mercoledì 9 settembre 2015

Sbirri, scurrilità & studentesse Erasmus



«Ti assegno a un nuovo caso».
«Stronzate».
Il capitano Velasquez alzò di scatto la testa dalla pila di documenti che manteneva sotto scacco la disordinata geografia della scrivania.
Il suo aspetto emanava un'aura di contraddizione che spesso spiazzava gli osservatori meno consueti: latina, un metro e settanta, capelli rasati cortissimi in un taglio militare; tailleur antracite e décolleté tacco sei nascondevano neanche troppo bene una massa muscolare allenata con rabbia tutte le sere in palestra e cablata con fasci di nervi che l'abuso di caffeina aveva reso ipersensibili.
Una manata rovinò sulla superficie consumata del vecchio ripiano in rovere.
«Ispettore Umagoro! Modera il linguaggio e poggia il tuo culo nipponico su quella sedia. Dopo tutto il casino che hai combinato con la petroliera Behemoth, puoi ritenerti fortunato che il sindaco non abbia preteso una testa da offrire agli squali per calmare le dannate acque; altrimenti avrei già cavato quei tuoi occhi a mandorla con una fottuta matita spuntata». 
L'approccio raptatorio con cui affrontava la vita aveva permesso ad Anita Velasquez di scalare in fretta i ranghi della polizia, ma nel suo intimo rimaneva un mastino da pattuglia, più adatta a sventare il crimine per le strade, azzannandolo alle palle, che a compilare interminabili scartoffie. Le mancava il lavoro sul campo.
«Sono riuscita a tenerti in servizio. Invece di lamentarti come un moccioso pisciasotto, dovresti baciare il terreno su cui cammino».
L'ispettore sbuffò e si sedette, iniziando ad agitare la gamba destra, come a tenere il tempo col piede, chiaro sintomo di nervosismo: «Questa volta c'ero quasi, capitano. Gli stronzi si trovavano lì, sulla nave! Mi mancava tanto così per beccarli. Se solo avessi avuto una squadra tattica a disposizione».
I tratti ispanici della donna si contrassero, componendo prima una falsa espressione di dispiaciuta empatia: «Oh, mi piange il cuore» poi una maschera di furia cieca «ma per cosa hai preso questo dipartimento? Per un fottuto servizio di catering? Il signore gradisce delle teste di cuoio? Ci vuole un contorno di elicotteri insieme? Ha provato il caviale? Pare sia delizioso!» 
Si alzò e, in un unico, fluido movimento, il capitano iniziò a percorrere l'ufficio avanti e indietro, agitando le mani mentre dava libero sfogo alla propria frustrazione; la punta dei tacchi picchiettava contro il linoleum come il ticchettio di un inarrestabile doomsday clock.
«Lascia che ti spieghi la situazione con parole brevi, così che il tuo cervello ciucco di testosterone possa capire: per colpa tua, siamo nella merda. Tu, io, l'intero fottutissimo distretto; il municipio rischia una causa milionaria per danni e noi siamo tutti a un passo dal diventare ausiliari del traffico! Per non parlare del procuratore, che ha avviato un'inchiesta per quelle prove scomparse! Cristo, Shinichi, le piste degli Affari Interni conducono tutte a te! Mi dici cosa cazzo dovrei fare?!»
«Ma non lo capisce, capitano? Mi vogliono incastrare! Stanno iniziando a sentire il mio fiato sul collo, e allora gli Scriptomanti inseriscono questi dettagli per rallentarmi, mettermi i bastoni fra le ruote. Sono vicino, non posso fermarmi ora!»
Velasquez si coprì il volto con la mano; non voleva sentire un'altra volta quella storia: «Umagoro, devi ficcartelo in testa: Non. Esiste. Alcun. Scriptomante. Nessuna mano invisibile, nessuna eminenza grigia che tira le fila nell'ombra! Sono tutte stronzate, voci di strada come i coccodrilli nelle fogne o il suicidio di Squiddi. Devi piantarla con queste fantasie, e fartene una cazzo di ragione!»
Udendo quelle parole, un velo di gelo tombale adombrò il viso di Shinichi Umagoro: «Mi sta intimando di mollare, capitano? Perché Archie per me non lo avrebbe mai fatto».
Le spalle di Anita Velasquez si rilassarono all'istante per lo sconforto, gli occhi virarono dalla rabbia al rammarico: «La morte dell'agente Reily è stata una tragedia e, credimi, manca a tutti quanti. Ma, Umagoro, se vogliamo tenere in piedi la squadra, devi abbassare la cresta e volare basso per un po'. Gli ordini sono che tu venga riassegnato a un nuovo caso: si tratta della scomparsa di un reperto unico al museo metropolitano di storia; qualcuno ha fatto irruzione nottetempo portando via il Francobollo Metallico di Ranvière. Troverai i dettagli nel file sulla tua scrivania. È tutto».
Senza sbattere la porta, l'ispettore Umagoro abbandonò l'ufficio in silenzio, con una calma glaciale.
Ma nei suoi occhi brillava ancora una scintilla di implacabile determinazione.
«'Fanculo gli ordini».

***
Con l'inizio della bella stagione, gli incontri redazionali degli Scriptomanti si svolgono al Giardino Balbo: in questo modo, i nostri eroi possono lodare il sole; godere della vista dei loro amici a quattro zampe che sgambettano felici sull'erba; crogiolarsi nel refrigerio che l'acqua della fontana fornisce, spargendosi nebulizzata nell'aria circostante...

Hop, hop, hop, coraggio ragazze, ancora un giro!

...e poi, certo, fino alla chiusura delle scuole ci sono le classi femminili che vanno a correre durante l'ora di educazione fisica.
E il bouncing è un elemento imprescindibile del processo creativo dei due.

«Allora Benny, ricapitoliamo. A che punto sei con Turuza
«Eh Moz. È quasi finito, ma mi mancano sempre gli ultimi due episodi: sono bloccato e non so bene come concluderlo. Tu invece? Come va con Maestro, il season finale di Wetwords
L'attenzione del Mozzo, per un attimo focalizzatasi su un... bulldog francese molto tonico, torna a rivolgersi alla maschera bianca del Buon, rispondendo alla sua domanda: «Alla grande. Come al solito, è uscito più lungo del previsto; se lo dividiamo per bene, possiamo andare avanti per tutto luglio pubblicandolo a puntate. E il progetto El Cucaracha
Lo sconforto grava sul collo irsuto del Benny come un roccioso supplizio da mito greco: «Eh, niente. L'idea è congelata al momento. Devo rivedere l'intera struttura dall'inizio, perché così non mi convince».
Quando le loro menti non lavorano in concerto per concepire capolavori, questi scambi di battute ringalluzziscono l'ego del Mozzo, la cui frequente e recidiva produzione narrativa lo rende, a tutti gli effetti, lo scriptomante alfa del duo.
«Ah! Però, facendo pulizia in camera, ho ritrovato dei vecchi quaderni su cui appuntavo idee e svolgevo esercizi di scrittura creativa; sono testi brevi, ma aggiustandoli un po' si possono riutilizzare».
«Ottimo. Quanti pezzi avresti a disposizione?»
«Circa trecento».
Ecco.
Scriptomante alfa un cazzo.
«Come scusa?» Domanda Benny, distratto.
«Niente, niente. E poi non era neanche tra caporali» Gli risponde piccato il Mozzo.
«Non importa. Sai benissimo che ti sento lo stesso quando parli con loro» precisa, indicando con il pollice verso i lettori.
Meglio per il Mozzo sviare la conversazione: «Comunque; per il nuovo racconto, mi piacerebbe scrivere un'avventura classica; magari in giro per il mondo, durante i primi del Novecento. Hai presente Tintin
La maschera da medico della peste si volta verso il compare, e le mani del Buon si spostano sui fianchi, con una palese intenzione di monolitico rimprovero: «Mozzo. Avevamo detto basta onomatopee».
«Ma no» Gli risponde il Malefico «Tintin è un fumetto belga. Ma non hai mai visto neanche il cartone animato su RaiUno?»
Ogni tanto ci si dimentica di avere a che fare con il Buon Benny, detto anche No infanzia felice, cresciuto da Piero Angela e da una famiglia di dinosauri realizzata in pessima computer grafica, a pane e Giovannino Seme di Mela.
Non chiedete.
Non volete saperlo.
«Belga? Perché? In Belgio fanno fumetti?»
Il Mozzo spalluccia, non sentendosela di dare torto all'osservazione del proprio collega: «In effetti, fino a qualche tempo fa, di belga conoscevo solo l'insalata e una studentessa Erasmus che seguiva dei corsi durante la laurea magistrale».
«Gnocca?»
«Mica tanto. Non si depilava le gambe; ma compensava con una libido repressa non indifferente: una volta passò due ore di lezione a informarsi sullo slang italiano osceno-sessuale. Ammetto che, insieme ad altri compagni di corso, abbiamo riscontrato alcune difficoltà nel spiegarle che non esiste un termine specifico, volgare, per essudato vaginale».
«Mentre in Belgio c'è?» lo stupore nell'interrogativo del Benny è quasi palpabile.
«A quanto pare».
«Ew!»
«Ma tornando a noi» Riprende il Mozzo «pensavo di usare una Mossa Dan Brown: caccia al tesoro, società segrete e colpo di scena finale telefonato già da metà storia».
«Sentiamo» E il Benny tira fuori dallo zaino quaderno e matita per prendere appunti.
«Primo: il nostro protagonista esplora luoghi esotici e misteriosi a causa della propria professione».
Il Buon interrompe: «Che genere di professione? È un ricercatore? Un giornalista? Forse un archeologo?»
«No. È un avventuroso impiegato delle poste addetto agli annulli filatelici».
«Ho sentito bene? Il nostro eroe lavora alle poste?»
«Massì. Sempre alla ricerca di qualche francobollo raro da annullare, è spesso coinvolto in trame di spionaggio e contrabbando».
«Scusa, e che c'azzeccherebbero le società segrete?»
Un'altra obiezione.
«Nel racconto che ho in mente, sta seguendo le tracce di un particolare manufatto, il Francobollo Metallico di Ranvière».
«Il che?»
«Si tratta di un misterioso reperto postale del Seicento, di cui esiste un unico esemplare, fatto di una particolare lega metallica, nichel e bismuto. È l'oggetto chiave di un'antica contesa tra due fazioni in lotta da secoli: i Filatelici, di cui fa parte anche la famiglia del nostro eroe da diverse generazioni, che, concentrandosi più sulla funzione, lo considerano un vero e proprio francobollo; e i Numismatici che, trattandosi comunque di una forma di pagamento in metallo, ne rivendicano la natura monetaria. In questo contesto, il nostro protagonista attraverserà i continenti seguendo la pista storica dell'unica spedizione effettuata con il Ranvière, dovendosela allo stesso tempo sbrigare con la minaccia armata degli scagnozzi Numismatici, sempre alle calcagna».
«E la sorpresa finale quale sarebbe?» Domanda Benny, facendo roteare in aria il lapis con cui sta annotando tutti i dettagli della trama.
Il Mozzo s'impettisce tutto, orgoglioso di poter tirar fuori un ultimo asso dalla propria manica narrativa: «Il capo supremo dei Numismatici, personaggio avvolto nel mistero che, per tutto il testo, viene descritto solo nell'atto di uccidere con metodi barbari i luogotenenti che hanno fallito nell'impresa, è in realtà il giovane assistente del nostro eroico addetto agli annulli. In questo modo, l'intero inseguimento si rivela essere una sciarada, poiché il vero nemico si è sempre trovato in compagnia dell'eroe. Che te ne pare?»
