lunedì 16 novembre 2015

Fuori fuoco



«Non credo sia una buona idea, Fosca. È che ho un pessimo presentimento; come la sensazione che trasformeranno tutto nel solito circo, rendendomi un fenomeno da baraccone. Non voglio che la casa editrice faccia brutta figura a causa mia».
«Ah! Bubbole ragazzo! Non sei mica il primo a farsela sotto per un evento con la stampa. È normalissimo, credimi». Gli occhi acciaio di Tullia Fosca Marangoni, agente letterario, si fissano in quelli preoccupati del giovane autore, investendolo con un sorriso bonario; un'ondata di quella comprensione materna che neanche la sua vera genitrice è mai riuscita a esprimere.
Se solo non fosse così ben distinguibile, in fondo alla coppia di iridi color antracite, quel barlume a forma di dollaro da cartone animato; il tintinnare dei dindi, una vera cascata di gettoni d'oro da jackpot, che riecheggia ogni volta che il donnone canuto inizia a parlare di marketing e promozioni.
«Il tuo masterpiece vende già come il pane, ma non possiamo permetterci d'ignorare il pubblico. Se fai troppo il Thomas Pynchon, i tuoi lettori inizieranno a pensare che sei snob, che ti senti superiore e non li consideri abbastanza. E il prossimo libro - puff - non lo comprerà nessuno».
«Ma io non ho intenzione di...»
«Ascolta chi è nel business da più tempo di te: fai un intervento da standing ovation o buttati a terra e sbava in preda alle convulsioni, non importa. Ciò che conta è la visibilità; che si parli di te. Nel bene o nel male».
Quando Fosca gli fa questi discorsi, il ragazzo sospira rassegnato, potendo quasi sentire le grosse mani di lei scuotergli i fianchi, shakerato come un maialino salvadanaio di terracotta.


«Astro nascente dell'editoria italiana, la sua opera d'esordio ha scalato le classifiche di vendita, diventando in pochi giorni il caso letterario dell'anno. Con la sua prosa semplice, ma immaginifica, Fuori fuoco ha una potenza didascalica unica, capace di raccontare e far comprendere con estrema facilità i concetti più profondi della filosofia occidentale, con rapide sortite nella psicologia e nella fisica dei quanti, anche ai non addetti ai lavori. Quasi un compendio universale del pensiero umano, da Platone a Heiddeger, passando per Cartesio, Babbage, Montesquieu e Schrödinger, giusto per citarne alcuni. La critica acclama già a gran voce la sua introduzione nei programmi scolastici, mentre l'Europa si appresta a tradurlo in ben venti lingue diverse. Questa sera abbiamo il piacere e l'onore di poter chiacchierare un po' con l'artefice di questo capolavoro che, insieme a tanti altri giovani come lui, rappresentano le eccellenze del nostro paese, contribuendo a tenere alto il buon nome del made in Italy nel resto del mondo. Diamo il benvenuto con un caloroso applauso a Rodrigo Scarlatti».

Scarlatti, prosegui.
Quanto odiava quella frase. E quanto odiava la sua maestra, quando lo prendeva di mira durante le letture in classe: gli occhi fissi sulla pagina; nel punto esatto sul quale si era fermato il suo compagno, aveva comunque bisogno di una manciata di secondi per procedere, per non contare l'immenso sforzo di concentrazione che la sua testa doveva compiere per rimanere sulla singola parola.
Sebbene l'insegnate gli avesse diagnosticato un disturbo dell'attenzione, già da piccolo Rodrigo era un vero e proprio topo di biblioteca. 
Lui amava leggere; il suo unico problema consisteva nel come.

Avete mai fatto caso, quando siete immersi in un romanzo, che il testo alla periferia del vostro campo visivo si sfoca, assumendo forme strane? A come queste sembrino muoversi, animate da vita propria, mentre la vostra attenzione scorre sulle righe e giù, lungo i capoversi?

Ecco: per Rodrigo quelle macchie avevano sempre delineato immagini riconoscibili, narrandogli, come animazioni di una lanterna magica, storie nascoste che nessun altro, all'apparenza, era in grado di vedere.
Aveva il terrore de Il giornalino di Gian Burrasca, perché in esso era raffigurato nei minimi dettagli il massacro che il nobile Berengario aveva ordinato di compiere presso il villaggio di Brösenkampf, per celebrare la sua prima Notte di Valpurga con il titolo di Barone.
Al finale tragico di Zanna Gialla, prese una nota per aver riso: in quell'occasione aveva assistito all'ennesima burla del pestifero Gambetto che, con una trovata delle sue, era riuscito a rubare la crostata di more al burbero Troll Spaccaossa.
In principio i coniugi Scarlatti decisero di ignorare le preoccupazioni espresse dai docenti, attribuendo tali episodi all'eccessiva fantasia del figlio, e interpretandoli anzi come l'espressione di un genio precoce per la sua età; i veri problemi cominciarono a manifestarsi durante l'adolescenza di Rodrigo, quando quella che tutti definivano una fase parve non trovare una conclusione, con il conseguente crollo del rendimento scolastico, che in pochi anni precipitò sotto la suola delle scarpe.
Spiegare in un'interrogazione che I Malavoglia di Verga sarebbe da considerare una pietra miliare della letteratura, perché in esso viene trattato con struggente tenerezza e bucolica eleganza l'amore proibito tra un pastore e la sua capra preferita, non è mai stato il modo migliore per mantenere alta la media dei propri voti.
Ci si trovò così costretti ad affidare il giovane alle cure di uno psicanalista che, quasi da subito, riscontrò una condizione dissociativa caratterizzata da episodi allucinatori persistenti: la terapia proposta dal dottor Agenore Cuggiaro, specialista di psicologia dell'adolescenza, fu infatti quella d'incentivare la lettura nel soggetto; di assecondarlo fino a quando, da solo, non avrebbe tirato fuori, attraverso la declinazione libera e completa delle proprie visioni, il profondo trauma scatenante.
Col procedere delle sedute, infatti, emerse come le storie che Rodrigo inventava, in sostituzione dei testi reali stampati su carta, facessero parte di un unico, espanso, universo narrativo, con tanto di storia e geografia ben definita, e una pletora di personaggi caratterizzati da biografie dettagliate e da una fitta rete di rapporti interpersonali.
La pagina come finestra su un altro mondo; la via di fuga da una realtà ostile verso un rifugio immaginario più sicuro e confortevole.
Tra tutti, spiccava la figura di Annabelle: figlia di contadini, mezzadri del Barone Berengario, ma dotata di uno spirito indomito e di una bellezza al di fuori del comune, la fanciulla divenne presto protagonista di una lunga epopea; una vicenda ricca di drammi strappalacrime e avventure entusiasmanti, intrecciate con ritmo sincopato in una storia di riscatto sociale e personale in cui elementi magici tipici delle favole si mescolavano ad atmosfere gotiche e situazioni da romanzo di fine Ottocento.
Rodrigo osservava lo svolgersi degli eventi con un'attenzione maniacale; seguiva le peripezie dell'affascinante eroina da poco distante, nascosto dietro ogni paragrafo, come uno stalker appostato nell'ombra; uno spasimante ossessionato, ma troppo timido per dichiararsi.
Erano sempre insieme, anche se lei non lo sapeva.
Rodrigo era il suo guardiano.
Rodrigo era innamorato.
L'ultima seduta con il dottor Cuggiaro avvenne di venerdì pomeriggio: il giovane Scarlatti aveva appena finito L'ombra dello scorpione, di Stephen King, sbattendo con eccessivo vigore la copertina rigida del volume preso in prestito in biblioteca.
«Rodrigo, che cosa hai visto?» L'espressione di puro terrore nei suoi occhi e il tremore inarrestabile che gli stava attraversando le mani misero subito in allerta l'analista.

«Io-io devo andare». Il ragazzo balbettava; era evidente che in quel momento non sarebbe stato in grado di esprimere il più banale dei concetti.
«Va bene. Rilassati. Allora ci vediamo la prossima settimana. Hai già in mente quale romanzo cominciare?»
In risposta ricevette solo un'occhiataccia di puro odio, misto a un'intensa angoscia; come se, con quell'innocente quesito, gli avesse appena domandato di compiere il più abominevole tra i crimini. La più atroce tra le sevizie.
Da quel giorno, Rodrigo Scarlatti si chiuse in camera e iniziò a scrivere Fuori fuoco.

