mercoledì 12 agosto 2015

In green we trust



Da bambino mi avevano insegnato una barzelletta:

Sai perché una gallina attraversa la strada?
Per andare dall'altra parte.

Non l'ho mai trovata divertente.
Ma adesso, ripensandoci, suona quasi inquietante.

Sono sempre stato un tipo abbastanza tranquillo, alcuni mi definirebbero monotono, ma la verità è che Occam aveva ragione, e non solo in ambito logico: la soluzione che necessiti il minor sforzo possibile tende, di regola, ad essere la migliore.
Studi informatici, una relazione stabile con la prima e unica ragazza; l'unico azzardo, dopo la laurea: un singolo attacco hacker, da grey hat, per mostrare alla società elettrica le imbarazzanti falle nella sicurezza del loro mainframe.
Impresa che, per la cronaca, mi fruttò un contratto fisso da impiegato addetto alla prevenzione e soppressione di eventuali minacce all'incolumità della rete.
Certo, la recente rottura per volontà della mia fidanzata storica è stata una bomba del tutto imprevedibile, ma è già acqua passata e con un'immersione totale nel lavoro, sono riuscito a mettere insieme una routine giornaliera, a mio parere abbastanza gratificante.
Mai avrei immaginato di poter diventare protagonista di un antico conflitto che si protrae ormai da secoli.
Una vera e propria guerra per il potere.
Per il controllo.

«Giovanotto, per cortesia, potrebbe schiacciare il pulsante per chiamare il verde?»
In città mi piace spostarmi a piedi: è salutare, visto che non ho molto tempo per fare sport; è un'ottima valvola di sfogo per liberarsi dello stress e, con delle scarpe comode e la musica giusta che esca dagli auricolari, è un toccasana per staccare il cervello e schiarirsi le idee.
Ero fermo al semaforo, sulla strada verso casa, quando questa vecchina, capelli candidi, occhiali spessi, pelliccia e una quantità di oro addosso che averebbe potuto sfamarmi per almeno due mesi, mi tocca il braccio, sorride e mi indica il grosso pulsante rotondo installato sul palo alla mia destra.
«Guardi signora che le auto hanno già il giallo; un attimo e scatta da solo».
Non capii come mai, ero stato molto educato nel rispondere, ma per una frazione di secondo l'anziano volto fu attraversato da un'immotivata espressione di furia per poi tornare, subito dopo, rilassato e cordiale.
«Ma pigi lo stesso, suvvia, così non dobbiamo aspettare».
Come dicevo, sono una persona che ama il quieto vivere, e la polemica proprio non mi appartiene; forse un mio difetto è che, quando una persona mi irrita, e accade davvero di rado, ho serie difficoltà a trattenermi.
Feci un passo indietro e, indicando con la mano il dispositivo, risposi alla vegliarda: «Se ha tanta fretta, faccia pure. Io ho tempo».
La vecchia strega rimase interdetta, fissando in silenzio prima me, poi il bottone; il suo braccio accennò a sollevarsi di qualche centimetro, ma alla fine lo riabbassò, per lamentarsi con voce stridula: «Ohi! Ma io soffro di artrite, proprio non ce la faccio. Non può aiutarmi lei?»
Per fortuna, proprio in quell'istante si accese la luce verde; senza degnare di un ulteriore sguardo la sciura Maria mi voltai e attraversai il passaggio pedonale.
Come immagino avrebbe fatto chiunque di voi, pensai subito che la questione si fosse conclusa lì.
E invece.
«Ehi! Ehi capo! Fermati un attimo».
Giunto sul lato opposto della strada, mi voltai incuriosito, e ciò che vidi non mi piacque per niente: un energumeno, uno di quegli individui enormi in cui la linea di demarcazione tra muscoli e grasso è pura speculazione; un buzzurro pelato il cui guardaroba, era evidente, non comprendeva una taglia large abbastanza da non sembrare un salume griffato, mi stava seguendo con passo deciso, agitando le braccia come l'icona del peggior stereotipo mafioso italo-americano.
Ero allibito.
«La signora ti ha chiesto di schiacciare il pulsante. Perché non l'hai aiutata? Eh?» Voleva fare la sceneggiata, urlando a pochi centimetri dalla mia faccia.
Cercai di mantenere la calma: «Ho solo puntualizzato che fosse già giallo; non c'era bisogno di...»
M'interruppe: «Che c'entra? T'ha chiesto un favore? È una questione di buona educazione!»
«Scusi, ma se vogliamo essere pignoli, era lì a due passi e neanche lei l'ha aiutata.» Feci notare.
«Che fai? Rispondi? Devo metterti le mani addosso?»
La situazione stava degenerando, e io non avevo mai fatto a botte in vita mia; il mio primo pensiero fu chiedermi quanti secondi avrebbe richiesto buttarsi a terra e chiudersi in posizione fetale, con le mani a proteggere la testa per ridurre al minimo i danni.
«Ehi, zio, stai manzo. Hai problemi col mio amico qui?» La voce che s'intromise proveniva dalle mie spalle: erano in tre, artisti di strada; magri, pantaloni larghi e camicia da boscaiolo; zaini da montagna e barbe lunghe; ognuno teneva al guinzaglio, un tratto di fune in realtà, un grosso molosso dallo sguardo dolce.
Dolce finché il buzzurro non accennò un passo verso uno dei miei salvatori grugnendo un: «Fatti i cazzi tuoi, punkabbestia»; i tre cani sguainarono subito i denti, iniziando a ringhiare come un motore su di giri.
«Buono, Zeta! Buono! Scusalo, ma gli piace divorare i pezzi di merda che trova in giro. Ti consiglio di telare, bello: ogni tanto tira così forte che mi scappa la presa sulla corda».
Il mio aggressore non se lo fece ripetere due volte: mi fulminò con uno sguardo carico di rancore, girò sui tacchi e sparì dietro il primo angolo.
Mi voltai verso il trio, i mastini erano tornati ad essere il ritratto dell'amore canino: «Grazie mille, mi avete davvero salvato il culo».
Mi sorrisero: «È stato un piacere, bro. Tormentare facce di cazzo come quella, per noi è una missione. C'hai mica un euro messo male?»
«Scherzi? Per un intervento del genere, vi offro il pranzo». Quella risposta, così subitanea, non era da me; ma mentre ci dirigevamo verso il più vicino fast food, non ci feci affatto caso.