«Niente male» ammette lo scriptomante «davvero niente male. Ma prima hai parlato di un colpo di scena telefonato. Che cosa intendevi?»
Il Malefico annuisce: «Esatto. Pensavo di inserire uno di quegli indizi che, reinterpretati alla luce del finale, mostrano al lettore che gli elementi sono sempre stati lì, in bella vista e che, se abbastanza attento, avrebbe potuto capire tutto fin dal principio».
«E come pensavi di ottenere questo effetto?» Il Benny è così, maieutico: ti strappa fuori le trame migliori a colpi d'interrogativi.
«Il nome dell'assistente. All'inizio sembrerà una semplice parentesi comica, ma col senno di poi...»
«Perché? Come si chiama 'sto tizio?»


***
«Lasciate che mi presenti: io sono Soldo di Cacio e voi, voi state intralciando le fasi conclusive di un'operazione molto, molto importante. Vi assicuro che l'istinto di porre fine alle vostre fastidiose esistenze in questo preciso istante arde davvero intenso in me. Ma purtroppo tempus fugit, e se voglio che il Francobollo Metallico torni in possesso legittimo dei miei fratelli Numismatici, le circostanze mi obbligano ad agire con una rapidità di mano che non concede distrazioni. Per tale ragione, signori vi saluto e lascio che il vostro destino sia segnato dalla piccola trappola che i miei associati hanno preparato per voi. In tutta sincerità, spero di non dover rivedere mai più le vostre stupide facce».
Ancora inebetito dalla violenta botta in testa, Umagoro non era in grado di focalizzare l'attenzione sull'omuncolo che gli stava parlando; i dettagli, utili a ricostruire un identikit del criminale, stavano sfuggendo troppo in fretta, come se la persistente pulsazione che gli tormentava il cervello in quel momento li stesse pompando fuori insieme al sangue, attraverso la ferita aperta all'altezza della tempia sinistra.
Si trattava di una figura piccola, tozza, con volto infantile e un'insopportabile vocetta stridula.
Nulla di più.
Inoltre, la semi oscurità dello scantinato in cui era trattenuto non avrebbe aiutato a memorizzare neanche una mente più lucida della sua.
Il farabutto lasciò la stanza richiudendosi la pesante porta d'acciaio alle spalle; il tanfo dell'aria, ristagnante di umido e muffa, era attraversata dal ritmico gocciolare di condensa dai tubi arrugginiti installati sul soffitto, e dai violenti tentativi del poliziotto di scuotersi per liberare le mani dai legacci che lo immobilizzavano alla robusta sedia imbullonata a terra.
«Allô?» La voce risuonò alle spalle dell'ispettore, implorante e terrorizzata allo stesso tempo. Fu una sorpresa: al suo arrivo, in seguito agli sviluppi dell'indagine sul furto al museo, l'edificio appariva abbandonato e quando lo avevano incarcerato, l'uomo si era convinto di essere solo. 
Tanto meglio; la presenza di un compagno di cella non faceva altro che aumentare le possibilità di fuga.
«Chi va là?»
«Je... je m'apelle Tintin».
In quella posizione Umagoro non riusciva a vederlo e, a scuola, le lingue straniere non erano mai state il suo forte: «Parli la mia lingua?» chiese con tono brusco.
«Oui... un po'» rispose l'altro, stentato.
«Cosa vuoi? Sei qui per uccidermi?» Dopotutto il capo dei Numismatici aveva parlato di una trappola; meglio non abbassare la guardia.
«Non! Je... Io sono un journalista» la sua pronuncia era davvero difficile da comprendere.
«E cosa ci fa uno scribacchino francese in un posto del genere?» Domandò  ancora, con enfasi esasperata nelle parole: quella situazione aveva un qualcosa, dei dettagli insignificanti, che però spiccavano dal contesto per la loro totale assurdità. 
Per un attimo l'ispettore s'irrigidì, travolto da un terribile sospetto; ma no, quello non era per nulla il momento adatto a dare spazio alle proprie ossessioni personali.
