mercoledì 19 agosto 2015

Blow the Cook



«Ehi, Meg, ma tu lo sapevi che abbiamo un nuovo vicino?»

Abito con Jeff da ormai sei mesi ma, ci tengo a precisarlo, siamo solo coinquilini.
Perché la mente malpensante e sempre affamata di gossip delle persone non desidera altro che l'autorizzazione a inventare tresche, o altre sordide interpretazioni,  al minimo segno di equivoco.
Che poi, oddio, vivere insieme è un'espressione fin troppo ottimista; quando va proprio di lusso, riusciamo a trovarci nella stessa stanza a chiacchierare per massimo un'ora: lui, infatti, è proiezionista in un cinema d'essai del centro, e passa la maggior parte delle sue notti a cambiare pizze di pellicole serbo-croate per una ristretta cerchia di aficionados affetti da insonnia terminale. 
Io, invece, sono linguista medievale, e la mia giornata è scandita perlopiù dai rigorosi orari diurno-pomeridiani di biblioteche e archivi di Stato.

«Ho sentito i rumori del trasloco, ma non ho ancora mai visto chi ci abita».
«Andiamo a presentarci?»
Furono quelle parole a condurci al cospetto del Cuoco e, in tutta onestà, col senno di poi confesso che a quella proposta avrei dovuto rispondere no.

Dlin dlon.
Decidemmo per un approccio informale, molto domestico, quasi sciatto; un perfetto esempio di caro, vecchio, amichevole, buon vicinato.
Con in braccio una bottiglia di rosso californiano, io avevo i capelli in disordine, indossavo un vestito a fiori, leggings neri e, ai piedi, le infradito di casa; Jeff, che stava per uscire, era abbigliato con un semplice paio di jeans aderenti, una maglietta sdrucita dei Grateful Dead e un paio delle sue inconfondibili espadrillas.
Ci aprì la porta un individuo basso, non superava il metro e sessanta; tozzo, dalla corporatura compatta: non solo uno stomaco considerevole, ma anche gambe e braccia sembravano avere una circonferenza ipertrofica, fuori dagli standard naturali.
Il primo pensiero che mi attraversò la testa, vedendolo avanzare lungo la veranda, fu Jabba the Hutt.
La sua carnagione era scura, olivastra; la bocca era spessa e prominente come un gonfiabile da piscina, occhi piccoli e porcini; i capelli erano neri e unti, schiacciati in una frangia irregolare a coprirgli la fronte e tanto impomatati da riflettere la luce solare in maniera quasi abbagliante.
Greco, o forse di origine italiana.
Era difficile capire cosa indossasse perché l'intera figura era ricoperta da un lercissimo grembiule inizialmente bianco, forse, su cui spiccava, in grossi caratteri viola, la scritta Forget a kiss, blow the Cook.
Subito non disse nulla; prima si prese il tempo per farmi una scansione completa, dalla punta dei piedi alla cima dei capelli.
Jeff fu del tutto ignorato.
«Ehi, redhead, gradisci un po' di salsiccia piccante?» domandò con un sorriso lascivo stampato sul volto.
Riuscii a non ridergli in faccia, trattenendomi dal replicare con una dose di sarcasmo a pH zero.
«No grazie» sorrisi «sono vegetariana».
Si passò la lingua sulle labbra carnose, troppo stupido per capire il mio disprezzo, neanche poi troppo sottinteso.
«Salve, io mi chiamo Jeff». S'inserì nella conversazione, affiancandosi a me in modo palese: «E lei è Meg. Viviamo insieme al 206. L'appartamento qui di fronte».
Solo in quel momento il Cuoco sembrò accorgersi della presenza di un terzo incomodo: la sua espressione mutò in una maschera di disappunto e rimase così, in silenzio per alcuni secondi, a scrutarci.
Come una lenta carrellata, spostò la propria attenzione da me a Jeff: «Te la scopi?» chiese, senza troppi scrupoli.
Vidi il volto del mio coinquilino virare al prugna in tempo zero; quell'argomento lo metteva sempre a disagio: «Ma no, no!» iniziò a balbettare «noi...noi...»
«Dividiamo l'affitto» specificai con calma «ma occupiamo due piani separati».
La mia voce era piatta, atona, come quella di una guida museale annoiata che racconti l'Impressionismo a una folla di turisti ignoranti: avevo dovuto spiegare la nostra situazione talmente tante volte, alla mia famiglia, alle amiche, ai colleghi, che avevo ormai una frase preimpostata.
«Ti piacciono i bulldog?» fu la sua seconda domanda.
Entrambi non capimmo quell'improvviso balzo d'argomento senza soluzione di continuità; forse si trattava di uno scherzo, una forma di umorismo che magari non avevamo compreso.
«Sssiì...?» azzardò Jeff con voce esitante.
A quanto parve, fu la risposta esatta: lo strambo personaggio s'illuminò, agguantò il mio compare sotto braccio e lo trascinò gioviale per tutto il perimetro del cortile, declamando a gran voce: «Ah! Bene, bene! Anche a me! Pensa che prima vivevo con questa tipa e avevamo cinque, no aspetta, sei bulldog. Li allevavamo insieme, capisci? Ma poi la troia mi ha lasciato, io volevo solo scoparmela, e mi ha portato via tutto: i cani, i soldi, la casa. E così me ne sono dovuto andare. Che gran vacca! Ma dimmi, dimmi: ti piacciono le zoccole?»
L'espressione di Jeff era indescrivibile; e incomincio a sospettare che anche la mia non fosse da meno.
«Come scusi?» chiese incredulo, convinto di aver sentito male.
«Massì» rise il Cuoco, dandogli una sonora pacca sulla sua schiena ossuta «Le zoccole! Vai a zoccole? Te le chiavi?»
«Ah-ah, no» cercò di sdrammatizzare, perseguendo la strada della diplomazia «Non me le posso permettere».
«E la bamba? Ti piace la bamba?»
La situazione stava degenerando: tornati vicino a me, Jeff si staccò con delicatezza dal Cuoco e, mettendo le mani sulle mie spalle, iniziò a spingermi in modo impercettibile, ma inesorabile, verso la nostra porta, sorridendo al vicino e annuendogli con la testa: «Ora dobbiamo proprio scappare. Sa, il lavoro».

