mercoledì 11 novembre 2015

La soglia


Mancavano trenta minuti al raggiungimento della soglia. 
Pochi, per non dire nessuno, avevano compreso che cosa sarebbe successo quando gli orologi di tutto il mondo avrebbero raggiunto la tanto temuta ora X. Gli scienziati avevano calcolato il calcolabile utilizzando algoritmi incomprensibili, i politici avevano tenuto patetici discorsi alle nazioni prima di fuggire nei rifugi antiatomici e i religiosi avevano radunato torme di fedeli, compresi coloro che non recitavano una preghiera dai tempi del catechismo.
«È Eve Cross che vi parla››. Disse la ragazza nel piccolo registratore tascabile, l'unico oggetto che non era riuscita ad abbandonare nel disordine del suo appartamento di Palm Springs. «Sono le sette di sera e fra pochi minuti vi racconterò in diretta il raggiungimento della soglia.››
Nessuno l'aveva mandata lassù a seguire le ultime, palpitanti ore del genere umano. Era stata una sua idea. La sede del Daily News era ormai deserta da giorni: i reporter si erano dileguati in preda al panico e un post-it azzurro sulla porta del capo ne annunciava la precipitosa fuga alle Hawaii.
Se nessuno aveva il fegato di descrivere l'evento, ci avrebbe pensato lei. In fondo, Eve non aveva una famiglia da raggiungere, un compagno con cui fuggire o un desiderio particolare da soddisfare in extremis. Avrebbe fatto ciò che aveva sempre fatto dai tempi di quel breve articolo sul giornale della scuola: raccontare ciò che vedeva.
Era partita senza uno straccio di bagaglio - a che le sarebbero serviti dei vestiti di ricambio? - abbandonando la città in preda al panico sulla sua Ford verde. Aveva preso strade secondarie per evitare la massa di fuggitivi, raggiungendo la costa in pochissimo tempo. 
L'altura su cui si era sistemata dominava il nodo ferroviario di Los Angeles, ingombro di vagoni merci abbandonati. Sullo sfondo, i grattacieli della metropoli parevano ardere come torce nella luce rossa del tramonto.
Quando Eve piantò gli occhi azzurro cielo sulle carrozze ormai deserte dei profughi di L.A., un moto interno di tristezza le si piazzò a valle dell'esofago, pesandole sullo stomaco col peso di un macigno.
Purtroppo non aveva con se della musica per assecondare la malinconia crescente, rendendola sopportabile. Niente Beethoven, Dire Straits o Janis Joplin. L'unica colonna sonora disponibile era composta dal crepitio degli incendi cittadini e dai disastrosi boati di una civiltà sull'orlo del collasso totale.
La ragazza pigiò il pulsante del registratore e disse con voce traballante: «È giunta l'ora. È tempo per tutti di giocare con la propria vita: rompendone i pezzi, miscelandone i colori e alternandone i percorsi. Le regole sono saltate e ognuno si prende la rivincita che da troppo tempo ha soltanto programmato. Alcuni danno libero sfogo alle pulsioni represse per decenni, altri sputano insulti, altri ancora corrono a rimediare vecchi dissidi sentimentali, sperando di cancellare quella singola parola di troppo che ha rovinato tutto, tanti anni prima. Ho visto gente cantare per strada mentre altri si masturbavano. Ho visto persone buttarsi dai piani alti dei palazzi mentre altre rubavano portatili da un negozio di elettronica dopo averne sfondato le vetrine a sassate. L'approssimarsi della fine rende tutti più sinceri, perché non ha più alcun senso mentire a sé stessi.››
Gettò un'occhiata all'orologio e vide che mancavano pochi minuti. La soglia, il punto di non ritorno, era vicino. Il cielo si fece più scuro con rapidità innaturale, così come l'oceano. Quando il sole venne celato senza pietà da nubi nere e cariche di tuoni apocalittici, tutti seppero che stava davvero arrivando la fine di ogni cosa. 
Non ci sarebbe stato un domani. 
L'ultimo giorno dell'umanità sarebbe stato un triste martedì di marzo.
«Si chiamava Adam». Mormorò Eve dentro al registratore. «Adam Westwood. Prendeva il caffè senza un grammo di zucchero, aveva tatuata una piccola runa celtica sulla nuca e quando facevamo l'amore mi accarezzava dietro le orecchie con le nocche delle dita, quasi fossi un cucciolo di cane».
«Ci siamo». Dice Eve con un filo di voce. «Abbiamo appena raggiunto la soglia. Credo di non avere la forza di descrivere ciò che sta accadendo davanti ai miei occhi».
La ragazza seppellisce il ricordo di Adam nel petto e rimane sgomenta di fronte allo scatenarsi degli eventi. Non sa bene cosa dire né cosa fare.
Nessuno ha mai visto prima ciò che sta accadendo, nessuno ha mai avuto la possibilità di descriverlo.
Non ci sono le parole giuste, nessuno le ha create.
Eve è una ragazza di trentuno anni che osserva la fine del mondo da una posizione privilegiata, niente di più, niente di meno.
Eve Cross, laureata con il massimo dei voti all'Università della California, 131 di QI e prima inviata a raccontare l'omicidio di Bill Gates, non riesce a spiccicare una singola parola. Il suo pollice è sul pulsante del registratore ormai da qualche minuto ma la mano le pare lontana decine di chilometri dal corpo, come se non le appartenesse.
Non riesce a dar voce ai suoi pensieri: l'incubo di ogni giornalista. Non riesce a riportare i fatti, non riesce a essere testimone del più grande scoop della storia dell'umanità.
«Il presente» sussurra senza convinzione dopo aver avviato la registrazione «è inafferrabile, oggi più che mai».
Stanca di quelle parole, affaticata dalla frase, si siede e butta via il piccolo aggeggio. Riempie i suoi occhi di sfaccettature che può soltanto ammirare, sconvolta e ansimante. Lascia fluire tutto quanto
senza interferire, permettendo ai secondi e ai minuti di andarsene, inesorabili. 
Non riesce a trattenere nulla. 
Gli sconvolgimenti planetari le sfilano innanzi come portati da un fiume, spesso e lento, che scorre infinito, senza dighe a fermalo o argini a contenerlo. 
Tutto porta con sé la meravigliosa caducità del singolo istante, effimero e irrecuperabile. 
Tutto è impossibile da trattenere, come la cascata trascinante di un orgasmo, lo scoppio improvviso di uno starnuto o lo scivolare involontario di una lacrima.
Eve, ipnotizzata e frastornata, viene svegliata da un lampo. La tempesta elettrica scatta innumerevoli istantanee del mondo con i flash scaturiti dalle sue ramificate saette. Il freddo si fa largo dal mare verso la terra, mentre un terrificante blu cobalto caccia via ogni altro colore dai cieli per inaugurare la notte eterna.
«Porca puttana». Mormora Eve, colpita da una secchiata di grandine «Merda!» urla poi, infuriata con sé stessa. Si alza, si scuote di dosso il torpore e comincia a correre, zuppa dalla testa ai piedi. Inciampa e bestemmia furente. Cade. Si rialza. Corre.
«Perché così tanto?» chiede.
Nessuno le risponde.
«Cosa stavo aspettando!» grida, sconvolta.
La terra si spacca, rendendo complessa la discesa. Esseri giganteschi sembrano brontolare dalle viscere della terra, annunciando la loro venuta.
Il Pacifico, dimentico del suo nome, fabbrica onde monumentali con cui lancia il suo personale assalto alla terraferma.
«Sono qui!›› urla Eve. «Eccomi!››
La casa cantoniera è già preda dei singulti tellurici del pianeta. Le mura si stanno sbriciolando.
Eve non riesce a vedere bene, colpita da fitte sferzate di grandine e pioggia. I tuoni coprono le sue grida, ma lei non si dà pace. Chiama ancora e ancora, senza requie, fino a quando la sua gola è ruvida, scorticata. Poi la frustrazione s'impossessa di lei, donandole il coraggio di ignorare la furia degli elementi e la forza di oltrepassare la soglia della casa in rovina.
«Dove sei?» domanda la ragazza, sguazzando nella fanghiglia che ha investito il vecchio edificio.
Soltanto i tuoni hanno fiato per risponderle. Sembra che al mondo non siano rimasti che il vento, la pioggia e il gelo: nulla per cui valga la pena lottare.
Disorientata, spaventata e irritata, Eve si lascia trasportare all'interno dell'abitazione dal fiume di fango e detriti. Supera il salotto e arriva in cucina, dove il soffitto è stato strappato via dalla violenza del tornado. Galleggia in quel mare scuro, sconfitta.
Viene risucchiata fuori dallo scorrere naturale del tempo. Rivede il piccolo tatuaggio di Adam, l'orribile cravatta verde oliva del suo capo e la bicicletta rossa che non ha mai ricevuto in dono dai suoi genitori, sebbene l'avesse desiderata con tutta sé stessa.
Appesa alla credenza sfondata bisbiglia: «Adam». Annaspa nella melma piena di posate, scossa dai brividi. Si aggrappa all”ultimo rimasuglio d'umanità e sussurra ancora: «Adam».
Proprio quando si rende conto che tutto le è sfuggito di mano, scorge un piccolo bagliore: niente a che vedere con i lampi che attenuano per qualche istante la cupezza del cielo, si tratta di qualcosa di diverso. 
Guarda con più attenzione attraverso lo squarcio che una volta ospitava la finestra della cucina e vede un ragazzino. Dodici anni circa, impaurito, spaesato e circondato da uno strano alone azzurro.
Eve vorrebbe chiamarlo. Vorrebbe urlargli di aspettarla, ma si rende conto che è troppo tardi. 
La casa cede agli assalti dell'ultima scossa di terremoto e crolla su sé stessa. La ragazza non può più far nulla. Tutto le sfugge di mano: ricordi e allucinazioni. È tardi, tardi come quando siamo già
nel presente del futuro di ieri.
Camminerà fra le ceneri della fine, molto tempo dopo il raggiungimento della soglia? 
Ce la farà? 
Di sicuro non sarà un nuovo inizio, perché l'ultimo capitolo sarà già stato letto e il tomo chiuso con un sospiro. 
Forse riuscirà a cavarsela, forse grazie a qualcosa - è impossibile dire con precisione che cosa - riuscirà a vedere un bagliore, una luce chiara in quell'atmosfera cupa e pregna di polveri nere.
Una scintilla di verginità nel baratro della fine, invitante come un foglio bianco, purissimo.

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