mercoledì 30 settembre 2015

30 Settembre 1938



Oxford, 30 Settembre 1938

Mia cara sorella,

non ti stupisca il recapito di questa mia missiva a così breve distanza dalla precedente: qui in ateneo vige un regime di totale calma piatta e spesso mi ritrovo, almeno nella prima parte della giornata, privo di stimoli con cui ammazzare il tempo o tenere impegnato il mio genio irrequieto.

Dalla fine dell'estate, infatti, un numero sempre crescente di studenti è scomparso, abbandonando gli studi senza il minimo preavviso. 
Si è discusso molto in proposito durante le ultime, soporifere, assemblee del gabinetto per la didattica, e pare che la principale causa di tale fenomeno sia da ricercare nel nazionalsocialismo: se da una parte molti giovani sono rimasti stregati dalla propaganda nazista, decidendo di trasferirsi in qualche remota università tedesca; altri, assistendo con orrore alla diffusione delle leggi razziali - avrai letto anche tu della loro recente adozione anche da parte del governo fascista italiano - e temendone uno sbarco su suolo inglese, hanno rivolto il loro sguardo a occidente, decidendo di attraversare l'Atlantico per cercare rifugio negli Stati Uniti.

E così mi ritrovo, tra capo e collo, una sessione straordinaria di esami spoglia, in cui gli appelli vengono cancellati per mancanza d'iscritti e pochi, sparuti laureandi si candidano per la discussione delle loro tesi. 

Per fortuna, mia buona Ada, questo triste ristagno accademico è compensato in buona misura dalle rocambolesche vicende personali che mi stanno intrecciando a Loretta, agli Inklings e a quella sorprendente rivelazione che si nasconde sotto le mentite spoglie del pacato John Tolkien.


Ieri infatti, seguendo le tue dettagliate istruzioni, nel tardo pomeriggio mi sono recato in visita presso la sua abitazione, con l'intenzione di chiarire l'increscioso incidente verificatosi durante l'ultima lettura del Signore degli Anelli; scusarmi per il mio comportamento barbaro e sotterrare in questo modo, una volta per tutte, la proverbiale ascia di guerra.
Ti assicuro sorella che, per quanto uomo traboccante d'orgoglio, non vedo l'ora di essere riabilitato nel gruppo, solo per poter incontrare ancora la mia adorata cameriera.

Sono stato accolto alla porta da una cordiale Mrs Rosefield, la governante che, con un imbarazzato sorriso di circostanza, ha dovuto informarmi che il professore al momento non era in casa; uscito qualche ora prima a camminare nel parco della residenza, per una di quelle lunghe passeggiate contemplative che lui stesso definisce dialogare con gli Alberi.

Determinato e inarrestabile come solo noi Dyson sappiamo essere, alcuni oserebbero dire testardi, non ho permesso allo sconforto di minare i miei piani: «Mrs Rosefield» le ho chiesto affabile, ma deciso «Quando pensa farà ritorno? Dopotutto è quasi ora di cena».

Percependo la mia inamovibilità, degna di un monolitico obelisco egizio, la donna si è rassegnata a farmi entrare in casa, invitandomi ad attendere nello studio di Tolkie, mentre lei stessa avrebbe verificato se per caso il padrone avesse già fatto ritorno.
È stato proprio in quel momento che ho scoperto la sconvolgente verità: John sa scrivere, e possiede una vena creativa di rara potenza che, è evidente, tiene nascosta ai propri gregari del Bird & Baby.

Solo nello studio, mi aggiravo irrequieto come un leone africano in gabbia; passando in rassegna gli scaffali di un'assortita biblioteca e sfogliando senza troppo interesse vecchie riviste di letteratura, sparse in disordine sul tavolino da tè.
Ma fu quando iniziai a scartabellare tra gli appunti, impilati sul piano dello scrittoio - lo so che è da maleducati, ma Ada tu mi conosci, è più forte di me - che trovai il testo di un capitolo inedito dell'opera tolkieniana.
Faggiosso, il titolo.
Dalle prime righe, non ricordavo di averlo mai sentito durante uno dei nostri incontri serali; perciò mi misi comodo e cominciai a leggere.
Misericordia, un capolavoro!

Ricordi Saruman, l'arrogante stregone traditore che ti ho descritto tempo addietro, in una delle mie trascorse lettere?
Ecco, la narrazione ha inizio con una sua visita alle segrete della torre di Orthanc, il suo quartier generale; ma questa volta, invece delle solite descrizioni bucoliche e un po' naive alle quali ci ha abituato John, l'atmosfera è resa angosciante, claustrofobica; la scena impreziosita con dettagli macabri e raccapriccianti degni di un romanzo gotico.
Per un attimo, lo giuro, mi è sembrato di leggere un inedito di Edgar Allan Poe.
Il mago fa il proprio ingresso nell'antro di Faggiosso: si tratta di una cella ampia, dal basso soffitto a botte; il pavimento è rivestito da listelli di legno e i mobili sono in spesso massello; le torce sono fissate alte sui muri, per evitare i bracieri che, cadendo, potrebbero incendiare l'intera stanza.

Ti assicuro, mia cara Ada, che un arredamento del genere in un oscuro dungeon mi ha fatto subito storcere il naso: troppo elegante, del tutto fuori contesto. 
Ma, accidenti!, ripensandoci alla fine del manoscritto, mi si è gelato il sangue nelle vene!

«Faggiosso! Faggiosso! Sono giunto ad ascoltare il tuo rapporto». 
Esordisce Saruman mentre, dall'ombra dei fuochi, emerge una figura sottile e ricurva, a causa di una possente stazza confinata in uno spazio tanto esiguo: si tratta di un Ent; uno di quegli alberi antropomorfi che tanto piacciono a Clive Staple. 
Il suo aspetto, invece che saggio e millenario, risulta mostruoso alla vista: è nero, carbonizzato su buona parte del corpo; quando cammina lascia dietro di una sottile scia bianca di cenere; è del tutto privo di foglie e molti dei suoi rami pendono senza vita, quasi del tutto spezzati.
All'interno del tronco, come altiforni, ardono due sfere di fuoco cremisi; sono i suoi occhi: fari che, nella semioscurità, non proiettano altro che odio intenso e desiderio di vendetta.

Devi infatti sapere, sorella, che Faggiosso fu uno dei primi Ent a cadere vittima dei roghi appiccati dal malvagio incantatore nella valle di Isengard: i propri fratelli, pensando di averlo perduto per sempre, lo abbandonarono, lasciandolo solo a morire.
Dopo settimane d'inesauribile agonia, una pattuglia di orchetti lo scovò, ormai prossimo alla fine, e lo portò al cospetto del proprio padrone che, consapevole del valore che può avere un Pastore di Alberi come alleato, gli riservò grandi attenzioni, lo curò e, una volta guarito, lo circuì con la stessa subdola malizia che già aveva funzionato per Grima Vermilinguo, riuscendo così a rivoltarlo contro il suo stesso popolo.

Tutto questo flashback si evince dal dialogo tra i due, che non sto a riportarti frase per frase, fino a quando lo stregone, con una domanda, non torna alla narrazione presente.

«Come procede con l'interrogatorio?»
In tutta risposta, l'Ent lo accompagna nella stanza attigua, il suo laboratorio, così lo chiama lui, anche se è evidente stia parlando di una sala per le torture: un enorme tavolo da lavoro al centro, al quale è legato un altro albero senziente, circondato da attrezzi da falegnameria, appesi lungo tre delle quattro pareti di solida pietra.
Seghe, raspe, punteruoli; il pavimento ricoperto da uno spesso strato di fine segatura; Faggiosso impugna una pialla a lama larga e dà un paio di vigorose passate sul tronco del prigioniero: ampi strati di corteccia volano via, strappando urla di dolore all'agonizzante salice incatenato.
Raccolti i brani appena rimossi, il nero Ent li sminuzza con forza in un capiente mortaio; raccoglie ciò che ne rimane e, messa sul fuoco una cuccuma piena d'acqua, versa il tutto al suo interno.
«Accomodiamoci». Accennando con una profonda voce gutturale a un paio di scranni intarsiati «La nostra tisana sarà pronta a breve».


Il capitolo si conclude così, all'apparenza nulla di speciale; solo dopo qualche istante il lettore si rende conto di cosa sia appena successo e, o mio dio, solo a ripensarci mi torna la pelle d'oca.
Quella vecchia volpe di John Tolkien è riuscita a raccontare una serie di violenze abominevoli, impensabili per il genere di letteratura elevata al quale sono abituati gli Inklings, sotto forma di un cordiale ed elegante tè pomeridiano!
Riflettici bene, sorella, e prova a calarti nei panni del personaggio, un enorme albero, una pianta, dotata di raziocinio: mobilia in legno; parquet; decotti naturali di corteccia di salice! 
Sarebbe come descrivere una persona compiere atti di cannibalismo; o farla vivere in una casa in cui i paralumi siano fatti di pelle umana o i cui posacenere siano stati fabbricati con delle vertebre estratte dalla schiena di un cristiano!
Per quanto possano essere allettanti per uno scribacchino da pulp magazine, anche solo immaginarle, tali atrocità mi fanno sentire corrotto, sporco dentro.
Quale mostro sarebbe in grado di apprezzare tanta spazzatura in un'opera dell'ingenio?
E invece...
Invece con la sua epica, il professor Tolkien ci è riuscito: è riuscito a raccontare l'abisso con una forma accettabile.
Decorosa.
Sono rimasto molto, molto colpito.

Purtroppo, alla fine, ieri pomeriggio non sono riuscito a parlargli: Mrs Rosefield ha fatto irruzione nello studio per confermare l'assenza del padrone di casa, al che, per non trascinarmi oltre il limite della maleducazione, mi sono congedato, pregando la governante di informarlo comunque della mia visita e di dirgli che sarei passato il prima possibile presso il suo ufficio in dipartimento.
Infatti, Ada, ho proprio intenzione di confessargli la mia intrusione nel suo studio; ovviamente di scusarmi a riguardo, ma voglio ad ogni costo disquisire ancora su Faggiosso e approfondire l'argomento che, come avrai ormai capito, mi sta interessando davvero molto.

Non appena si presenteranno novità degne di nota, sarà mia premura informarti all'istante.
Fino ad allora, ti abbraccio e come di consueto ti mando tutto il mio affetto.


Sempre con tutto il mio amore,
Hugo

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