Scrivere, forse, non è il verbo più corretto da utilizzare: la sua opera, infatti, fu più simile a quella di un pittore che, applicando singole pennellate, deve sempre e comunque mantenere la visione d'insieme dell'affresco che sta creando.
A causa della sua peculiare percezione dei testi, il tempo richiesto per la prima stesura fu mostruosamente lungo: ogni due cartelle di testo dattiloscritto, doveva fermarsi per correggere il layout, stampare e rileggere il tutto dapprincipio, verificando così che le macchie sfocate fossero nell'esatta posizione, per dare forma alle immagini che aveva nella testa.
Furono mesi travagliati, ma per fortuna i mezzi oggi a disposizione per l'auto-pubblicazione facilitarono di molto la realizzazione del prodotto finale. Il successo editoriale arrivò poco dopo, in maniera del tutto inaspettata: curioso di leggere uno scritto originale del proprio paziente, il dottor Cuggiaro rimase esterrefatto dalla profondità e, allo stesso tempo, dalla semplicità di espressione dei temi trattati; una prosa fluida e accattivante spiegava con una facilità disarmante i crucci dei più grandi pensatori della storia europea, proponendo punti di vista innovativi e analisi audaci, ma comunque rivoluzionarie, e fornendo spunti di riflessione in grado di cambiare la prospettiva e persino la vita di una persona.
Il passaparola tra gli esperti del settore, unito alla viralità dei social media, resero Rodrigo una star nazionale e, in pochi giorni, divenne oggetto di corteggiamento da parte di diverse case editrici, pronte a scannarsi tra loro pur di avere un contratto in esclusiva.

«Allora Scarlatti, ci dica, qual è il suo filosofo preferito?»
«Ooh...beh...non saprei. Ho sempre avuto la media del quattro e mezzo nelle materie umanistiche».
Il presentatore scoppia a ridere, dandosi pesanti manate sulla coscia: «Ahahah che simpatico! Davvero un ragazzo modesto. Ma sono sicuro che per spiegare così bene il Dilemma del prigioniero o l'eterno ritorno nietzschiano avrai di sicuro effettuato delle ricerche bibliografiche approfondite; consultato qualche guru specializzato sull'argomento. Ci piacerebbe sapere qual è stato il percorso che hai dovuto affrontare, per arrivare a un così elevato grado di comprensione».
Rodrigo si guarda intorno; inizia a sudare freddo nonostante i faretti incandescenti che gli stanno sparando luce abbagliante negli occhi: «Se devo essere del tutto onesto, non ho la benché minima idea di cosa lei stia parlando. Io volevo solo farla scappare dal castello senza che nessuno se ne accorgesse».
L'intervistatore aggrotta le sopracciglia, preso in contropiede: «Non capisco, far scappare chi? Se era una citazione, temo di non averla colta». 
«Il Barone aveva intenzione di sacrificarla al demone Halesquièn. Se avessi letto un altro libro sarebbe di certo morta. Non potevo permetterlo. Dovevo fare qualcosa. Dovevo salvarla».
Fosca, al suo fianco, si schiarisce la gola imbarazzata; se solo ci fosse un tavolo a nasconderle le gambe, in quel momento starebbe prendendo a calci gli stinchi del suo pupillo pur di farlo tacere.
«Ma lei chi? Di cosa sta parlando?»
«Di Annabelle».
Mormorio tra la folla. Le cose si stanno mettendo male.
La domanda successiva viene posta con un tono che non ha più nulla di cordiale, ma che sta virando verso l'inquisitorio-polemico: «Signor Scarlatti, la prego di rispondere onestamente. Ha scritto lei questo libro?»
«Sì. Ma non so bene cosa abbia scritto di preciso; a dire il vero le parole, le singole parole, non hanno alcuna importanza ai fini del contenuto. È difficile da spiegare».
Il volume del brusio sta aumentando. Lo sconcerto si sta tramutando in disappunto.
...l'ennesima trovata pubblicitaria...ci stanno prendendo in giro...
...non sa neanche di cosa parla il libro, lo avranno di sicuro scelto come testimonial per attirare il pubblico più giovane...
...marketing...alla faccia del buon nome del made in Italy nel mondo...
Fosca si alza in piedi: «Direi che possiamo passare alla sessione di firme. Chiunque desideri una copia autografata può mettersi in fila davanti al tavolo. Grazie».

