lunedì 7 settembre 2015

Ametista



La mattina ha l’oro in bocca.


Col cazzo. Quello che senti in bocca non è affatto oro, anzi. La base, ti dici, è sicuramente bourbon. Ieri sera hai perso il conto degli Old Fashioned. Poi c’è una punta di gusto-carie (deve essere il dente del giudizio, quel bastardo che non riesci a raggiungere con lo spazzolino) e per finire il sapore pastoso di una nottata passata a lottare contro il mal di testa. 



Hai deciso di combattere hangover e saporaccio con una generosa tazza di tè al cardamomo.



La tua coinquilina, Marika – che ora sorseggia anche lei il prezioso liquido dalla sua mug personalizzata stando appoggiata alla credenza – ti fa segno di buttarne giù ancora.



Obbedisci. Obbedisci a tal punto che ti scoli l’intera tazza alla goccia. Ma il saporaccio è rimasto; inoltre, noti con disappunto, alcune particelle solide si sono aggiunte all’impasto boccale. La situazione è peggiorata.



Guardi Marika, assonnata e gonfia nel suo pigiamone di Snoopy.  

«Hai usato lo zucchero o la ghiaia?» blateri frantumando quelle che sembrano piccole pietruzze con i molari. 


Lei bofonchia. Si gira ed estrae qualcosa dallo sportello sopra il frigorifero. Ciabatta fino al tavolo e poggia l’affare sul tavolo, facendolo poi scivolare con gran precisione fin davanti ai tuoi occhi. È tale e quale a uno dei quei piccoli contenitori in cui le casalinghe conservano spezie sconosciute come il dragoncello o la curcuma. Lo prendi in mano; e ti stupisci di quanto pesa. Lo volti e leggi l’etichetta: Ametista in grani.



Alzi un sopracciglio. «Credevo che l’ametista fosse un cazzo di diamante».



Lei, tornata alla credenza, inala i vapori del cardamomo. «Lo è» dice senza staccare gli occhi dal liquido.



Sconvolto e incapace di ragionare a causa dei postumi della sbornia, apri il contenitore. Nessun odore. Fai scivolare nel palmo della destra un po’ del contenuto. Ora hai in mano un gruzzolo di pietruzze dalla grana fine; non sarebbero diverse dalla sabbietta in cui piscia Minù se non fosse che riflettono la luce in maniera sorprendente gettando lampi violacei nella mezza luce mattutina.


Lei ripone la tazza nel lavello e ci tira l’acqua dentro.
«Ha proprietà strabilianti» dice. «Il nome dice tutto: a-methy-stos. Pietra contro la sbornia, più o meno». Poi sbuffa. «Cazzo quanto mi fai parlare di prima mattina». 


È in quel momento che i tuoi neuroni, ancora annodati dal Negroni, si mettono pian pianino in funzione e t’accendono lo sguardo. Ingolli la manciata di ametiste dal palmo della mano, come si fa con le briciole di pane.



Ti sono sempre stati simpatici, gli struzzi.  

Nessun commento: