sfrenato; dalle forze incontrollabili dell’orgasmo animale».
Il Bombarolo, non lasciandosi impressionare, guarda l’elegante orologio in acciaio con cinturino in pelle:«È essenziale agire durante la finale del Torneo Shonen di Maestri di Spada. Abbiamo ancora qualche ora a disposizione.» e alzandosi con eleganza dalla sedia «Faccia strada. Chiamo un taxi o preferisce fare due passi?»
Lo sguardo di Epiphany, già illuminato dai primi spiriti che hanno cominciato a possederla, passa dallo scherno divertito al sincero interesse:«Ti stai offrendo volontario, uomo?»

Il Bombarolo ghigna, accendendosi un cigarillo:«Se c’è una cosa che, col tempo, ho imparato ad apprezzare della scienza, Epiphany, è che i risultati più interessanti si ottengono solo attraverso gli esperimenti più audaci».

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