«Lo sapevo. Maledizione, mi dispiace. Forse dovrei spiegare loro la mia condizione». Rodrigo sussurra, mandando giù lunghe sorsate d'acqua per tranquillizzarsi, in attesa che la coda di persone finisca di formarsi davanti alla propria postazione.
«Stai scherzando?! E rischiare denunce da gente che diventa strabica cercando di vedere fuori fuoco le tue allucinazioni? Sai quanto ci costerebbe?! Vedi di tenere la bocca chiusa. Okay, ho detto che anche quella negativa è pur sempre pubblicità, ma se si diffonde la voce che sei una barzelletta, una truffa, le tue cifre di vendita precipiteranno, raggiungendo lo zero anche prima della finestra natalizia». La risposta dell'editore è un sibilo minaccioso che serpeggia a denti stretti, come una fiera affamata che si aggira nervosa dietro le sbarre di una gabbia. «Ora sorridi e firma le dannate copie».
Il giovane scrittore sospira, indossando la maschera di normalità che ha imparato a costruirsi fin dall'adolescenza, quando pur di avere una vita normale; pur di non essere additato come lo strambo, lo scemo del villaggio, era obbligato a frequentare una massa d'ignoranti; coetanei privi della sua stessa passione per la lettura, e con i quali era possibile condividere solo conversazioni su argomenti futili come lo sport o i programmi televisivi.
Annuisce, scrive dediche, fa commenti cordiali; replica alle domande con risposte inventate, ma plausibili. 
Nonostante lo strano episodio di prima, sembra un ragazzo così a modo.
Gentile. Preparato.
Ma dentro di sé, Rodrigo è triste: si sente prigioniero, alieno; si strugge su cosa possa aver mai fatto di tanto male da meritarsi una tale forma di pazzia, estraniante, che lo renda incompatibile col resto del mondo, ma che allo stesso tempo lo mantenga lucido, consapevole; in grado di comprendere in ogni istante la propria condanna a una solitudine senza scampo.
«Non vedo l'ora che esca il secondo volume; devo proprio sapere come va a finire». È una voce femminile, profonda, arrochita da anni di sigarette, fumate durante le pause di un lavoro impiegatizio noioso e poco stimolante. 
«Mi spiace, ma temo proprio che la scrittura non faccia per me. È probabile che questa sia la mia prima e ultima opera».
«Oh cielo! No. Devi andare avanti».
«Grazie del suo sostegno. Ci penserò su. Nome?»
«Gambetto».
Per un istante, non crede alle proprie orecchie: «Come scusi?» chiede allibito Rodrigo, sollevando lo sguardo. Si ritrova al cospetto di una donna dal fascino maturo, tra i quaranta e i cinquanta, con lunghi capelli rossi, anche se è ben visibile una ricrescita grigia sulle tempie e lungo l'attaccatura al cuoio capelluto; un trucco accentuato, con la missione fallimentare di nascondere le rughe intorno agli occhi, e un'eleganza ostentata, che cammina con acrobatico equilibrio sulla sottile linea che separa gli aggettivi barocco e pacchiano.
«Qui». Appoggia il volume sotto il suo naso, investendolo con una nuvola di profumo fruttato; è aperto sul fondo, e con il dito gli sta indicando una parola a metà della penultima pagina.
Epistemologia.
Ma Rodrigo non la vede; lui sta assistendo alla scena di Annabelle che, nel pieno della tempesta, sta abbandonando, all'insaputa delle sentinelle, le stanze del mastio baronale, fuggendo sana e salva da un'uscita segreta attraverso le cucine.
«Dietro la seconda credenza a destra. Ci ho messo un po' a vederlo, ma è lì, che la osserva. È Gambetto: quel dannato briccone si è alleato con Berengario e la sta seguendo, per tradirla e riportarla indietro quando lei meno se lo aspetterà. Ho cercato di aiutarla, ma non ne sono proprio in grado: mi sono affezionata a lei come se fosse una figlia, e l'ho vista crescere in lunghi anni di lavoro come segretaria, tra le deposizioni del Tribunale. Ma alla fine ci ho rinunciato: non ho la forma mentis per produrre qualcosa da zero. Tu, invece, ci sei riuscito; e come dicevo, mio caro, non vedo l'ora di leggerne il seguito. Perché Annabelle, anche se non lo sa, è ancora in pericolo. E ha bisogno di te».


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