Fu uno di quegli episodi perfetti da raccontare quando si esce alla sera con gli amici, magari davanti a una pinta di rossa al pub, o che, lo avrete intuito, le persone più schive come me, scrivono sui loro blog personali.
E a renderlo un aneddoto perfetto, fu l'elemento della serializzazione perché, esatto, non era ancora finita.

Alcuni giorni dopo, infatti, ricevetti per posta la notifica di una contravvenzione: c'erano segnati la data e la posizione dell'incrocio presso il quale si era verificato l'incidente. Secondo le autorità, avevo attraversato in maniera sconsiderata, rendendomi un pericolo per me e per gli altri automobilisti.
Da non crederci.
Mi recai il giorno stesso al comando dei vigili urbani, per protestare. La loro tesi si fondava sul filmato della videocamera di sicurezza montata sul semaforo: poiché mostrava come non avessi schiacciato l'apposito tasto per richiedere il verde pedonale, ne avevano dedotto il mio attraversamento senza autorizzazione, con conseguente messa a rischio dell'intero traffico cittadino.
Un'assurdità senza capo né coda.
All'inizio non vollero sentire ragioni, ma insistendo per vedere anche la registrazione effettuata sul lato opposto, dimostrai senza ombra di dubbio che, nel momento in cui stavo attraversando, il semaforo al quale dovevo fare riferimento era, a tutti gli effetti, impostato sul verde.
Furono obbligati ad annullare la multa.
Mentre lasciavo l'ufficio, invece di sentire delle scuse per il disservizio, fui redarguito: «Per evitare ulteriori fastidi, sia a lei, ma soprattutto a noi, la prossima volta schiacci comunque il pulsante. Tanto per stare sicuri».
Fuori dall'edificio, avevo già dimenticato la faccenda; e fu un bene, perché solo grazie a un riflesso fulmineo salvai Nora dall'essere investita.

Alta, snella e del tutto fuori di melone: attraversò la strada in diagonale, senza neanche controllare il passaggio di eventuali veicoli; stava guardando il cielo, gorgheggiando a squarciagola una canzone goth-metal. Riuscii a strattonarla verso di me giusto un attimo prima che si spiaccicasse contro il cofano di un enorme SUV; mentre mi rovinava addosso, come al rallentatore, ebbi modo di scrutarla nel più piccolo dettaglio: anfibi viola, leggings neri strappati sulle ginocchia ossute; una maglietta raffigurante un grosso corvo imperiale spuntava da sotto una sahariana da uomo color verdone militare; aveva capelli solo sulla parte alta della testa, rasata ai lati; erano scuri e lunghi, acconciati in una sorta di crocchia da samurai, tenuta insieme da una matita con funzione di fermacapelli. I suoi occhi erano verdi e le labbra ricoperte da uno spesso strato di rossetto nero, o blu molto scuro. La sua pelle era più che pallida, candida; nel buio della stanza la carne delle sue cosce, con le venuzze visibili in trasparenza, sembrava brillare di luce propria, come una dea di alabastro al chiaro di luna.
Ma questo, in effetti, accadde solo diverse ore dopo.
Scusate la confusione, è che fui travolto da Nora. 
La fase stai bene? sei tutta intera? durò pochissimo: prima la portai in un bar perché bevesse un bicchiere d'acqua, e lì iniziammo a chiacchierare; era loquace, espansiva, mi suggeriva, senza volerlo, risposte brillanti e battute con una naturalezza disarmante; sebbene di solito fossi molto timido, parlammo per ore, e quando rideva, s'illuminava a giorno. 
Mi costrinse ad accettare un aperitivo, come ringraziamento, che proseguì senza troppe difficoltà in un apericena.
In men che non si dica, alla faccia di Occam, mi ritrovai prima a ballare fino alle cinque del mattino, e poi nel suo letto, nudo, a guardarla dormire, dopo improbabili momenti di sesso ubriaco, molto più simili a delle comiche che a una vera e propria sequenza da film softcore.
Stavo pensando a quale scusa usare per giustificare la mia assenza al lavoro per quel giorno, quando lei aprì gli occhi e, con una manciata di parole, mi gelò il sangue.

Vogliono a tutti i costi che schiacci il pulsante di quel cazzo di semaforo, eh?

Riuscii a superare lo sgomento iniziale senza avere una crisi isterica; Nora volle subito scusarsi per avermi adescato con l'inganno, precisando che no, non aveva finto, la notte insieme era piaciuta anche a lei.
Col senno di poi, mi domando se non l'avesse specificato solo come carotina per tenermi tranquillo.
Comunque. 
Assicuratasi che non sarei fuggito a gambe levate, passò il resto della giornata a raccontarmi la storia più assurda che avessi mai sentito; consapevole della difficoltà che avrei avuto nel crederle, mi diede il suo portatile, concedendomi così di sfruttare le mie abilità informatiche e di effettuare ricerche per verificare ogni sua affermazione.
E, in effetti, trovai parecchie fonti attendibili che confermavano l'assurda teoria del conflitto secolare tra i Illuminati e Rosacroce.

