mercoledì 16 settembre 2015

It's a Boy!



L'ingegner Casimiro Tallone fu uno dei principali esponenti italiani dell'architettura utopica di fine Settecento; artefice indiscusso di opere che miravano al perfetto connubio tra estetica e funzionalità.
Purtroppo, durante una traversata della Tripolitania, fu infettato da un nematode parassita che, proliferandogli in corpo, lo afflisse durante la realizzazione della sua magnum opus, l'Ospedale Infantile Santa Madre del Bambin Gesù Incoronato dai Cori Celesti dell'Empireo Immacolato.
Nonostante le dilanianti sofferenze, riuscì a completare l'edificio in tempo.
Morì pazzo il giorno successivo all'inaugurazione.

***

«Mi ripeta il cognome».
«Prizio. Con la P di Palermo».
La testa dell'infermiera oscillò a destra e a sinistra, in un lento gesto di negazione, mentre gli occhi, fissi sull'elenco delle pazienti ricoverate, scavalcarono un paio di lenti multifocali, alla ricerca del nome della nostra amica neomamma tra quelli stampati sul foglio con caratteri in corpo sei.
«Qui non la vedo. Come ha detto che si chiama la bambina?»
Ilaria, che stava iniziando a spazientirsi, si sporse in punta di piedi, nel tentativo di sbirciare la lista: «È un maschio. Si chiama Lotario».
La testa della donna scattò all'indietro come una sagoma del tiro al bersaglio dei luna park: «Un maschio?» ripeté, trapassandoci con un'occhiataccia da chioccia risentita «Allora siete nel posto sbagliato. Dovete recarvi nell'ala occidentale».
Io ero rassegnato, ma la mia amica, meno avvezza alle dinamiche di rimpiattino tipiche degli ospedali, si rivolse all'infermiera con un'espressione e un tono d'indignato stupore: «Ma come? Abbiamo chiesto in portineria e sono stati loro a mandarci qua».
Evidentemente già a conoscenza del disguido, fummo fortunati: la nostra interlocutrice non se la prese per quella palese mancanza di rispetto e ci spiegò con un sorriso pulsante di accondiscendenza: «Dovete sapere che il nuovo dirigente sanitario è un patito di feng shui; è davvero ossessionato. Ha fatto spostare la nursery dei maschietti a ovest perché le vibrazioni del sole calante favoriscono lo sviluppo virile dei neonati».
«Ma in portineria...» Insistette Ilaria.
«Si vede che i colleghi non hanno ancora ricevuto la circolare. Capita: a volte ci vogliono settimane prima che tutto lo staff sia informato sulle nuove direttive».
Prima che un incidente diplomatico irreparabile deflagrasse nel corridoio, mi inserii nella conversazione: «Quindi, potrebbe gentilmente darci le indicazioni corrette per arrivare a destinazione?»
«Certo» rispose la signora, cercando di scorgermi dietro la mole del nostro regalo per il piccolo Lotario «Rifate la strada da cui siete arrivati; tornati nella hall girate a destra invece che a sinistra, e da lì seguite le stesse indicazioni che vi hanno dato in portineria: secondo ascensore a destra; salite al terzo piano; in fondo al corridoio trovate la collega a cui chiedere. Ma dovete fare in fretta: l'orario delle visite sta quasi per scadere».

«Ehi Ila, sei sicura di non voler avvisare? Potrei dare un colpo di telefono a Stefano».
La supplica suonò ovattata; distorta dall'effetto congiunto della mia guancia premuta contro la schiena pelosa e lo sforzo di trasportare a braccia trenta chili di orso di peluche formato gargantuan.
«Non pensarci neanche» Fui rimproverato «Dobbiamo far loro una sorpresa coi fiocchi».
«È che conosco gli ospedali» Mi giustificai «Mio padre ha lavorato al Mauriziano: ti assicuro che è impossibile arrivare da qualche parte senza l'aiuto di qualcuno che conosca i sentieri nascosti per gli addetti ai lavori».
«Stronzate» sbottò lei, sprezzante «Ho vissuto un anno nel Parco Nazionale del Grand Canyon e non mi sono mai persa. Gli ospedali mi fanno una pippa».
Non replicai; stoico accettai il mio destino, presagendo i primi sintomi della catastrofe.