«En fait, sarei belga. Sto scrivendo un reportage su un gruppo di falsari e sul loro traffico d'imitazioni di monete storiche. Dovevo incontrarmi ici con un mio informatore. Ma imaginò che mi abbia venduto, e così sono caduto in un'imboscata».
«Non si preoccupi monsieur Tintin. Mi chiamo Shinichi Umagoro e sono un tutore dell'ordine. Se farà ciò che le dico, ne usciremo entrambi sani e salvi».
«Bien» La voce del reporter sembrò calmarsi un po' rispetto all'esordio in preda al panico.
«Da qui non riesco a vederla: dove si trova? È ferito? Può muoversi?» 
In quel momento era essenziale avere un'idea chiara della situazione per poter elaborare un piano.
«Mi trovo alle sue spalle e sono sauf; qualche graffio, mais nulla di grave. Mi hanno ammanetatò e appeso al soffitto; ho i piedi liberi, ma non riesco a capire dove finisca la catena a cui sono fissato».
Niente da fare; in quelle condizioni, il secondo prigioniero non sarebbe stato di alcun aiuto.
Umagoro provò ancora ad agitarsi sul posto: il seggio era fissato a terra, quello lo sapeva già, ma le quattro gambe e lo schienale erano in legno, vecchio e abbastanza rovinato; con un colpo congiunto di schiena e bacino ben assestato, forse sarebbe riuscito a schiantare le parti più deboli, liberando di conseguenza braccia e gambe dalle costrizioni che lo stavano inabilitando.
Mentre trafficava, sudando in abbondanza a causa dell'aria viziata e afosa, la quiete nella cella era infranta solo dai brevi grugniti che lo sforzo gettava fuori dalla bocca, tra i denti digrignati. Quando però iniziarono a mostrarsi i primi segni di cedimento strutturale, lo scricchiolio delle schegge, che schizzavano in ogni direzione, fu accompagnato da uno strano tintinnare inatteso.
«Qu'est-ce que?» s'intromise Tintin «Je non ho fatto nulla, mais la catena ha iniziato a vibrare...». 
Lo disse con un tono di crescente preoccupazione che, piano piano, stava virando verso il terrore degli esordi.
«Non. Si. Preoccupi» Lo rassicurò l'ispettore, scandendo ogni parola con un colpo di pelvi alla seduta «Ci. Sono. Quasi».
«Non, non! Aspetti! Ho appena visto. C'est una vasca qui sotto! Con del liquid...»
Troppo tardi: prima che il poliziotto potesse realizzare cosa stesse accadendo, la sedia si frantumò sotto il suo peso, liberandolo del tutto; nello stesso istante, il suono del corpo del giornalista che s'immergeva nella tinozza sottostante riecheggiò tra le spesse pareti del sotterraneo, accompagnato da un grido di disumano terrore.
La trappola di Soldo di Cacio era infine scattata.
Umagoro scattò, per prestare soccorso: si trattava di una tinozza cubica, più alta di un uomo, con le quattro pareti in vetro rinforzato, come quelle che gli escapisti utilizzano durante i loro spettacoli.
Era riempita di una soluzione biancastra, all'apparenza più densa dell'acqua: non era in grado di riconoscere la sostanza; poteva trattarsi di qualche tipo di acido o di collante.
Tintin, al suo interno, si agitava come un forsennato, ancora vivo: Umagoro tentò di afferrare il tratto di catena rimasto fuori dal contenitore, ma l'estremità serpeggiava sul bordo del recipiente con troppa velocità, frustando l'aria.
Da solo, impotente, abbandonò l'edificio con ancora le agghiaccianti urla del giornalista belga nelle orecchie; suoni che, pur non conoscendone il significato, lo avrebbero accompagnato nei tormentati sogni delle notti a venire.
«Oh no! Mon dieu. Mon dieu! Elle est perte blanche! ELLE EST PERTE BLANCHE!»

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