Tutto ebbe inizio con la rivoluzione industriale di fine Settecento: tra aristocratici decadenti senza il becco di un quattrino e Mida borghesi, che trasformavano in denaro tutto ciò che toccavano, il lignaggio non poteva più essere considerato un buon discriminante tra chi era al comando e chi era comandato. Fu in quegli anni che in gran segreto si formò, in Europa, il nucleo originale degli Illuminati: un'élite, il cui potere stava per essere messo in discussione dagli imminenti sconvolgimenti sociali, dedita a ristabilire la naturale gerarchia, fondata su un nuovo elemento che non fosse più la nobiltà del sangue.
La scelta ricadde sulle carrozze: con le città in espansione, infatti, solo chi era in possesso di uno status privilegiato poteva permettersi di percorrere le strade su un mezzo decoroso; gli appartenenti alle classi più umili continuavano invece ad insozzarsi, attraversando il lerciume urbano a piedi.
Contro questo sottile metodo di oppressione, lottavano i Rosacroce: un movimento popolare dichiarato fuorilegge che, agendo nell'ombra, organizzava atti di ribellione mandando al lavoro cocchieri ubriachi, sabotando gli assi dei veicoli, i raggi e i mozzi delle ruote, e addestrando gruppi di monelli di strada a gettarsi negli incroci, per far imbizzarrire i cavalli e provocare incidenti, con il solo fine di rigettare il viso imbellettato dei ricchi nel fango.
Col passare dei secoli, divenne una vera e propria guerra clandestina combattuta a colpi di invenzioni rivoluzionarie, che favorivano i trasporti di massa, emancipando la plebe, contro modifiche ai piani regolatori e decreti amministrativi, varati da legislatori Illuminati per imbrigliare le innovazioni portate dal progresso riottoso, e mantenerle in questo modo sotto il pesante giogo dell'autorità.
Un punto di svolta ci fu con Henry Ford, paladino rosacrociano, e l'introduzione della catena di montaggio per la costruzione del modello T: con l'abbattimento dei costi di produzione, la fruibilità delle automobili, fino a quel momento simbolo della superiorità illuminata nell'ambito della viabilità, esplose, mettendo a repentaglio il nuovo ordine mondiale.
Gli Illuminati corsero ai ripari rispondendo con un inganno davvero sofisticato: introdussero il concetto di auto di lusso come distintivo elitario, lanciando così l'esca, uno specchietto per le allodole, con il solo scopo di sviare l'attenzione dei Rosacroce dalla vera manovra di dominio del traffico automobilistico. 
Diffondendo su scala globale i semafori e la segnaletica stradale, gli Illuminati raggiunsero infatti un nuovo traguardo: da passeggeri privilegiati, diventarono i controllori dell'intero sistema di circolazione delle città, prendendo decisioni sia per i più facoltosi proprietari di mezzi privati, sia per i più miseri utenti del trasporto pubblico.
Gli unici ancora in grado di sfuggire a questa invisibile morsa erano i pedoni: nonostante esistesse un codice stradale anche per loro, chi come me si muoveva a piedi per la città, poteva benissimo comportarsi come meglio preferiva e, applicando del semplice buon senso per evitare di essere investiti, aveva facoltà di ignorare qualsiasi stop, divieto o senso unico senza rischiare d'incorrere in alcun tipo di punizione. I Rosacroce sfruttarono subito la falla nel sistema per riportare la guerra tra le strade e recuperare parte del terreno perduto in passato: si trasformarono in un esercito di vagabondi, mendicanti, punkabbestia e artisti di strada; immuni alla museruola dei potenti e in grado di mettere a segno atti espliciti di guerriglia urbana. 
Secondo Nora, gli Illuminati, per contenere quella parte della popolazione ancora ignara dello scontro in atto, e consolidare allo stesso tempo la propria presa su di essa, contrattaccò installando su ogni semaforo il dispositivo di chiamata del verde: un tasto a tutti gli effetti inutile, poiché non è collegato ad alcun tipo di strumentazione elettronica, il cui unico scopo sarebbe quello di influenzare a livello inconscio le persone e controllarne i tempi di attraversamento.