Quella fu la prima, e davvero vorrei poter dire l'unica, interazione che avemmo col Cuoco.
Ma, purtroppo, il peggio doveva ancora arrivare.

Col passare dei mesi, la situazione non migliorò; anzi, divenne sempre più inquietante.
Strani odori di bruciato; improvvise urla nel cuore della notte; in breve tempo s'instaurò un via vai d'individui dall'aspetto poco raccomandabile a ogni ora del giorno: buzzurri palestrati in ridicoli completi da sicario; vecchie signore asiatiche con misteriosi involti di carta di giornale; giovani donne che sbraitavano insulti e anatemi in lingue dell'est Europa.
Il soprannome, il Cuoco, lo coniammo in estate, durante una delle poche serate in cui io e Jeff avevamo occasione di rilassarci insieme, smezzandoci una canna: il gioco consisteva nell'inventare trame improbabili in grado di spiegare tutti i dettagli pazzeschi che gravitavano intorno a quell'enigma che era il nostro dirimpettaio.
Sebbene il traffico d'organi avesse regnato incontrastato in cima alla classifica per un bel po' di tempo, alla fine concordammo sul laboratorio clandestino, allestito nel bagno dell'appartamento per cucinare e spacciare metanfetamine.
Dio, quanto ci stavamo sbagliando.

Dlin dlon.
La logica iniziò a perdere la propria stretta sulla realtà un pomeriggio, mentre ero sola in cucina, a fare pulizia.
«Salve signora; ci manda la padrona di casa. Siamo qui per verificare il vostro problema con le grondaie».
Erano in due: il titolare, un uomo più anziano, sulla cinquantina, e l'apprendista, un giovane ben piazzato, in tuta da lavoro, che si trascinava appresso un compressore dall'aspetto molto pesante.
Mi spiegarono che l'operazione consisteva in un'ispezione del l'intero sistema, effettuata sparando aria ad alta pressione all'interno delle tubature. 
L'addetto mise in funzione l'apparecchiatura, e quasi nello stesso istante un urlo belluino, articolato in una lunga catena d'imprecazioni oscene, si sollevò attraverso il cortile interno del palazzo, sovrastando senza grossi problemi il forte ronzio del motorino elettrico all'opera.
Il Cuoco fece irruzione attraverso la porta, scagliandosi verso di me a mani tese, come se volesse strozzarmi o appendermi spalle al muro: «Puttanamihaisparatolammerdaincasa!» gridò tutto d'un fiato; e fu davvero impossibile capire cosa stesse farneticando.
Per fortuna, prima che la situazione potesse volgere a un tragico epilogo, i due tubisti lo afferrarono da dietro, immobilizzandolo fino a quando, alla fine, l'invasato non riuscì a darsi una calmata.
In effetti, un errore avvenuto durante l'installazione aveva generato una falla che, immessa aria compressa nei tubi, aveva espulso tutto lo schifo raccolto al loro interno nelle stanze adiacenti, danneggiando il pannello elettrico della casa e rovinandogli per sempre l'inestimabile collezione di pipe in radica fatte a mano.
A mente fredda risultò ovvio che nessuno dei presenti fosse da ritenere responsabile dell'incidente e che qualsiasi tipo di reclamo sarebbe stato da rivolgere alla proprietaria e, infatti, alcuni giorni dopo il Cuoco si ripresentò alla porta, questa volta suonando il campanello, per consegnare tre chili di bistecche alte un dito come dono di scuse, e per ringraziarci di non aver sporto denuncia.
Alla faccia del mio vegetarianesimo.
L'ascia di guerra era stata risotterrata; ma in seguito a quell'episodio, ogni volta che Jeff era via, non mi sentivo più al sicuro.
E il mio istinto sbaglia molto di rado.

Diego Amarillo e Tullio Èscobar sono una coppia, nella vita così come nel lavoro: due giganti, un metro e ottantasette il primo, uno e novantadue il secondo; duecentocinquanta chili insieme; meglio noti come Los Tiburones, sono entrambi lottatori professionisti di lucha libre e sono i miei migliori amici.
Quella sera, La sera, mentre Jeff era in giro per una rassegna sul cinema indipendente boliviano, loro restarono nostri ospiti a dormire; il mattino seguente, infatti, li avrei accompagnati all'aeroporto: il volo per Austin, dove avrebbero gareggiato per il titolo heavyweight intercontinentale di squadra, era previsto per le nove.
Fu invece all'una e mezza che mi svegliai: il sonno interrotto da rumori di colluttazione, che nel silenzio della notte risuonano più forti del normale, e da un rapido scambio di battute tra alcune voci concitate e una, in particolare, che piagnucolava lamentosa.
Indossata una lunga vestaglia e afferrata la mazza da baseball che tengo sempre di fianco al comodino, mi precipitai al piano inferiore, per verificare l'accaduto: la luce della cucina era accesa; sul pavimento, Tullio stava effettuando un Boston crab al Cuoco che, in lacrime, supplicava pietà sbattendo come un ossesso le mani sul tappeto.
Mentre Diego, in piedi e al telefono, parlava con la centralinista del pronto intervento affinché mandassero al più presto una volante al mio indirizzo, il suo compagno rimaneva comodamente seduto sulla schiena del vicino, trattenendogli in una morsa d'acciaio le caviglie sotto le proprie ascelle e, ogni tanto, tirandogli indietro le gambe, in una presa da pro-wrestler tanto dolorosa che era quasi possibile sentire le teste dei femori scricchiolare all'interno dell'articolazione.
Quella fu, grazie a Dio, l'ultima volta che vidi il Cuoco: in manette; infilato a forza in un'auto della polizia, dopo che si era intrufolato in casa con l'intento di uccidermi.
È finita, pensai e, ricordo alla perfezione quel momento, solo allora mi accorsi di non aver mai saputo il suo vero nome.

«Ignazio. Padre Ignazio Scagliafossi».
La voce di Jeff giungeva alle mie orecchie in sordina, mentre rovistava nell'altra stanza tra le carte del Cuoco: il giorno precedente, la padrona dello stabile ci aveva chiesto se, gentilmente, potevamo inscatolare gli effetti personali dell'ex inquilino; la sua intenzione era infatti di spostare tutto in un deposito a pagamento per liberare al più presto l'appartamento e trovare subito nuovi affittuari.
«Ex-padre» precisai io, mentre leggevo alcuni documenti che avevo trovato in un cassetto: «A quanto pare, è affetto da un disturbo bipolare a uno stadio tanto avanzato da essere immune a qualsiasi tipo di trattamento farmacologico. Quando la situazione è diventata ingestibile, la Chiesa lo ha spretato».
«Guarda qua. Poveraccio, aiutare il prossimo era l'unico appiglio che lo facesse andare avanti».
Già.
Perché il nostro Cuoco era davvero un buon samaritano: senza un lavoro, e privato del proprio sacerdozio, aveva tentato di proseguire l'opera di salvazione per conto proprio, in casa.
Si era specializzato nell'aiutare i più umili a disintossicarsi: tossici, delinquenti, prostitute-schiave dell'est; la sua libreria traboccava di titoli new age su come purificarsi con i cristalli, con i colori, bruciando erbe; avevamo trovato addirittura antichi testi originali d'erboristeria cinese e, con essi, alcuni taccuini stracolmi di appunti e annotazioni.
Jeff si affacciò, appoggiandosi allo stipite della porta: «Scusa, ma se era un prete...Non aveva detto di aver vissuto con una donna? Di aver allevato insieme a lei dei cani?»
Vero.
La zoccola.
Che fine aveva fatto?
«Forse si riferiva a lei?» mormorai, indicando un articolo di giornale incorniciato alla parete: era datato Agosto di quattro anni prima e trattava dell'abbandono estivo degli animali da compagnia.
Era corredato di una foto, raffigurante il Cuoco, Ignazio, accovacciato in un prato, in compagnia di una donna in abiti da lavoro, e una muta di cani festanti.
Alla base dell'immagine, la didascalia riportava:

Don Scagliafossi in visita al rifugio di Suor Emma per randagi e cuccioli abbandonati.

Nessun commento: