mercoledì 5 agosto 2015

Il tuo baco è come un rock



Arthropolis non è una città per tutti.
Inciampa nella tela sbagliata, e ti ritrovi predigerito da un ragno; avvicinati troppo al fiore di qualcun altro e, bam, diventi un'incubatrice per larve di vespa parassitoide.
Se sai dove cercare, puoi trovarci qualsiasi tipo di porcheria: spaccio di melata, tratta degli afidi, sfruttamento del lavoro operaio nei formicai, trofallassi di scarsa qualità.
Ci sono tante di quelle specie che ognuna è riuscita a ritagliarsi il proprio piccolo angolo di depravazione.
Ma io non ci bado troppo; il mio tempo sta per scadere.
Conoscete quel detto: ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla?
Ecco: prima che qualcuno mi chiami farfalla, ho intenzione di puntare in alto, scalare la vetta e, anche se per poco, guardare tutti loro, quei miserabili insetti, dall'alto in basso.
Le pupe di Don Ciam, capo indiscusso della mala a sei e a otto zampe; loro saranno la mia carta vincente.

«Mi stai prendendo in giro?» La voce del boss è irritata, quasi offesa.
Pessimo inizio.
«No, signore».
«Ma sei solo un bruco!» Esclama, sputando l'ultima parola come se fosse un spruzzo di veleno «So di essere a un passo dal diventare cibo per vermi, ma potrei comunque vivere più a lungo di te!» E scoppia a ridere.
«Le voci che ho sentito non parlavano di un limite di età, o di prospettive di vita, signore. Mi sento fortunato, e vorrei tentare lo stesso la sorte. Se lei permette».
Don Ciam annuisce, con un soddisfatto sguardo di complicità negli occhi: «Abbiamo qui un giocatore d'azzardo, eh? Conosci le regole?»
«Sì, signore: un solo tentativo per ognuna delle sue figlie. Se tutte e tre accetteranno un appuntamento con me, è fatta; eredito il controllo dell'organizzazione».
«Ma se solo una dovesse rifiutare...» Lo schiocco secco delle possenti mandibole non lascia presagire nulla di buono.
Deglutisco: «Beh, come ha detto lei, non mi rimarrebbe comunque molto da vivere».
Il boss si scompiscia una seconda volta, apprezzando la risposta insolente: «Sei uno spasso, baco, davvero. Spero che tu sia anche fortunato. E sia, procedi pure».

«Ciao bella, come ti chiami?»
Ammicca vezzosa la prima sorella, indubbiamente interessata al gran pezzo di bruco che si ritrova davanti.
«Vanessa» Risponde.
«E non ti annoi a stare qui tutto il tempo a filare la seta, Vanessa?»
Sussulta in un risolino: «Sì, è una vera barba!»
«Perché non usciamo, a farci un giro nei prati?»
«Oh sì, mi piacerebbe un sacco! Quando?»
Sorrido: «Fammi sistemare un paio di cose, e sono subito da te».

«Ehi, pupa, il tuo nome?»
«Io sono Lysandra» si presenta solare la seconda, identica nell'aspetto alla precedente.
«Conosci qualche posto interessante, Lysandra?»
Il suo sguardo s'illumina d'interesse: «C'è uno stagno, in periferia, dove crescono dei funghi buffissimi. Vuoi vederli?»
«Volentieri. Dammi solo un istante e poi partiamo alla grande».

La terza figlia di Don Ciam è l'esatta replica delle altre due: fantastica in ogni aspetto, con un'espressione che denota una particolare spigliatezza, mai incontrata finora.
«Piacere di conoscerti».
«E tu chi saresti?» m'interroga.
«Io, ehm, sono un bruco».
«Questo lo vedo. Cosa vuoi da me?»
È un tipino tenace, senza dubbio la mia preferita.
Gonfio i muscoli, facendo sfoggio di tutto il mio fascino: «Stavo pensando: questo posto è un mortorio; andiamo a divertirci!»
«No grazie. Mi trovo bene qui dove sto».
Ommerda.

Purtroppo, non tutte le Ciam belle escono col bruco.

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