mercoledì 7 ottobre 2015

07 Ottobre 1938



Oxford, 7 Ottobre 1938

Cara Ada,

scusa l'irruenza e la probabile scarsa coerenza di queste mie righe, ma davvero non ho saputo resistere; all'uscita della facoltà ho preso un taxi e, appena messo piede in casa, mi sono fiondato presso la scrivania del mio studio, ho afferrato carta e penna e ho iniziato a scriverti, così da avere vivida in mente l'intera vicenda, senza che preziosi dettagli si perdano per strada.
A pensarci bene, ho ancora indosso il cappotto col quale sono uscito e in questo momento sto inzaccherando di pioggia il prezioso tappeto Afshar che lord Guilleroy si è premurato di portarmi in dono dal suo ultimo viaggio nell'Iran sudorientale.

Ma poco male; al momento nulla è più impagabile della mia testimonianza; della cronaca diretta della pazzia di John Ronald Reuel Tolkien.
Proprio così: Tolkie ha perso la tramontana, e ora ti racconterò le circostanze sulle quali si fonda questa mia ferma convinzione.

Come ben sai, dall'ultima missiva della settimana scorsa, è stata mia precisa intenzione chiudere John all'angolo, visto che persevera nell'evitarmi come la peste, per sistemare la questione Inklings e, allo stesso tempo, intavolare una conversazione su Faggiosso, il capitolo inedito de Il Signore degli Anelli che tanto mi aveva affascinato durante la mia precedente visita presso la sua abitazione.
Fatto sta che stamattina, complice l'ennesima cancellazione di un appello, a causa della carenza d'iscritti, ho fatto irruzione a tradimento nel suo ufficio in dipartimento, senza appuntamento e scavalcando il suo irreprensibile assistente: non annunciato, avrei negato al professore l'occasione di rendersi ancora una volta irreperibile.

«John, dobbiamo parlare». Ho esordito mentre chiudevo l'uscio alle mie spalle.

In prima istanza, ho dovuto arginare con una capitolazione totale la sua comprensibile indignazione nei confronti di un simile comportamento da parte mia: con una fitta salva di scuse, mi sono giustificato, spiegando come in quel periodo soffrissi di gravi difficoltà nel prendere sonno; che quella fatidica sera mi fossi appisolato per qualche minuto durante la sua lettura e di quanto - Ada tu lo sai bene - io sia irascibile appena sveglio.
Mi sono prostrato innanzi alla clemenza della corte e, come postremo ramoscello d'ulivo gli ho rivolto i miei più sinceri complimenti per Faggiosso, confessando con innocente nonchalance di aver letto il brano nel suo studio, mentre attendevo che Mrs. Rosefield lo avvisasse della mia visita pomeridiana.

Devo ammettere, cara sorella, che la reazione di Tolkie mi ha colto del tutto impreparato: passata la prima ondata di furia per la mia intrusione, sentendo pronunciare il nome del sadico Ent bruciato, i suoi occhi sono cambiati; il suo sguardo si è acceso di un'indescrivibile, fervida luce, quasi febbrile.
«Faggiosso? Davvero ti è piaciuto?»
Approfittando di quella sottile crepa nell'inossidabile corazza che è l'ego del professor Tolkien, mi sono lanciato in un panegirico del testo in questione; una giaculatoria che inanellasse una dietro l'altra lodi sullo stile, sulla struttura, le descrizioni e i dialoghi.
A ogni encomio vedevo il suo volto trasfigurare, diventando sempre più paonazzo e spiritato: alla fine è scoppiato in una fragorosa risata, ed è stato in quel preciso istante, mentre riempiva di scotch un paio di bicchieri - misericordia erano solo le undici! - che John ha sguinzagliato la propria follia.

Ti assicuro che non sto esagerando: da ora in avanti cercherò di usare solo parole che ho udito con le mie orecchie durante quella sconvolgente discussione.

«Hugo, ma che sorpresa! Anche tu un bocciolo? Giuro che non avrei scommesso su di te neanche mezza ghinea. E dimmi, da chi hai ricevuto la tua fioritura? È stato Sveltolampo? O forse Ciuffoglio?» Tolkie ha cominciato a interrogarmi a raffica.
Il mio primo pensiero è stato che quello non fosse il primo cicchetto della giornata e, nella mia testa, è sorto il sospetto che fosse già ubriaco prima del mio ingresso nella stanza.
«John, ma di cosa stai parlando?» Gli ho domandato; ed è evidente che la mia espressione non sia stata in grado di celare appieno lo stupore, perché, in tutta risposta, ho ricevuto un'altra sonora risata, con tanto di mani premute sulla pancia.
«Ohohoh! Non ti preoccupare». Sono stato rassicurato «Anch'io, appena avuta tra le mani la rivelazione, sono rimasto traumatizzato; ma mi è bastato dialogare con i Grandi Alberi affinché la mia vista si snebbiasse e potessi scorgere le cristalline verità che giacciono da eoni davanti ai nostri occhi».
«E di quali verità stiamo parlando di preciso?» L'ho incalzato, così da ricevere ulteriori delucidazioni.
«Ma del Giardino dell'Eden, mi pare ovvio!»
«Quello della Bibbia?» Ho azzardato, ancora ignaro di quale fosse il vero argomento di quel delirante dialogo.
«Ma no, no!» E a seguire l'ennesimo ghigno divertito «Capisco che sia difficile da immaginare, ma lasciami spiegare: intorno a noi, caro professor Dyson, esiste un'altra Terra; non un altro pianeta, come potrebbero essere Venere o Saturno, ma un altro mondo, che occupa lo stesso spazio del nostro, ma in un'altra dimensione; un altro piano dell'esistenza. Io lo chiamo il Giardino dell'Eden, ed è la patria d'origine degli Alberi, le antiche e sagge creature alle quali mi sono ispirato per creare gli Ent nel mio Signore degli Anelli».
«E questi Alberi, come li chiami, sarebbero delle gigantesche piante senzienti». Ho ribadito, giusto per avere conferma.
Il volto di Tolkien si è quindi illuminato di entusiasmo - non l'avevo mai visto sorridere tanto - per i rapidi progressi che stavo compiendo: «Esatto!» Ha esultato alzandosi in piedi «Devi capire che lì è tutto al contrario: il raziocinio si è evoluto nei vegetali in un ecosistema composto per la maggior parte da carne».
Carne?
Lo so; starai ripercorrendo dubbiosa quest'ultima frase con gli occhi, convinta di aver letto male.

Ma hai capito bene, sorella.
Carne.

«Carne?» Ho chiesto anch'io, perché quella è l'unica reazione sensata di fronte a una tale scempiaggine.
«Il Giardino dell'Eden è un mondo-animale, in cui ogni elemento del paesaggio è fatto della stessa materia delle nostre gambe e braccia. Durante le visitazioni, Faggiosso mi ha accompagnato per i sentieri dei Picchi Reurach. Oh! Dovresti vederli Hugo: una catena di masse muscolari titaniche che da valle s'innalzano fin sopra le nuvole come vere e proprie montagne! Al loro interno è presente persino una fitta rete di cunicoli e caverne. Ho trascorso in quelle profondità diversi giorni: è davvero affascinante osservare i soffitti di quegli antri spaziosi, sorretti da monumentali casse toraciche. Sai? Sono molto più confortevoli delle nostre grotte: al posto degli spessi strati di roccia, è possibile trovare pareti composte da organi interni, caldi, vivi, pulsanti. Avvolti da tutto quel tessuto connettivo, sembra di regredire a uno stadio embrionale; di tornare nell'utero materno. Per non parlare delle foreste ossee: la flora che fuoriesce dalla superficie epidermica del suolo come una frattura esposta; i fusti, che crescono candidi e lisci come lunghe diafisi di enormi femori e dai quali pendono lussureggianti e tondi pomi nella guisa di polpette».
«Polpette?» L'ho allora interrotto, tentando di virare il tono dell'argomento verso la burla «John, stai forse descrivendo il Paese di Bengodi, con cibo che piove dal cielo e fontane da cui scorre birra chiara?»
«Oh no. No!» Ha negato lui, scuotendo la testa con eccessivo vigore «La fisiologia dei Grandi Alberi è diversa dalla nostra; il loro ciclo vitale si basa sulla coltivazione: gli adulti arano le pianure agricole con lame affilate come rasoi; aprono profonde ferite nel terreno e, al loro interno piantano le proprie spore. Quelle che attecchiscono diventano gemme, l'equivalente dei nostri cuccioli, e iniziano a crescere, cibandosi del sangue che scorre nelle spesse arterie ipogee; quando infine raggiungono l'età matura fruttificano: spezzano cioè le proprie ife radicali e cominciano a deambulare in autonomia, girovagando per il mondo alla ricerca di un partner riproduttivo». 

