mercoledì 14 ottobre 2015

14 Ottobre 1938


14 Ottobre 1938

Ada, prego il Signore con tutto me stesso che quando leggerai queste righe, non sia ormai troppo tardi.
Sei in pericolo. Un pericolo mortale.

Innanzitutto fai i bagagli; nulla di troppo ingombrante, giusto lo stretto indispensabile; raduna William e i bambini e abbandonate la casa; la città. 
Subito.
Avranno perquisito il mio appartamento; è d'uopo supporre che abbiano il vostro indirizzo e che siano sulle vostre tracce; già di strada per venire a prendervi.
Lo so; tutto questo ti sembrerà il delirio di un folle - ah! l'amara ironia - ma per una volta abbi fiducia in tuo fratello: prima le questioni di vitale importanza, poi le spiegazioni.
Rifuggite dalla periferia e dai villaggi agricoli: prosperano nella campagna, e nei boschi possono mimetizzarsi.
Dirigetevi verso una grande città; l'inquinamento e il contesto urbano vi aiuteranno a nascondervi.
Londra sarebbe la scelta migliore; ma anche Birmingham potrebbe funzionare altrettanto bene.

Lo so che alla radio e sui giornali vengo descritto come un mostro; che mi danno del piromane e dell'assassino e - bontà divina - non posso negare che sia vero.
Ma devi credermi, sorella mia ti supplico, quando ti dico che la verità dei fatti è ben più terribile - orripilante! - di quella raccontata dalla stampa.

Oh cielo! È un vero incubo!
Tolkie aveva ragione! Sono tra noi! 
E nessuno se ne sta accorgendo.

In seguito al nostro ultimo scontro, temendo lo scoppio dell'ennesimo scandalo in seno alla commissione disciplinare dell'ateneo, ho iniziato a raccogliere tutte le informazioni in mio possesso; così da poter imbastire una linea di difesa nel caso avessero voluto ascoltare anche la mia versione dell'incidente.
Certo, John detiene un peso maggiore all'interno della politica accademica; ma dalla mia avevo la verità: se fossi stato in grado di amministrarla con oculatezza, forse sarei riuscito persino a ottenere una sua sospensione per comportamento eticamente inadeguato durante le attività d'insegnamento.

Ho iniziato quindi a setacciare l'elenco delle iscrizioni ai corsi, alla ricerca di studenti che seguissero sia me, sia John: era infatti mia intenzione avvicinarli in prima battuta in modo discreto, informale, per indagare la possibilità che Tolkien si fosse mai presentato alticcio durante le lezioni.
È stato proprio ivi, seduto nel mio ufficio, che quelle anonime liste di nomi sono diventate, a mia insaputa, la chiave del mistero.
E il primo passo verso la catastrofe.

Da quei fogli emergeva infatti come molte, quasi tutte invero, delle persone scomparse negli ultimi mesi, il cui abbandono era stato ipotizzato a causa del proliferare in Europa del nazionalsocialismo, stessero seguendo un ciclo di seminari sull'Arda e su come costruire una mitologia originale inglese.
Oratore principale di ogni conferenza: John Ronald Reuel Tolkien.

Quello stesso pomeriggio mi sono recato di nuovo presso la sua residenza per ulteriori indagini: volevo ricevere dal diretto interessato chiarimenti su quella curiosa, e al momento indecifrabile, coincidenza.
Temendo però ostruzionismo da parte di Mrs. Rosefield, che avrebbe potuto benissimo negarmi l'ingresso per ordine diretto e risentito del proprio datore di lavoro, ho deciso di girare intorno all'edificio e di sfruttare l'entrata di servizio.
Ammetto che in quel momento mi stessi vergognando come un ladro, ma ero troppo determinato; non avrei permesso a niente e nessuno di abbattere il mio piano prima ancora che decollasse.

È stato allora che lo ho sentiti: il loro lamento proveniva da una grata del seminterrato collegata alle cantine; il suono, all'inizio, poteva essere confuso con il fischio di una valvola ad alta pressione; aria compressa che fuoriusciva rapida da una vescica bucata.
Mi sono immobilizzato per ascoltare meglio, e solo con un intenso sforzo di concentrazione sono riuscito infine a distinguere qualche parola di senso compiuto.
Una in particolare: aiuto.
La chiusura del cancello che conduceva ai sotterranei era assicurata da un lucchetto di scarsa qualità: mi sono bastati un paio di colpi ben assestati con una spranga metallica, trovata in un cumulo di rifiuti lì nei pressi, per mandarlo in frantumi.
Ho seguito il suono, e per fortuna è stato impossibile perdersi: per quanto avvolto nell'oscurità, mi è bastato seguire l'unico corridoio rettilineo presente per entrare, in fondo, in una stanza a malapena illuminata da una manciata di lampadine mal funzionanti.
L'antro di Faggiosso.

Misericordia! È così che deve apparire ai dannati la serra del demonio!
L'aria era irrespirabile, gravida di umidità e di afrori nauseanti: un misto dolciastro di urina e lezzo di frutta marcia mi bruciava nelle narici; in sospensione gravitava del pulviscolo chiaro, che vorticava appiccicandosi ai vestiti e irritando la pelle con un prurito insopportabile.
L'ambiente era chiuso, opprimente, soffocante; lo spazio interamente occupato da lettighe d'ospedale su cui giacevano, a torso nudo e con indosso soltanto della biancheria sporca, i corpi di numerosi giovani. Ne riconobbi alcuni grazie alle foto che avevo visto sui loro libretti universitari: erano tutti studenti scomparsi.
O meglio, ciò che rimaneva di loro.
È stato uno spettacolo osceno e disgustoso, Ada; un supplizio che non sarei in grado di augurare neanche al peggiore dei miei nemici: quei poveracci erano stati usati come cavie per un qualche sadico e perverso esperimento; braccia, volti, gambe e addomi erano cosparsi di tagli, e sembrava che sulle ferite sanguinanti fossero state applicate foglie e radici di qualche specie epifita di origine esotica.
Forse dei funghi, perché in alcuni casi erano ben riconoscibili ife corpi fruttiferi.
Solo avvicinandomi, e riuscendo a stento a trattenere i conati, mi sono reso conto che le piante erano ancora vive e che, immergendosi sempre più in profondità nella carne viva, si stavano nutrendo, risucchiando ogni stilla di linfa vitale dalle membra di quelle povere vittime sacrificali.
Pervaso dal disgusto, ho provato a strappare a mani nude uno di quei grovigli vegetali dal petto sudato di un giovane magro, quasi scheletrico, dalla carnagione pallida e dai capelli corvini.
Il risultato è stato scioccante: sentivo l'organismo opporre resistenza, come in possesso di una volontà propria; lo sentivo dimenarsi; aumentare la stretta dei tentacoli, cercando di ancorarsi ancora di più all'ospite.
Cielo! Non ci ho visto più: una marea di rabbia e disgusto ha soverchiato il buon senso e le mie braccia hanno iniziato a strattonare con forza crescente fino all'ultimo, vigoroso, colpo che ha eradicato l'abominio dai resti del prigioniero.
Forse è stato un errore - Oh dio santo, Ada, il rimorso ancora mi tormenta - ma fatto con le migliori intenzioni: non appena liberato dal parassita, lo studente ha cominciato a dissanguarsi a spruzzo, come se la pressione all'interno dei vasi fosse stata chimicamente aumentata per favorire l'assorbimento ematico, e in pochi istanti è deceduto.
In quell'ultimo, agghiacciante momento, il suo costante mormorio di supplica, che unito agli altri mi aveva attirato colà, si è trasformato in un acuto grido di dolore.
Breve, ma pregno di sofferenze che non possono appartenere a questo mondo.

«John?»

Un altro tono implorante, però diverso: femminile, ma soprattutto ben noto.
Loretta.
Sì, Ada, la mia Loretta era lì, vittima anch'essa dello scempio. Mi spostavo frenetico di barella in barella, come un roditore in trappola alla disperata ricerca di una via di fuga.
Eccola lì; della sua gioviale bellezza non era rimasto nulla: incurante di alcun pudore, il suo carnefice l'aveva gettata in mezzo alla bolgia come gli altri, a seno nudo e con solo un paio di mutande lerce di escrementi vecchi e raggrumati; la sua pelle, di solito così rosea e liscia, era in più punti screpolata; abrasa; maculata da chiazze lanuginose di muffa biancastra, alternate a spesse croste ambrate, da cui spuntavano pallidi germogli peduncolati.
«John?» Ha ripetuto la domanda, percependo forse la mia vicinanza: i suoi bei occhi infatti erano ciechi; danneggiati e ricoperti di petecchie in cui galleggiavano affamate microspore aliene.
«Loretta, sono qui. Sono io, Hugo» L'ho rassicurata, cercando allo stesso tempo un modo sicuro per liberarla e portarla in salvo.
«John...ti prego...» Ha continuato lei a mugolare «...il bambino...tuo figlio...».

Adesso mi è tutto chiaro, ma nella foga degli eventi il tratto a china del mio raziocinio non aveva ancora tracciato una linea che unisse tutti i punti: certi incroci di sguardi che all'epoca mi avevano destato un vago sospetto; la passione della cameriera per il folklore e le storie de Il Signore degli Anelli; e poi la lunga assenza per malattia; quell'inspiegabile febbre che l'aveva colpita all'improvviso, proprio lei, che non avevo visto raffreddata neanche durante gli inverni più rigidi.
E infine, i vaneggiamenti a proposito di mondi paralleli e di alberi senzienti decisi a schiavizzarci come bestie d'allevamento.
Loretta e Tolkien erano stati amanti; e ora lui la stava usando, nonostante fosse incinta, per organizzare in gran segreto una testa di ponte che facilitasse l'invasione degli Ent.

Per ciò che è successo in seguito, Ada, non ho una spiegazione coerente, o validi argomenti con cui giustificarmi. 
L'istinto, quella porzione primordiale del cervello che abbiamo ereditato dai rettili e che è dedita esclusivamente alla sopravvivenza, ha preso il sopravvento, relegando il mio io consapevole al mero ruolo di spettatore.
Non so dirti dove abbia trovato le taniche di cherosene; trattandosi anche della sala caldaie, è possibile che fossero immagazzinate per le emergenze; né quanto tempo ci abbia messo a cospargere i corpi, la stanza e a versare una scia di carburante altamente infiammabile lungo l'intera lunghezza del corridoio.
Ricordo di essermi fermato sul ciglio dell'uscita e di aver acceso una sigaretta: non l'ho fumata; con la gola troppo secca sono riuscito bofonchiare uno stentato fottuto Tolkien e a gettare le braci incandescenti sull'innesco.
Sono rimasto a lungo, a distanza di sicurezza, a contemplare l'edificio mentre veniva divorato dalle fiamme; sotto shock non potevo immaginare che il sonnellino pomeridiano di Mrs. Rosefield l'avrebbe condotta ad una morte atroce, vittima suo malgrado.

La ragione è tornata a prevalere, spinta a spallate dall'orrore, quando una silhouette raccapricciante è emersa dall'incendio divampante: alta quasi quattro metri; arti lunghi e sottili; avvolta da una nube di foglie ardenti, che si consumavano nell'aria come carta velina; la superficie, ruvida e annerita dal calore, era punteggiata da globi cerulei: la loro grottesca rotazione all'interno del tronco mi fa supporre che fossero gli occhi della creatura; ipotesi supportata dal fatto che, una volta attirata la loro attenzione, si sono fissati su di me con preoccupante intensità.
Faggiosso era là, di fronte a me.
Vivo.
Reale.

Non ho timore né vergogna ad ammetterlo: sono scappato, senza esitare.
Da allora, cara sorella, sono in fuga; non sono passato neanche a casa per recuperare le mie cose: mi muovo di città in città in corriera o in treno; sempre mezzi pubblici, negli orari di maggior affollamento.
Sono stato costretto a contraffare il mio aspetto, per non essere riconsciuto dalla polizia o dai passanti; ho visto le mie foto sui giornali, ma adesso neanche tu saresti in grado di riconoscermi: ho cambiato taglio di capelli, e mi sto facendo crescere barba e baffi; porto dei finti occhiali, quasi sempre con lenti scure e, ogni tanto, fingo una leggera zoppia. 
Non trascorro mai due notti nello stesso ostello e guadagno di che sostentarmi con lavoretti provvisori e mal pagati.

Non appena le acque si saranno calmate, e almeno le autorità avranno smesso di cercarmi, mi farò vivo di persona. Non cercare di rispondermi, o di fornirmi qualsiasi informazione sulla vostra posizione.
Sarò io a rintracciarvi; in qualche modo me la caverò.
Ho omesso apposta la località in cui mi trovo, nel caso intercettino questa missiva prima che ti venga recapitata, ma ci tenevo a informarti che sono vivo, sto bene, e soprattutto volevo esporti in prima persona i risvolti segreti di questa orribile faccenda; quelli che mai nessuno ti rivelerà.
Ci sono altri agenti collaborazionisti come Tolkien, ne sono sicuro; si sono infiltrati a ogni livello della società, e lavorano alacremente alle nostre spalle, affinché la popolazione accetti con gioia il giogo dei dominatori, quando il tempo sarà propizio.
L'unica speranza che ci rimane è di cementificare il pianeta: espandere le città in conglomerati sempre più grandi; sviluppare l'industria; abbattere le foreste e sostituirle con discariche e autostrade; cancellare ogni centimetro quadrato di verde ricoprendolo con una nera colata di asfalto e catrame.
Sono persino diventato vegetariano: com'è scritto nel Deuteronomio, farete a lui quello che egli aveva pensato di fare al suo fratello. Così estirperai il male di mezzo a te. Gli altri lo verranno a sapere e ne avranno paura e non commetteranno più in mezzo a te una tale azione malvagia.
Il tuo occhio non avrà compassione: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede.
Vogliono la nostra carne, e noi ci prenderemo la polpa dei loro frutti; se è il nostro sangue che desiderano, spremeremo il loro succo fino all'ultima goccia.
Fuggi, Ada, e preparati al peggio; perché gli invasori sono alle porte, e la guerra è appena cominciata.


Ci rivedremo il prima possibile.
Con amore,
Hugo

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