«Salite o scendete?»
Ci trovavamo nell'ala giusta e avevamo appena raggiunto le porte dell'ascensore, presiedute da un individuo alquanto bizzarro: alto; magro come uno stecco; indossava un completo grigio fin troppo elegante per quel tipo di ambiente; aveva i capelli, neri e unti, tagliati a scodella, gli occhi strabici e un corto baffetto rado proprio sotto la base del naso, a coprire solo la parte centrale del labbro superiore.
Il sorriso falso di Ilaria fu quasi imbarazzante: «Saliamo. Terzo piano».
Il tizio schiacciò il pulsante di chiamata e attese l'apertura delle porte in silenzio, con un'espressione di ebete felicità stampata sul volto.
Quando infine entrammo e selezionammo il tasto con stampato sopra il numero tre, ci salutò agitando la mano: «Buona giornata».
La salita fu breve e pervasa da un silenzioso imbarazzo; incapace dei reggere la tensione mi schiarii la gola, giusto per fare qualcosa.
Pling!
Per me, la cui visuale era ostruita dal gigantesco teddy bear, non fu subito chiara l'entità del problema; almeno fino a quando non sentii l'interrogativo Salite o scendete? ripetuto fuori dalla cabina dell'ascensore.
Ruotai di qualche grado e, davanti a me, si presentò una scena difficile da interpretare: l'inquietante figuro in grigio ci fissava beato con gli occhi puntati lungo traiettorie divergenti.
«Scusi, ma a che piano siamo?» Domandò la mia amica, altrettanto esterrefatta.
«Piano terra». Rispose lui.
«Ma io ho schiacciato il terzo!»
Lui annuì con la testa, mentre le spalle si agitavano in uno spasmo d'impotenza: «Questi ascensori sono vecchi: ogni tanto funzionano male e il terzo piano si blocca. Vi conviene uscire al secondo e fare una rampa di scale. È la soluzione più rapida».
Il volto di Ilaria s'incendiò di un porpora furente e con il pollice annientò il tasto numero due, rischiando per un istante di lasciarlo incastrato all'interno della pulsantiera in alluminio.
«Maledetti ospedali» bofonchiò tra sé e sé.
Pling!
«Salite o scendete?»
Qualcosa, in quel momento, si spezzò; ripensandoci, posso ricordare alla perfezione la sensazione di schiocco metaforico risuonare nell'aria.
«Ma siamo ancora al piano terra!?!» Ilaria era entrata in rage mode.
«Questo! Cazzo! Di! Ascensore!»
Scandiva ogni singola parola con una pedata sul linoleum sporco, il tonfo della spessa suola di gomma dei suoi scarponi anfibi rimbombava nello stretto vano in cui eravamo prigionieri.
Il viscido sfaccendato era ancora lì, ad aspettarci; questa volta con una maschera di trionfo a illuminargli i tratti grotteschi del viso.
«Via Ugo! Ancora qui a importunare i visitatori?» La nuova voce apparteneva a un barelliere vichingo: alto, biondo, perfetto.
Io mi nascosi, all'improvviso consapevole della mia inadeguatezza come maschio, sfruttando la copertura dell'enorme pupazzo; mentre Ila, occhi sbarrati e bocca a O maiuscola, andava incontro a una ipercongestione facciale in cui allo strato rosso-rabbia se ne sovrappose un secondo carminio-imbarazzo.
«A che piano dovete andare?» Chiese il Cristo rinascimentale in tuta verde lattementa, con una voce tanto profonda e morbida da far vibrare lo stomaco e, probabilmente, sciogliere le ovaie, lasciandole colare lungo le gambe dell'ascoltatrice in estasi di turno.
«Te-terzo. Grazie».
«Non fateci caso. Sono i fratelli Baresco: parto plurigemellare; figli di un vecchio primario di nefrologia. In pratica sono cresciuti qui, al Santa Madre: ogni tanto, per divertirsi, si appostano agli ascensori, uno ad ogni piano, vestiti in modo identico per confondere i parenti in visita. Strambi, ma innocui». 
«Ihihih!» Ridacchiò Ila, un po' civetta, che fino a un attimo prima avrebbe volentieri stritolato a mani nude la trachea dei tre scansafatiche fino a spezzarla.
Pling!
«Eccovi arrivati. Buona giornata» Con un sorriso quasi accecante, il Febo Apollo si congedò, per tornare al suo lavoro e migliorare così la giornata di altre persone.
«C-ciao» per chi la conosce da tempo, la voce trasognata della mia amica era irriconoscibile.
Io mi limitai a uscire dall'ascensore con molta attenzione, per evitare di scivolare sulla pozza che l'apparato genitale liquefatto di lei aveva formato sul pavimento.

Giunti alla fine della corsia, fermammo un inserviente per ottenere indicazioni; questa volta fui io a parlare: «Salve, posso chiederle un'informazione? Stiamo cercando una nostra amica che ha appena partorito un maschietto. Si chiama Prizio, con la P. Sa per caso in quale stanza si trovi?»
L'uomo annuì affabile, un distinto signore dai tratti mediterranei, e con la mano ci segnalò la porta: «È subito qui dentro. L'ho vista un attimo fa ed era sveglia. Se volete farle una sorpresa, potete entrare all'improvviso: sono sicuro che l'arrivo dei suoi amici non potrà che farle piacere».
Alla fine eravamo arrivati.
Hurrà!
Galvanizzati dalle parole dell'uomo e in preda all'irrefrenabile desiderio di esorcizzare le disavventure capitateci fino a quel momento, non ce lo facemmo ripetere due volte: Ilaria spalancò la porta e a testa bassa irrompemmo nella camera.
«TA-DAAAAN!» urlammo in coro.
...
Non fu lo sguardo attonito dei presenti a decretare la condanna per la cazzata che avevamo appena commesso, quanto piuttosto la gigantesca targa che riportava il seguente avviso:


ONCOLOGIA PEDIATRICA
Per pubblica decenza e rispetto dei parenti in visita
si prega di mantenere il silenzio e un comportamento decoroso

Seguirono altri cinque secondi di assoluto mutismo, poi una delle madri scoppiò a singhiozzare in preda alla disperazione.
«Scu-scusate...noi...noi pensavamo...ci hanno detto...» Balbettavo; il panico m'impediva di formulare una frase di senso compiuto.
Prima di cadere vittima di un linciaggio più che giustificato, in nostro soccorso giunse la capo reparto: un donnone dall'espressione seria, ma comprensiva, paludata in un'uniforme bianca cangiante.
«Avete chiesto informazioni per la nursery a un addetto che gira qui intorno? Basso, peloso, carnagione scura?»
Incapaci di rispondere con coerenza, ci limitammo ad annuire.
«Bertoli, maledetto stronzo!» sibilò la dottoressa.
«Come?» Domandò Ilaria, prima tra i due a riprendersi dallo shock.
«Augusto Bertoli. Un raccomandato: odia il suo lavoro, ma è a tempo indeterminato e non c'è modo di liberarsene; quando può, fa di queste bravate, mandando le persone che chiedono informazioni nei posti sbagliati. La persona che cercate è in fondo al corridoio, ultima porta a destra. Ma siete arrivati in ritardo, l'orario per le visite si è appena concluso».
Di natura sono abbastanza fatalista: io avrei accettato senza problemi la sconfitta, preparandomi ad affrontare un secondo tentativo il giorno successivo; ma Ilaria no, lei è tenace; aveva preso un giorno libero dal lavoro apposta per consegnare al piccolo Lotario il suo orsacchiotto XXL e ci sarebbe riuscita, senza se e senza ma, anche a costo di radere al suolo l'intera struttura.
«Guardi, è tutto il pomeriggio che veniamo rimbalzati avanti e indietro in questo stramaledetto ospedale per colpa dell'inettitudine di chi ci lavora. Vogliamo solo consegnare un regalo; possibile che non si possa fare una piccola eccezione?»
Fu impressionante: non l'avevo mai vista cazziare qualcuno bisbigliando; fu molto più spaventosa di una qualsiasi sua sfuriata ad alta voce.
Anche la capo reparto ci rimase di stucco: «Due minuti» ci concesse «Non di più. Entrate, lasciate quello che dovete lasciare, salutate e uscite».
La ringraziammo; ma lei ci bloccò ancora per un istante: «Vi cronometro: se sgarrate di un solo istante, mando la sicurezza a prendervi».

Percorremmo i pochi metri che ci separavano dalla porta quasi di corsa; ormai ero sfinito. 
Avevamo imparato la lezione e questa volta bussammo: Stefano ci aprì, raggiante in viso come ogni neopapà che si rispetti; ci salutò e con una leggera nota di dispiacere ci informò che mamma e pargolo si erano appena addormentati.
«Posso provare a svegliarla». Propose sottovoce, mentre mettevamo piede nella camera: il piccolo Lotario era lì, in braccio alla madre; entrambi con gli occhi chiusi e il respiro regolare di chi se la pisola alla grande.
Con Stefano a fianco, che li contemplava sparando raggi-amore dagli occhi, sembravano una Sacra Famiglia neoclassica.
Innanzi a un tale spettacolo, persino l'inarrestabile Ila capitolò: «Non importa. Lasciali riposare. Quando si sveglia, dalle il regalo da parte nostra e falle ancora le congratulazioni. È bellissimo».
Stefano ci riaccompagnò all'uscita: «Mi dispiace che non ce l'abbiate fatta in tempo. Questo ospedale è un vero labirinto. Potevate avvisarmi e sarei venuto a recuperarvi all'ingresso: una volta che si conosce il percorso, ci vogliono cinque minuti ad arrivare».
Ilaria mi lanciò un'occhiata assassina; io ebbi sufficiente istinto di sopravvivenza da non commentare.
Giungemmo alla fermata del tram senza spiccicare parola; l'esperienza al Santa Madre ci aveva prosciugati di ogni energia.
Io non mi sentivo più le braccia.
«Guai a te se dici Te l'avevo detto» M'intimò lei con voce minacciosa.
Sorrisi sardonico: «A quanto pare, non ce ne sarà bisogno. E adesso che si fa?»
«Andiamo allo Sbarco. Ho bisogno di bere».

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