«Supponiamo per un istante che creda a tutte queste stronzate. Perché accanirsi così tanto contro di me? Io non ho mai schiacciato quel dannato pulsante». Chiesi subito alla ragazza non appena ebbe finito il suo racconto.
«Devono aver scoperto il nostro piano per arruolarti, e hanno reagito di conseguenza: prima hanno manipolato la tua fidanzata affinché ti lasciasse; avevano previsto che, per superare lo shock, ti saresti gettato a capofitto nel lavoro, predisponendo meglio la tua mente a una forma di pensiero assistito. Sapendo della tua abitudine di spostarti per la città a piedi, e quindi delle maggiori probabilità di essere avvicinato da uno dei nostri, hanno intensificato il tuo indottrinamento nell'utilizzo del bottone di chiamata: nel momento in cui avessi iniziato ad usarlo, avresti regalato loro una delle poche libertà che ti sono rimaste e firmato la tua condanna».
«Wuo-uo-uo! Rallenta un secondo e facciamo un passo indietro. "Il nostro piano per arruolarti"? Che cazzo significa?»
Mentre mi irrigidivo e chiedevo spiegazioni, Nora saltò giù dal letto, afferrò dal pavimento i propri slip con gli orsacchiotti e iniziò a rivestirsi; rispose volgendomi le spalle, lasciando che osservassi le sue natiche bianche fare su e giù come una nuvola sbarazzina in preda alla brezza, mentre le mutandine risalivano lungo le gambe magre.
Potevano anche opporsi nell'ideologia, ma alla fin della fiera anche i Rosacroce avevano i loro metodi per cercare di controllare il prossimo.
«In questa città stiamo organizzando un'offensiva su larga scala. Abbiamo bisogno di un operativo all'interno della rete elettrica con conoscenze informatiche ed esperienza in campo di hacking. Il tuo nome era in cima alla nostra lista di candidati».
«"Era"?» Domandai «Non lo è più?»
Nora si voltò, legandosi i capelli in una coda alta:«Il fatto che ti abbiano preso di mira potrebbe averti bruciato, almeno per i compiti che avevamo in serbo per te».
Continuavo a non capire: «Allora perché tutto questo? Perché sedurmi lo stesso e, immagino, cercare di portarmi dalla vostra parte?»
Nora abbassò lo sguardo: «Perché hai ancora abbastanza potenziale per entrare negli Illuminati e fare il doppio gioco per noi».
Ecco, eravamo arrivati al punto.
Nessuna passione o nobile ideale, servivano nuove pedine per continuare il loro stupido gioco di potere.
Risi, sardonico, e iniziai a rivestirmi anch'io, senza aggiungere un'altra parola: per parecchi secondi, gli unici rumori nella stanza furono lo sferragliare della fibbia della mia cintura e il secco ronzio della cerniera dei pantaloni.
«Non era previsto che andasse così. Mi dispiace, davvero» cercò di giustificarsi la Rosacroce.
«Certo, come no?» risposi. 
Il mio sarcasmo sembrò ferirla: «Ma cosa credi? Che sia finita? Potrai anche andartene da qui, ma stai sicuro che gli Illuminati non hanno rinunciato a te. Di sicuro proveranno qualche altra mossa».
«Grazie dell'avvertimento» e non aggiunsi altro. 
Volevo solo sparire e dimenticare tutto: avevo conosciuto una pazza e c'ero finito a letto per una notte. 
Fine della storia.
Mentre mi chiudevo la porta dell'appartamento alle spalle, la sentii pronunciare un'ultima frase: «In caso di necessità, chiama tua madre!».

Il giorno successivo, tutto sembrava essere tornato alla normalità: sveglia, doccia, colazione. 
Andando al lavoro non mi capitò nessun incidente o incontro bizzarro; le prime quattro ore filarono lisce. 
In pausa pranzo, il mio telefono iniziò a vibrare.
Era Sandra, la mia ex-fidanzata.
«Ti prego, non riattaccare»
«Che vuoi?» chiesi in modo abbastanza brusco.
«È che in questi giorni ho pensato molto. E mi manchi».
Attese.
Una reazione da parte mia, immagino.
Non l'accontentai.
«Senti, non è che potremmo prendere qualcosa insieme, magari una cena e parlare un po'. Forse mi sto rendendo conto di aver commesso un errore».
Possibile?
Sandra voleva davvero tornare insieme a me?
Se avessi ricevuto quella chiamata con un giorno di anticipo, sarei stato al settimo cielo, avrei accettato senza pensarci due volte e forse avrebbe perfino funzionato, ma in quel momento non riuscivo a togliermi dalla testa le caustiche parole di Nora.

Gli Illuminati non hanno rinunciato a te. 
Di sicuro proveranno qualche altra mossa.

Riattaccai senza neanche salutare.
L'avevano già usata per manipolarmi, non ci sarei cascato una seconda volta.

In caso di necessità, chiama tua madre.

Col dito scrollai la rubrica del mio smartphone fino alla lettera M; avevo un sospetto, che ricevette subito conferma: è dai tempi del liceo che conosco a memoria i numeri di telefono dei miei genitori, e quello che stava comparendo sullo schermo alla voce "Mamma" non lo avevo mai visto in vita mia.
Selezionai l'icona verde con la cornetta sollevata; dopo un paio di squilli, la voce di Nora: «Sapevo che avresti chiamato. Dimmi tutto».
«Ok, maledizione. Sono dei vostri».

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