mercoledì 2 settembre 2015

Gastrovertigo



Era un pomeriggio tardo impero e il tramonto si stava impegnando, cazzo se ce la stava mettendo tutta, per cercare di convincerti che il cielo può avere anche tinte calde, nonostante il regime fascista instaurato dall'azoto negli strati più alti dell'atmosfera.
Per citare Watchmen, better blue than red.



Ma questa la capisce solo chi ha visto il film.
Maledetto Zack Snyder; hai rovinato un capolavoro.

Il dio Po, così aggiungiamo qualche pennellata verde Lega alla tavolozza; tanto per avere una palette RGB che sia funzionale alla comunicazione audiovisiva, scorreva controcorrente lungo le riva del Valentino: tra le sue acque, stuprate da gorghi vorticanti, imperversavano, come al solito, i predatori tentacoli di kraken alloctoni d'acqua dolce; ibridi siluro-cefalopodi degni delle più squallide pellicole di serie Z.
Su un relitto galleggiante, circondato dai corpi senza vita dei compagni sventurati, un vogatore scalzo agitava in preda alla disperazione ciò che rimaneva del proprio remo, cercando di fiocinare la creatura in un punto vitale, guadagnando così un transito sicuro almeno fino al pontile della Società Canottieri Armida.
Poco distante, posse agguerrite di tuffetti e germani reali se la smazzavano a becco duro per stabilire una volta per tutte quale gruppo tassonomico fosse il vero sovrano dello stagno.
E con stagno intendo fiume.

Inverno e Il Migliore passeggiavano pigri lungo il viale affollato, lanciando pietre ai bambini nel tentativo d'incrementare i rispettivi record personali.
«Bang, headshot! Vale doppio». Esclamò a un certo punto il primo, esultando.
«Che cazzo dici?» Gli rispose l'altro, indicando in direzione del bersaglio appena abbattuto «Non vedi che è un nano? Mirare ai nani è barare».
Ne sarebbe scaturita di sicuro una lunga contesa arbitrale se, in quello stesso istante, a pochi passi dal duo non avesse inchiodato a ritmo di samba una chiassosa amazzone a cavallo del proprio velocipede.
No, aspetta, mi sono espresso male.
È come quel tipo di afasia fluente in cui si sostituisce la parola corretta con un'altra dal suono simile.
Velociraptor.
Era a cavallo di un velociraptor.
«Scusate se vi disturbo» Esordì, smontando con impressionante agilità dalla groppa d'incubo, proveniente dritto dritto dal Cretacico superiore «posso farvi una domanda?»
Come una mente alveare, i pensieri dei due vibrarono all'unisono sulle corde del proselitismo, strimpellando i riff graffianti di Geova e dei suoi Testimoni.
Portavano ancora addosso le cicatrici dell'ultimo tentativo di avvicinamento alla parola di Gesù: nudi e incatenati al muro; prigionieri in una casa sicura del Ku Klux Klan gestita da un ex alto papavero del Politburo affetto da BIID, e che si era fatto sostituire alcune parti del corpo con protesi meccaniche, tra cui un piccolo lanciarazzi sulla spalla.
Al primo utilizzo, la combustione del propellente balistico gli aveva incenerito mezza faccia.
Quella volta riuscirono a scamparla solo grazie all'intervento di una task force composta da ninja Amish, specializzati in missioni di ricerca e soccorso.
Ma questa volta era diverso: la femmina al loro cospetto non aveva nulla della skinny bitch ariana.
Anzi, direi tutto il contrario: la chica era un vero e proprio idolo ctonio della fertilità; una divinità erotica precolombiana i cui lineamenti, la carnagione caffellatte, tracciavano sulla pelle quell'equazione fatta di passioni travolgenti e violenze carnali, il cui risultato definiva, mediante una quota di sangue spagnolo, il valore di una persona nell'economia del genocidio meso e sudamericano.
Castizo, chango, chamizo; sono sempre stato pessimo con le frazioni.
«Sssì?» Rispose titubante Inverno, effettuandole una scansione dalla testa ai piedi: il corpo della tolteca era un'esplosione di colori; un altare eretto per la maggior gloria di Quetzalcoatl.
Indossava leggings arlecchino e un vistoso reggiseno sportivo viola e giallo della Nike, nascosto senza troppo impegno da una larghissima casacca senza maniche, a strisce orizzontali rosse e blu; le unghie erano arcobaleno, mentre le palpebre scure erano state bombardate a tappeto da un ombretto turchese, facendola apparire reduce di una violenta street fight; il suo volto bersaglio della fata madrina e dei suoi inarrestabili jab.
Bibidi bobidi boom!
L'oscurità dei lunghi capelli lisci era stata mitigata con l'applicazione di numerose ciocche finte: verdi, fucsia, arancioni; un intero campionario di evidenziatori by Osama.
«Vi capita mai, quando vedete una ragazza, di sentire come una vertigine allo stomaco?» Domandò con leggero imbarazzo.
Il Migliore si accese una sigaretta e, buttandole in faccia una boccata di fumo al mentolo, rispose: «Certo, baby. Mi succede tutti i santi giorni».
«Cosa significa, secondo voi?» Incalzò lei, facendosi aria con la mano e cercando di non inalare.
«Beh, potrebbe essere un serio interesse. Persino amore» Azzardò Inverno, uomo di concetto e avvezzo a profonde riflessioni.
«Allora sono proprio nei guai». Si fece scappare la ragazza, con le guance che iniziavano a imporporarsi.
«Cazzate». Decretò allora, inesorabile, il più prosaico Migliore; strinse gli occhi, per aumentare l'intensità del proprio sguardo e, pinzando la cicca tra indice e medio, proseguì indicando la ragazza: «Ti dico io cos'è. Antropofagia. La carne umana è stronza da digerire: il trucco sta nel tagliare fette sottili e passarle in padella con un soffritto di scalogno, non cipolla, e poco, pochissimo aglio. E non cuocerla troppo: altrimenti diventa una suola di scarpa da masticare».
Inverno, insaziabile di storie interessanti, s'intromise nel bel mezzo della ricetta, affamato di maggiori, succulenti dettagli: «Ma perché? Hai sentito questa vertigine scorgendo qualche ragazza mentre eri in giro col tuo, ehm, velociraptor?»
Lei, stupita della domanda, subito si schermì: «Oh no! È uno che conosco: ci siamo incontrati già due o tre volte e l'ho visto in varie forme. È un tipo molto, molto affascinante. Un vero leader; ma su di lui gravano grandi responsabilità, ed è tutto molto difficile. Comunque grazie del vostro aiuto. Scusate ancora per il disturbo».
Tornata in sella del proprio sauro, la bella muchacha si allontanò, sul far della sera, scomparendo presto all'orizzonte.
Rimasti ancora un poco a rimirare un didietro basculante al trotto, Inverno infine infranse il silenzio contemplativo tra i due con una sonora bestemmia: «Andiamo a mangiarci una pizza. Sto morendo di fame».

Quella sera, la ragazza decise d'incontrarlo per l'ultima volta; di fare finalmente l'amore con lui e, prima di andarsene, di dirgli addio per sempre.
Purtroppo non tutte le storie hanno un lieto fine.

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