mercoledì 26 agosto 2015

икона



Ostrov Vilkitskogo non è un'isola.
È un sasso.
Un maledetto scoglio di pietra lavica che galleggia a largo del Mare della Siberia orientale.
Ma ricade nella divisione amministrativa della Repubblica di Sakha; perciò, si trova nella mia giurisdizione.
E mentre vomito l'anima sul ponte della Nасхальное яйцо, maledico il santo che ha avuto la brillante idea di erigere la propria diocesi in un angolo di mondo letteralmente dimenticato da Dio.
Un luogo in cui, secondo i superiori che mi ci hanno spedito, avrebbe camminato il Diavolo in persona.

«Allora commissario» mi ragguaglia l'agente della guardia costiera che mi sta accompagnando a riva con una lancia, «la comunità greco-ortodossa di San Pantaleone, che occupa l'intera Vilkitskogo, è molto antica e legata alle proprie, inusuali, tradizioni: i religiosi che ne fanno parte scelgono di abbandonare le proprie identità per essere ribattezzati, fino alla morte, con nomi di antichi re leggendari della Britannia. Ad oggi sono stati compiuti numerosi studi storici, ma pare che nessuno sia ancora riuscito a scoprire l'origine di questa particolare usanza. Inoltre è imperativo per loro che, sull'isola, siano presenti solo ed esclusivamente tre appartenenti all'ordine. Anche in questo caso, le motivazioni di tale regola rimangono avvolte nel mistero».

«È opera del demonio!» tuona Gerenno, il novizio incaricato di accompagnarmi sulla scena del crimine, ossia la cella in cui stava dormendo la vittima.
Sospiro scettico, vituperando in modo implicito l'ingenuità del giovane: «Sono cresciuto durante la Guerra Fredda. Ti assicuro che per far fuori un uomo, non c'è bisogno di scomodare Belzebù».
Mi lancia un'occhiataccia, come se avessi bestemmiato: «La stanza era chiusa dall'interno; non ci sono segni di scasso e l'unica finestra presente nella stanza è troppo piccola perché un uomo possa passarci attraverso. Inoltre, lungo il perimetro della chiesa abbiamo trovato numerose impronte di capro. Capro, capisce?! Qui siamo troppo a nord e non alleviamo bestiame! Per non parlare poi del sangue; tutto quel sangue» il solo ricordo fa sbiancare il ragazzo che, per un istante, sembra essere sul punto di svenire.
«Bastano una lama affilata e un po' di rabbia mal gestita perché la questione si faccia incasinata in fretta».
«Perdoni Gerenno, commissario. È un bravo ragazzo, ma la tragica morte di pope Idvallo ha sconvolto con troppa violenza il suo animo sensibile». A parlare è stato Padre Runo, il terzo sacerdote ad abitare l'isola: più anziano, ma con lo sguardo mite nonostante la situazione, l'uomo mi sta aspettando davanti alla porta scardinata, opera del fabbro che ha permesso il ritrovamento del cadavere e che, per primo, ha segnalato l'accaduto alle forze di polizia.
Indosso i copriscarpe di plastica ed entro.
Vengo assalito da una vertigine e un conato mi risale la gola come un fastidioso animaletto che si agita nella propria tana.
Il posto è un vero e proprio macello.
Non è possibile riconoscere il corpo perché i pezzi sono sparsi ovunque: un po' sui muri, un po' sul pavimento; alcuni brandelli piovono ancora, appiccicati sul soffitto, mentre bocconi di carne sono scivolati lungo le numerose immagini sacre che decorano le pareti, disegnando lunghe scie rosse sui volti di madonne e cristi in croce.
Dove la pietra è ancora chiara, e non imbrattata di carminio in modo uniforme, sono stati tracciati, con interiora e sangue, pentacoli e glifi arcani, di cui non riesco a interpretare il significato.
Conclusa l'ispezione della cella, lo ammetto, sono disgustato e sconvolto; ma non ho più alcun dubbio.
«Gerenno, ti dichiaro in arresto per l'omicidio di padre Idvallo».
Subito, il volto del novizio esplode in una smorfia di sconcertato stupore, ma subito muta, deformandosi in un ghigno malvagio, ma allo stesso tempo soddisfatto: «Ottimo lavoro, commissario. Sono davvero impressionato. Mi dica, come lo ha capito?»
Strattono le sue braccia dietro la schiena, mentre con le manette gli chiudo i polsi.
«Facile» rispondo.
«Un pope Runo non fa male a nessuno».

Nessun commento: