mercoledì 4 novembre 2015

Bloody Mary



This is Halloween
This is Halloween
Pumpkins scream in the dead of night.

Dio, quanto odia quel film.
Ma non importa; questa sera vuole solo bere, sballarsi e scopare.
'Fanculo Betta.
E 'fanculo il mondo.

La festa fa schifo, ma è solo un pretesto: un'accozzaglia di freaks, fighetti e hipster del cazzo ammassati in una delle tante discoteche in della movida notturna; cinquanta sacchi l'ingresso, più consumazioni.
Per creare l'atmosfera sono andati al risparmio: niente addobbi, niente luci; porte chiuse e finestre sbarrate; un buio della madonna e musica di merda.
S'inizia con cliché finto-hardcore: Raining blood, Marilyn Manson del periodo in cui tutti avevano abboccato all'amo e credevano fosse metal; no, pure i fottuti Slipknot.
L'unico che davvero merita rispetto è il barista: elargisce gli alcolici e riesce a preparare cocktail senza sgarrare nella completa oscurità; la sua faccia s'illumina solo per un istante, ogni volta che le banconote passano attraverso l'aggeggio anti-falsificazione, la luce indaco riflessa sulla superficie specchiata del bancone appiccicoso.
«Bloody Mary». Butta giù il primo alla goccia, tanto per carburare.
Si guarda intorno: per fortuna gli schermi degli immancabili smartphone rivelano il cammino, dando modo di cogliere flash di volti, corpi, ammassi di rifiuti umani che pogano frenetici al ritmo della doppia cassa. Quando poi partono le luci stroboscopiche, riesce anche a distinguere qualche possibile candidata dimenarsi a cinque frame al secondo; mette in bocca un po' di chimica e ingoia, così, a secco.
L'euforia monta in una vampata, surriscaldando il corpo come un motore su di giri; si butta nella marmaglia ignorando il disgusto e va, obiettivo agganciato, alla carica.
La tipa non avrà più di vent'anni: vestita di bianco e con il trucco pesante, copiato alla perfezione da uno stupido tutorial su YouTube, dovrebbe rappresentare un qualche spirito yokai soft-hentai del folklore giapponese. Una nostalgica dei j-horror movies che tanto spopolavano nei primi anni duemila: magra, ma con le tette grosse; si vede benissimo che sotto il lenzuolo, che scimmiotta un kimono, senza peraltro riuscirci, non indossa il reggiseno.
Ride in estasi, si lascia palpare il culo, si struscia; è strafatta, oppure ubriaca marcia.
Strapparla alle sue amiche e portarla in bagno non richiede troppo impegno: qualche complimento urlato nell'orecchio e un paio di giri di lingua, cacciata a forza nella gola acida che sa di rum.
Qui le luci sono accese, forse per evitare che il pavimento diventi un pantano di merda, vomito e piscio: lei si siede sulla tazza; lui spinge la schiena contro la porta, per tenerla chiusa; lei armeggia con la fibbia della cintura, ma le dita non rispondono; ci pensa lui: si sbottona la patta dei calzoni e lo tira fuori.
Mentre se lo sente lavorare di bocca, non riesce a staccare gli occhi dalla lampadina nuda che pende dal soffitto; il bulbo appeso come la testa di un impiccato, quel chiarore bruciante che rende lo sporco delle pareti quasi poetico.
Tira un profondo respiro, in pace con sé stesso.
«Oh! Ma ce la fai?» L'idillio interrotto dalla voce acuta di lei, una voce da oca, che nel frattempo ha smesso di succhiare e ora sta lì, con le mani sulle ginocchia e gli occhi rivolti verso l'alto, come un cane che attende gli ordini del padrone.
Non gli tira.
Cerca una risposta da dare, una soluzione a portata di mano; ma il silenzio perdura un istante di troppo, e a lei scappa una risatina nervosa, quasi imbarazzata.
Hihihi!
Slap!
Lo schiaffo parte con slancio nonostante lo spazio ristretto che il cesso è in grado di fornire: lo schiocco è forte e la mano si accende di un calore confortante; la guancia di lei si gonfia, mentre il rossore si fa strada attraverso lo spesso strato di cerone bianco, spennellato sulle gote per simulare l'innaturale pallore cadaverico.
«Ma sei scemo?!» Le parole quasi isteriche stridono attraverso le labbra della puttana.
Che fastidio.
La mano torna indietro, come caricata a molla, e cala di nuovo, ma questa volta con le dita chiuse a pugno.
Thud!
L'impatto secco colpisce il naso, spedendole la testa all'indietro: lei sotto shock, terrorizzata, inizia a singhiozzare.
Sì, ecco, è quella la sensazione.
Soddisfazione mista a rabbia.
Sfogo.
Catarsi.
I pugni continuano fino a quando non inizia a fargli male il braccio. Lei ormai è svenuta; uscendo dalla cabina se lo rimette a posto nei pantaloni. È duro come il marmo.

Ma il sollievo dura poco: tornato nella bolgia, sente l'odio riformarsi alla base del collo. È come un passaggio di stato; una condensazione: gocce di bile nera che si aggregano, sempre più grandi, e si solidificano in un monolite che preme nella testa, che spappola un dolore intenso dietro gli occhi e lo spalma sulla lingua lasciando una sfumatura dolciastra di sudore infetto e morte.
Deve diluirlo.
E deve farlo in fretta; prima che sia troppo tardi.
«Bloody Mary». Lo sorseggia con calma, dando tempo al magico connubio di spezie piccanti e vodka di anestetizzare le papille; di desensibilizzare il gusto. Pian piano il fischio nelle orecchie si cheta, e quando infine la pulsazione delle tempie si affievolisce, attestandosi su livelli tollerabili, decide di uscire.
Ha bisogno di aria fresca e di fumarsi un po' di skunk che gli intorpidisca i nervi.

«Bella frate', c'hai del fuoco?»
C'impiega un momento a focalizzarlo: cappellino dell'Obey e maglietta a maniche corte, nonostante gli otto gradi esterni; pantaloni della tuta griffati, con il cavallo all'altezza delle ginocchia e risvolti alle gambe che non arrivano neanche alle caviglie; i piedi, senza calze, in un paio di scarpe da ginnastica con lacci fluorescenti di colore diverso.
Il corpo è esile, ma delineato; ossa rachitiche rimpolpate da muscoli costruiti in palestra; il volto è glabro, bombardato senza pietà dall'acne giovanile.
«Come scusa?» Gli risponde, sconvolto e offeso dal fatto che un tale rifiuto gli abbia rivolto la parola.
«Dai zio! Da accendere!» E agita indice e medio davanti alla bocca, esibendosi nell'inconfondibile gesto del fumare.
Tira fuori lo Zippo e avvicina la fiamma, con la speranza di arrivare abbastanza avanti per bruciargli un occhio; ma quello è agile, si sposta di lato e, tenendogli fermo il polso con la mano, si accende la sigaretta rollata con scarsa, nessuna, abilità.
«Da cosa sei vestito?» gli domanda, mentre quello si sta facendo la prima tirata di fumo.
«Ah no bello! Niente costumi per me. Halloween è una festa da finocchi. Io sono in giro solo per le fighe. Mi capisci?»
«Certo. Chi non lo è? Io amo fottere le ciccione insicure. Mi piace farle piangere».
Il ragazzetto molesto scoppia a ridere e gli dà di gomito: «Ah! Ci capiamo io e te, capo. Siamo uguali. L'ho sentito mentre mi stavo avvicinando. Denis, mi sono detto, ecco un fratello della crew».
Denis.
Che nome del cazzo.
«Io non sono tuo fratello». La risposta è glaciale; il volto granitico; il momento di surreale cameratismo maschile si è infranto all'improvviso, riportando a galla l'odio.
«Massì, stai manzo e divertiti». L'amichevole pacca di Denis sulla spalla.
«Non toccarmi».
L'adolescente è interdetto, non riesce a interpretare la situazione: «Come vuoi, amico». Ma non osa fare la figura della fichetta che scappa via spaventata «Io vado a farmi una pisciata». E gira l'angolo.
Denis è appoggiato al muro con una mano, per stabilizzarsi meglio, e ha le gambe divaricate; mentre si svuota la vescica non immagina che da dietro stia arrivando il violento calcio ai testicoli che lo butta a terra, senza fiato e con un'impellente voglia di vomitare.
Il pestaggio nel vicolo si consuma rapido e inarrestabile: il fondo chiodato degli anfibi si schianta nel costato, rompendo parecchie ossa; si alza e si abbassa come una pistone idraulico, schiacciando le dita e martellando la testa; un paio di volte il piede sfonda di punta nella bocca, interrompendo per un istante il gorgogliante pianto di dolore della vittima inerme.
Prima di tornare nel locale, sotto la luce di un lampione, si china in avanti per staccare una scheggia, rimasta conficcata nella gomma nera della suola: è un pezzo di dente bianco, ricoperto da uno strato rosato di sangue misto a bava.
Lo rigira un paio di volte, ci giocherella con la mano; alla fine sbuffa divertito e se lo infila in tasca.

«Bloody Mary». E sbatte il deca sul ripiano riflettente del bar. 
Non sta andando bene; ma proprio per niente: deve bere di più; deve bere più in fretta. È ben lungi dall'ottundimento che sperava di ottenere da questa dannatissima notte.
Io adoro Halloween, è la mia festa preferita.
Lo sai? Io sono una strega. Una di quelle vere!
Betta.
Betta la megera; Betta la stronza.
'Fanculo.
I suoi occhi e quelli del barman non riescono a contemplare l'ennesimo lampo violetto, che la musica tace; i cellulari si spengono.
Tutti. Nel medesimo istante.
Buio improvviso e silenzio.
Ma prima che il pattume in pista possa lamentarsi per il cessato divertimento, le casse riprendono a sparare bassi squaglia-budella e lo scanner si riaccende, dando l'ok alla transazione alcol in cambio di contanti.
«Aaah!» È un urlo di sorpresa più che di vero e proprio spavento.
«Amico, tutto bene?» Gli grida il barista, vedendolo saltare all'indietro.
«Sì. Sì. È solo che...» Non finisce la frase, perché è troppo stupida perfino nella sua testa.
È solo che un mostruoso volto femminile, distorto dalla furia e da ferite abominevoli, che grondano sangue su un immacolato collarino di pizzo bianco, è appena apparso nello specchio del bancone, sputandogli contro anatemi e blasfemie.
Dev'essere l'effetto della skunk, pensa. Sto diventando paranoico.
Riesce giusto a compiere tre passi verso il bagno, prima di essere devastato da un attacco congiunto di nausea e coliche: la gola si chiude in una serie di conati a singhiozzo, mentre il colon e i muscoli perianali si strizzano, pugnalati da un dolore acuto, preludio di una lancinante scarica a spruzzo.
Corre. Suda. Sta malissimo.
Sbatte l'uscio e fa irruzione; la pioggia di luce cola incandescente attraverso le pupille dilatate, accecandolo.
La vista è sfocata; i suoni si fanno incomprensibili: grida di orrore e tormento sembrano soverchiare il volume a palla della musica dubstep, anche se il tutto è ovattato dal pulsare ritmico e forsennato del proprio sangue nelle orecchie.
Bam! BAM!
«Occupato».
«Esci fuori! Figlio di puttana!» In questo momento sarebbe davvero in grado di uccidere.
«Ooorgh...» Gruu...crack...scrssch...
BAM! BAM! «Apri! Perdio!»
Niente. Solleva la gamba e spalanca la porta con un calcio. 
Ciò che si trova davanti lo butta a terra; non riesce più a trattenersi e si lascia andare: vomita rosso sul linoleum sporco, mentre tra le natiche sente il caldo fluire della diarrea, che impregna prima i boxer e poi i jeans, trasudando attraverso il tessuto in una macchia bruna che pian piano si espande giù, lungo le gambe.
Il tizio che sta occupando il cesso è piegato in maniera innaturale: le gambe puntano verso il cielo; le ginocchia a stretto contatto con la bocca spalancata, la lingua gonfia di fuori e gli occhi vitrei della morte; le braccia pendono senza vita lungo i fianchi; la punta delle dita sfiora debole il pavimento, come una tenera carezza d'addio. Il punto di congiunzione delle due metà, il bacino, sta affondando nella tazza, come risucchiato da un mostruoso gorgo fognario; ogni centimetro di discesa è accompagnato dal suono scricchiolante delle ossa che si spezzano.
Pelvi. Colonna vertebrale. Cassa toracica.
Sviene - per quanto? Minuti? Ore? - Quando riprende i sensi, ha giusto le energie sufficienti per trascinarsi fuori dai servizi.
Vuole scappare.
Via da quel locale d'inferno. Via da tutto.
La sala è ancora immersa nel buio, ma sembra vuota, silente, immobile; l'aria è pesante, il puzzo d'interiora esposte e feci è tanto forte da rievocare la nausea.
Ma non c'è tempo per tutto questo.
L'uscita. Deve trovare l'uscita.
Paaa-vel?
Si accorge dell'errore commesso quando è ormai troppo tardi; si volta, e lei è lì; a qualche centimetro; vicinissima: ha il viso di Betta, bellissimo come sempre, ma indossa un vestito, forse un costume, da colona americana del diciassettesimo secolo, cuffia in testa e grembiule macchiato di sangue. Ha le mani scorticate; le unghie sono schegge spezzate conficcate nella carne viva delle dita.
Cosa cazzo sta succedendo? Pensa, mentre lei fa l'ultimo passo verso di lui.
Mentre la morte si avvicina.