A quel punto, il mescolarsi di botanica e fantascienza stava cominciando a confondermi.
«E secondo te» Ho provato a ricapitolare, più che altro per verificare se Tolkie mi stesse prendendo in giro, o se fosse davvero convinto di ciò che andava vaneggiando «Questi Grandi Alberi sarebbero da sempre tra noi; condividendo il nostro stesso spazio, senza che alcuno si sia mai accorto della loro presenza? Perdonami, John, ma non me la dai a bere».
Il mio scetticismo non sembrava preoccuparlo; continuava tranquillo a snocciolare dettagli, come se stesse spiegando il sonetto shakespeariano a una classe di studenti del primo anno: «È assai raro percepire la loro presenza: per la maggior parte del tempo le nostre due dimensioni sono separate in modo netto da barriere cosmiche, erette dagli stessi principi fondamentali della fisica. Ma circa una volta ogni sessanta milioni di anni la nostra realtà e la loro entrano in risonanza, assottigliando il divario tra i cosmi e generando punti di contatto presso cui è possibile incontrarli. Sono nostri amici, Hugo! Vogliono vivere in simbiosi con noi!»
«Simbiosi? Ma ti stai ascoltando?» La situazione aveva ormai superato il limite della decenza.
«Sono in pericolo. Il loro mondo è ormai mezzo putrefatto, in declino; quando mi hanno incontrato per la prima volta, hanno intravisto nella specie umana una speranza di salvezza: carne in grado di muoversi, di dimensioni ridotte, facile da trasportare e con una coscienza con cui poter interagire. Hanno intenzione di condividere con noi la loro saggezza e il loro potere; chiedono solo di poterci colonizzare per far crescere al nostro interno le loro generazioni future. Per questo sto scrivendo Il Signore degli Anelli: quando il pubblico amerà gli Ent e inizierà a parlare il quenya, che poi è il linguaggio dei Grandi Alberi, sarà più facile per l'umanità accettare la sottomissione».
«John, se ciò che asserisci fosse vero, quelli che stai descrivendo sarebbero dei fottuti parassiti! Staresti svendendo la tua specie a dei funghi fastidiosi che sarebbe meglio eradicare!»

Non pensavo che sarebbe arrivato a mettermi le mani addosso, ma tant'è che, sentendo la mia protesta, Tolkien è saltato furioso oltre la propria scrivania stringendomi le mani al collo.
«Pazzo! Pazzo! Stiamo parlando di conoscenza millenaria! Capacità che non puoi neanche immaginare!»

Me lo sono tolto di dosso, scaraventandolo a terra.
Nonostante abbia in parte apprezzato l'ostentazione di tanta creatività, il limite di sopportazione era stato ampiamente superato.
Lo ammetto, persi del tutto la pazienza.
«Perdiana John!» Gli ho ruggito contro con estrema rabbia «Siamo in un cazzo istituto accademico!» 
Mi sono voltato e, senza neanche accertarmi che fosse ancora tutto intero me ne sono andato, rincarando nel mentre la dose: «Cerca di mantenere un minimo di dignità! Questo materiale non te lo accetterebbero neanche per quella robaccia che pubblicano sui giornaletti per ragazzi».

Lo so, sorella, ho rovinato tutto.
Posso dire addio agli Inklings, e alle piacevoli serate al Bird ad ammirare la bella Loretta destreggiarsi delicata tra i tavoli.
Aggiungo solo che, prima di scagliare la tua tremenda ira fraterna su di me, saresti dovuta essere in quell'ufficio questa mattina e assistere tu stessa alle farneticazioni di John Tolkien.
Quell'uomo è pazzo, di questo sono sicuro.

In attesa che nei corridoi del dipartimento si scateni un cataclisma di pettegolezzi e malelingue, chiudo questa lettera - più lunga del previsto - con l'invio di tutto il mio amore a te, William e ai bambini.
Non è da escludere la possibilità che lo zio Hugo abbia presto sufficiente tempo libero per fare loro visita.


Come sempre, un abbraccio
Il tuo devoto fratello
Hugo

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