«Ispettore, ha qualche dichiarazione da fare?»
«Posso riferire soltanto che la polizia sta lavorando alacremente al caso che voi giornalisti avete già ribattezzato Bagno di Sangue ad Halloween. I miei complimenti all'autore per l'originalità».
«Può dirci qualcosa riguardo alle vittime?» Un secondo reporter incalza, puntando minaccioso uno registratore digitale in direzione di Schinichi Umagoro.
«Purtroppo non siamo neanche in grado di effettuare una stima numerica dei morti. In questo momento, i periti forensi sono all'opera per identificare i vari pezzi e tentare di ricomporre i corpi».
«Crede che dietro tutto questo ci sia lo zampino degli Scriptomanti?»
Il poliziotto grugnisce di frustrazione; il capitano Velasquez gli ha espressamente vietato di affrontare l'argomento in pubblico, o di alimentare le congetture dei media: «Finora non sono stati ritrovati elementi che lascino intendere un loro coinvolgimento».

«Ehi Moz. Fuoco di Prometeo ha pubblicato un nuovo video!»
Il lungo naso da tengu si volta verso lo schermo del portatile, passando al volo al Buon Benny, che si sta svaccando sul letto, un cartoccio di popcorn appena uscito dal microonde.
«Fuck yeah!» Risponde, lanciandosi in volto una manciata di bruscolini che rimbalzano in ogni direzione nella stanza, visto che la maschera non ha il buco per la bocca «Di cosa parla?»
«Il mondo dell'occulto - Leggende e rituali esoterici».
«Fico. Clicca play».


"...tale rituale dice che, per poterla evocare, dovete essere da soli, in casa, con tutte le finestre chiuse e le luci spente; successivamente dovete accendere una candela bianca e portarla davanti allo specchio. A questo punto, guardando lo specchio, dovete dire per tre volte:
Bloody Mary
Bloody Mary
Bloody Mary
Alla fine della terza volta, la candela si spegnerà; e quando la riaccenderete, vedrete l'immagine di Mary riflessa sullo specchio..."
 «Benny».
«La sua erre moscia mi fa scompisciare». Commenta l'irsuto scriptomante, facendo roteare in aria la matita, con il suo inconfondibile tic acrobatico.
«Benny».
«Che c'è?»
Le pupille di cartapesta del Mozzo stanno fissando il vuoto, come sempre, ma questa volta brillando di quella scintilla urticante che di solito non fa presagire nulla di buono.
«Ho appena avuto un'idea per il racconto di Halloween».

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