mercoledì 23 dicembre 2015

Cavalla notturna prima di Natale



Martedì sera, ormai sulla soglia del mercoledì. 
Ancora poche ore per questa vigilia di Natale. 
L’ultima, ma non ha importanza. 
Non più.
Ho ingoiato le pillole, in bagno, e sono pronto; mi muovo nell’oscurità, ho spento tutte le luci; non voglio rischiare di vedermi nello specchio; un riflesso, o anche solo un oggetto familiare potrebbero farmi vacillare all’ultimo momento. 
Ad accompagnarmi, c’è solo la musica che fuoriesce dalle casse del computer. 
The Unforgiven II
Una delle sue canzoni preferite.
«Dio, Ezio! I Metallica, sul serio? Che gusti di merda hai? Se proprio sei deciso ad andartene, almeno fallo ascoltando i Dead Kennedys. O i Clash».
Colto alla sprovvista trasalgo, mi giro verso la voce sconosciuta e accendo la luce della lampada sulla scrivania: seduto sul divano, a gambe larghe, c’è un vecchio, forse un barbone, che si sta scolando a canna la bottiglia di rum, il mio rum, che avevo preparato sul tavolino.
«E tu chi cazzo sei?» chiedo, cercando alla cieca, con le mani, un oggetto che possa improvvisarsi arma. 
L’uomo rutta, grattandosi il pacco con la destra. «Come hai fatto a introdurti in casa mia?»
«OH! OH! OH! Sono Babbo Natale, ma tu puoi chiamarmi Nik. Entrare nelle case altrui è la mia specialità».
Certo, come no? Lo scruto con attenzione, e tutto può sembrare, tranne che Babbo Natale: siamo a dicembre e indossa un paio di infradito gialle; le unghie dei piedi sono lunghe e incrostare di sporco; le dita sono ricoperte di ciuffi di peli grigi, forse bianchi in origine. Un paio di pantaloni, rossi a righe nere, da punk, calzano aderenti su delle gambette troppo secche per poter reggere l’enorme epa che le sovrasta; da uno squarcio del tessuto spunta un ginocchio ossuto, mentre l’ultimo bottone della patta è slacciato, permettendo all’ombelico prominente di appoggiarsi sui lembi del pantalone parzialmente aperto. Ciò che resta del torso è coperto da una sudicia maglietta biancha dei Misfits con le maniche tagliate; entrambe le braccia sfoggiano elaborati tatuaggi ricchi di dettagli: da un lato, il ritratto della regina Elisabetta, munita di baffetti alla Hitler, sventola sorridente una Union Jack fregiata al centro con una grossa svastica bianca; dall’altro, in puro stile cartolina anni Cinquanta della Coca Cola, una prosperosa ragazza pin up sta praticando dell’entusiasta sesso orale a un felice Santa Claus con i calzoni rossi calati. 
La testa dell’uomo è tonda e liscia come una palla da biliardo, ad esclusione di una folta barba, ancora umida di rum, che gli copre la pappagorgia; il naso è grosso, il setto sembra sia stato spaccato e rimesso a posto male in seguito a una rissa; numerosi piercing trafiggono come un puntaspilli la cartilagine delle orecchie, mentre gli occhi, circondati da una fitta rete di rughe, sono piccoli e dallo sguardo malevolo. 
Come ultimo tocco, inforca un paio di occhialini vintage con lenti tonde, una delle quali è crepata nel mezzo.
«Certo, Babbo Natale, come ho fatto a non riconoscerti?»
Il vecchio sospira, alzando gli occhi al soffitto:« Natale ’92, cito a memoria. Caro Babbo Natale, so che non esisti, ma ti scrivo lo stesso. Non si sa mai. Col mio papà quest’anno abbiamo iniziato la collezione dei minerali. Mi piacciono un botto e quindi vorrei che me ne portassi altri, magari colorati. Per evitare doppioni, ti faccio una lista di quelli che ho già. Blablabla, elenco interminabile di nomi di sassi. Grazie in anticipo. Ciao. Ezio».
Non è possibile; quella è proprio la letterina dei miei 9 anni; me la ricordo ancora perché fu l’anno in cui decisi che da grande sarei diventato geologo.
«Non, non capisco. Che cosa sta succedendo?»
«Senti, lo so che è una rivelazione dura da mandar giù così su due piedi. La verità è che, se il gretto materialismo aveva solo sparato alle rotule del Natale, l’era del consumismo da centro commerciale l’ha sodomizzato in modo definitivo, sputtanandomi del tutto l’immagine. Ho deciso che non volevo più essere l’orso ballerino delle corporazioni e così li ho mandati tutti affanculo. Ho appeso il sacco di regali al chiodo, ho rivoluzionato un po’ lo stile, più in linea con i miei gusti, e adesso decido io a quali casi dedicarmi».
«E avresti scelto me? Perché? Perché adesso?» Davvero non posso crederci, gli sto dando retta. Ma, dopo tutto, che cosa ho da perdere?
«Ezio, questo per te è stato proprio un anno di merda, lo so: prima la cagna trova un lavoro da ragioniere e ti molla per farsi sbattere da un portavalori subumano, poi il barone universitario per cui lavoravi torna al dipartimento di scienze della terra, dopo solo quattro mesi di ferie estive, e ti fa sapere sapere con una mail, neanche di persona, che non ha più fondi per rinnovare il tuo assegno di ricerca. La tua vita fa schifo ed è comprensibile che tu voglia farla finita. Per questo sono qui».
«Ok, doc. Ottima analisi, grazie. Quindi? Cosa saresti? Una sorta di Clarence punk? Il Fantasma del Natale Fottuto?»
«Qualcosa del genere». Risponde, mentre si alza dal divano e si dirige sciabattando verso la porta «Prendi la giacca e usciamo. Ah, portati dietro bancomat e GoPro. Ci serviranno».
«Serviranno a cosa?» chiedo, ancora abbastanza incredulo.
Nik si volta, sulle labbra un sorriso smargiasso che dà i brividi.
«A farci meritare un bel po’ di carbone».

***
«Ouuugh».
Dopo un paio di isolati, incomincio a stare male: mi gira la testa, la vista si sfoca, le palpebre si appesantiscono; ho il fiatone e inizio a tremare in modo incontrollabile.
«Ehi amico, tutto a posto?» mi chiede Babbo Natale.
«Non...mi sento…tanto…» cerco di rispondere, mentre con la mano mi appoggio al muro.
«Idiota! Idiota, idiota, idiota. Mi sono dimenticato delle pillole. Cosa hai preso? Barbiturici?»
Sono confuso, la memoria è annebbiata. «Non so…un misto... Portami in ospedale…»
«Non c’è tempo. Lascia fare a me. Fidati, per queste cose ho il tocco fatato». Mi apre la falda del cappotto e mi solleva la maglia; la sua mano calda mi tasta l’addome, fino a quando non trova un particolare punto alla base dello sterno. «Qua». Dice. Il braccio si ritira e, come se fosse caricato a molla, torna indietro, colpendomi il centro del plesso solare con un pugno fortissimo.
Sembra fatto di granito.
Non ho neanche il tempo di inspirare, che la nausea mi travolge come un’ondata di piena: mi piego in avanti, cado in ginocchio e, in preda ai conati, vomito l’anima a spruzzo. «Bravo così. Butta fuori tutto».
Mi dà pacche sulla schiena mentre imbratto il marciapiede con un misto di pastiglie quasi sciolte, succhi gastrici e bile. Da una ringhiera, Nik raccoglie una manciata di neve e me la caccia in bocca: «Tie’ succhia, sciacquati la bocca». Dopo essermi pulito con la manica le labbra bagnate di bava, mi concentro sulla massa gelida e farinosa: l’intensa sensazione di freddo mi schiarisce la mente e, allo stesso tempo, allevia il bruciore che si sta arrampicando lungo la gola.
«Va meglio?» Faccio di sì con la testa «In marcia allora. Prima tappa, il bancomat. Per prelevare».
«E ‘oi?» Chiedo, con la bocca ancora piena.
«Poi andiamo a rifornirci di felicità a buon mercato».
Passiamo le due ore successive nelle zone più malfamate della città a comprare super alcolici e ogni tipo di droga reperibile. 
Coca, ecstasy, ketamina, Santa Claus si ferma a contrattare con ogni singolo spacciatore che incontriamo, come se non avesse mai fatto altro nella vita. Riusciamo a trovare addirittura del Roipnol. Io mi sento come un pesce fuor d’acqua, non so davvero come comportarmi, e la cosa, con un paio di pusher un po’ troppo paranoici, rischia quasi di sfociare in tragedia. «Cristo, Ezio, potresti, per favore, cercare di sfilarti la scopa che hai su per il culo? Sii più disinvolto, mi stai facendo fare brutta figura».
«Scusa Nik. Per quanto dobbiamo ancora andare avanti? Abbiamo quasi finito i soldi, e per oggi non posso più prelevare».
«Mmm. Che ore sono?»
«L’una e trentacinque».
«Va bene. Andiamo. Abbiamo appuntamento con i miei piccoli aiutanti tra circa un’ora. Il posto è un magazzino qui vicino, in una zona tranquilla. Una volta arrivati, avremo tutto il tempo per prepararci».
«Prepararci per cosa?»
Babbo Natale non mi risponde: si incammina e, imboccata la prima traversa a destra, inizia a canticchiare con voce roca una vecchia canzone dei primi Beastie Boys.
Gonna fight, gonna fight, gonna egg raid tonight.
Accedere al magazzino non è un problema: non è dotato di alcun tipo di sistema di sicurezza e, come ho testato di persona giusto qualche ora prima, le porte chiuse a chiave non rappresentano un ostacolo per Babbo Natale. Mentre si occupa dei beveraggi e delle paste, parole sue, Nik mi consegna una chiavetta USB, «Qui c’è la nostra playlist» mi dice, incaricandomi di collegare il computer dell’ufficio contabilità al sistema di altoparlanti, per filodiffondere la musica. 
Riusciamo persino a trovare dei faretti, che colleghiamo nell’area di carico/scarico merci, in modo da non doverci muovere nell’oscurità più totale. 
Santa Claus si avvicina strofinandosi le mani soddisfatto: «Ottimo lavoro Ezio. Ottimo davvero».
«Ma cosa stiamo facendo di preciso?» gli domando.
«Non ti preoccupare, e goditi l’evento. Durante la prima parte della serata, dovrai preoccuparti solo di due cose: mantenere musica e riscaldamento a palla e continuare a riempire i bicchieri. Chiunque dovesse chiederti qualcosa per tirarsi su, tu mandalo da me».
Ho giusto il tempo di uscire fuori e fumarmi una sigaretta, nell’inutile speranza che riesca in qualche modo a tranquillizzarmi, che un’enorme limousine bianca, di quelle che si vedono solo nei film, si ferma davanti all’edificio: le portiere si aprono e ne esce un rumoroso gruppo di ragazze, io riesco a contarne otto, tutte maggiorenni in apparenza, fasciate in striminziti abitini da sera, che poco o nulla lasciano all’immaginazione, tacchi vertiginosi e avvolte da una nauseante nube di costosissimo profumo; stanno già ridendo senza motivo e barcollano, deduco quindi che siano arrivate da qualche altro locale del centro; mentre entrano una ad una mi sorridono, mi salutano, un paio mi abbracciano e mi baciano come se fossi il PR di una discoteca. Per ultimo, sceso dal posto del guidatore, mi si avvicina un nano con la mano tesa, «Crip Vergacandita» si presenta «Sono un elfo natalizio, molto piacere». È vestito con un completo consumato color vinaccia, lunghi capelli carota, legati in una coda con un elastico verde; ha un viso viscido, occhi piccoli e naso enorme, con un porro sulla narice sinistra, ma nonostante tutto mi sorride mentre mi saluta. «Il boss è dentro?» mi chiede. Rispondo di sì, mentre gli faccio strada all’interno.
Le ragazze, ferme in gruppo in mezzo al magazzino male illuminato, si guardano attorno, mentre Nik emerge dalle ombre dietro uno scaffale; «Buona sera a tutte quante, mie care» dice a gran voce, come farebbe un buon padrone di casa ad un banchetto, batte le mani
When it’s time to party, we will party hard
la musica espolde e inizia la festa.
Jump motherfucker  jump! Jump motherfucker  jump! Jump motherfucker  jump! Jump motherfucker  jump! Jump motherfucker  jump! Jump motherfucker  jump! Jump motherfucker  jump! Jump motherfucker  jump!
«Oh! Adoro questa canzone!» La ragazza che si è avvicinata al bancone improvvisato, e che mi sta parlando urlandomi nell’orecchio è un vero schianto: avrà ventidue, ventitré anni; volto ovale, espressione vispa; ha i capelli neri tagliati a caschetto; anche gli occhi sono scuri, ma con così poca luce non riesco a dire con sicurezza quale sia il colore; il naso è stretto, la bocca piccola con labbra piene, pittate di rosso fragola. È alta, anche grazie a un paio di decolté tacco dodici, nere; fisico sportivo, gambe nude e lunghissime; indossa un paio di shorts inguinali in jeans e un top giromanica color khaki, che il sudore ha reso quasi trasparente. Non indossa il reggiseno e ha il fiatone: non riesco a staccare gli occhi dal movimento ritmico dei capezzoli sotto il tessuto leggero. Ha dita lunghe e affusolate, perfette, che finiscono con un set di unghie finte, non sono solo laccate, ma decorate con lo smalto secondo complessi motivi geometrici, precisi nei più piccoli dettagli. Devono esserle costate parecchio. Noto solo in quel momento che il suo bicchiere è vuoto.
«Posso versarti qualcosa?» Le chiedo.
Lei ride. «Sono sbronzissima» ammette, ma io refillo comunque, con una generosa dose di vodka alla pesca. 
E lei la beve.
«Io mi chiamo Martina» si presenta.
«Piacere di conoscerti» le rispondo, stringendole la mano.
«Ma quando arrivano i maschietti? Crip ha promesso che ci sarebbero stati dei bei manzi a disposizione». Non so di cosa stia parlando; cerco di non palesare la mia ignoranza rimanendo sul vago. «Saranno qui da un momento all’altro».
Martina torna a ballare, reggendosi a malapena in piedi. Subito dopo si avvicina l’inquietante nano al servizio di Babbo Natale; si arrampica su uno sgabello e, inclinando la testa, mi grida nell’orecchio per sovrastare il frastuono della musica: «Quella è la nostra principessa. Mi raccomando, tienila d’occhio».
Si va avanti così per quasi un’ora, quando all’improvviso si aprono di nuovo le porte del magazzino: ne entra un energumeno alto quasi due metri, spalle larghe, muscoli ovunque, jeans e maglietta aderentissima. Sopra, un gilet di pelle con le maniche tagliate, ricoperto di toppe. Da dove mi trovo non riesco a riconoscere bene i tratti del viso, ma sembra calvo, o rasato a zero come un neonazi. Dietro di lui si muove uno strano trio; nel mezzo, una vera e propria coniglietta di Playboy: corpo da paginone centrale, miss Dicembre, viso bellissimo, una chioma lunga e bionda; indossa solo una sorta di bikini e un paio di mou boots, tutti in pelo castano mentre, sulla testa, poggia un cerchietto natalizio, di quelli con le corna da renna di peluche. Sta tenendo sotto braccio, uno per lato, altri due brutti ceffi, più grassi che muscolosi, vestiti come motociclisti che non vedono una doccia da parecchio tempo. Quello con il ventre più prominente mi risulta familiare, ma proprio non riesco a ricordare dove possa averlo già visto. Quando il nuovo gruppo entra, è una vera e propria esplosione di entusiasmo: le ragazze, che stavano ballando, iniziano a gridare e a battere le mani, come signore arrapate di mezz’età  quando vanno ad assistere ad uno spogliarello dell’otto marzo; i tre bruti, tutti già con bottiglie di birra in mano, ridono e si danno grandi pacche sulle spalle, neanche fossero ingegneri della NASA che sono riusciti a portare a termine con successo un atterraggio d’emergenza sulla Luna. Mentre i due gruppi fanno la reciproca conoscenza, la sventola che ha accompagnato i tre omaccioni si defila e si avvicina al banco.
Viene intercettata da Nik che, dalle mie spalle, va incontro alla bella vichinga spostandomi di lato con una spinta; si abbracciano e, indicandomi, ci presenta: «Ezio, questa è l’unica renna rimastami fedele dopo che mi sono licenziato».
«Rudolph?» chiedo, porgendole la mano.
«No, Vixen. Io non ho il naso rosso» mi risponde lei mentre, sorridendo, mi acchiappa il collo della maglia con entrambe le mani e, tirandomi a sé, mi stampa un umido bacio in bocca.
«Per continuare a servirmi nella mia nuova attività, con un po’ di magia del Natale, l’abbiamo resa umana. Anche se, come vedi, preferisce sfoggiare ancora alcuni piccoli camei della sua forma precedente».
Santa scoppia a ridere in uno dei suoi classici OH! OH! OH!, Vixen si stacca da me e, afferrando al volo una bottiglia di whiskey, si allontana in direzione dell’elfo Vergacandita.
La festa continua, si passa alla musica elettronica e si spengono alcuni faretti per aumentare l’atmosfera; io continuo a rimanere al tavolo, dove servo da bere, regolo i volumi dal computer, che abbiamo spostato nel magazzino per comodità, e faccio due chiacchiere con chi si avvicina; mi vengono presentati più o meno tutti ma, con la confusione che c’è, due volte su tre non riesco a capire i nomi o ciò che mi viene detto.
Sono quasi le quattro e un quarto quando mi rendo conto che, nel magazzino, il numero di persone è diminuito in modo drastico: appoggiati a uno scaffale vuoto ci sono Vixen e Crip che bisbigliano tra di loro, un paio di ragazze irriducibili stanno ancora ballando al ritmo di un brano di Skrillex, mentre una terza è stramazzata a terra. La raggiungo a passo spedito per controllare, ma sta solo dormendo. 
È a quel punto che mi raggiunge Nik: «Ezio, è cominciato il secondo atto. Prendi la GoPro, che adesso ci divertiamo». Recupero dalla tasca interna del cappotto la mia action cam e seguo il vecchio punk nell’ufficio della contabilità.
Non riesco a credere allo spettacolo che mi si presenta davanti. 
Un’enorme orgia sui divani posizionati nell’angolo della stanza. In realtà, non è proprio ciò che i miei occhi vedono, quanto più ciò che il mio cervello intuisce dalle immagini che sta ricevendo, dato che i corpi sono avvinghiati tra loro in una massa distorta di carne in costante movimento: il neonazi è completamente nudo, in piedi, davanti a me; mi sta dando la schiena tatuata; riesco a vedere le sue natiche glabre che stantuffano avanti e indietro tra le cosce di una delle ragazze, piegata sul divano con le ginocchia a terra. Indossa ancora la gonna, ma il pezzo di sopra e volato via da qualche parte; sta strofinando il pene turgido del motociclista panzone, che è seduto sul divano con le braghe calate, nel solco tra i seni prosperosi; ogni volta che il movimento delle tette va verso il basso, spostando l’asta di lui verso l’alto, lei accoglie li grosso glande paonazzo nella propria bocca mentre, quando i due movimenti s'invertono, la giovane riprende fiato. Un paio di volte, la ragazza cerca di scendere con la propria testa fino alla base del sesso maschile, ma con scarsi risultati. È uno spettacolo orribile: i suoi occhi sono spalancati e alcuni capillari si sono già rotti; lo sforzo la fa lacrimare copiosamente, sciogliendo il pesante tratto di mascara che le circonda gli occhi e disegnandole lunghe lacrime nere sulle guance; dalla gola risuonano raccapriccianti rantoli soffocati, un misto tra un colpo di tosse e un conato di vomito. L’uomo, invece, geme di piacere; non riesco a vederlo in viso perché su di esso è seduto il corpo completamente nudo di Martina: a gambe divaricate, sta premendo la propria vagina, dischiudendo le grandi labbra con le dita, sulla bocca spalancata di lui che, con la lingua, è impegnato in un intenso cunnilingus; le braccia muscolose e ricoperte di peli risalgono il costato pallido della ragazza, con le mani che vanno a chiudersi sui seni non troppo grossi di lei; in compenso, i capezzoli, eretti e sporgenti tra pollice e indice dello scimmione, hanno una estesa areola rosata. È leggermente piegata in avanti con la schiena, sta limonando con trasporto il terzo ospite, che ha indosso solo la maglietta, dal cui fondo spunta il pene, anch’esso in piena erezione; intorno ad esso, la mano di Martina si muove abilmente, massaggiandogli l’attrezzo, mentre una sua amica, ancora del tutto vestita, è seduta dietro al tizio, con la viso affondato tra i glutei adiposi, intenta a stimolargli con la lingua il perineo. 
A concludere la scena, le ultime due amiche, completamente nude, stanno aspettando il proprio turno sdraiate sui cuscini rimasti liberi del divano, dandosi piacere a vicenda in un saffico sessantanove.
«Che stai aspettando! Inizia a registrare!» mi ordina Nik.
Reagisco senza neanche pensarci; accendo la videocamera e inizio a filmare. Mi avvicino, rimango costantemente in movimento, alternando scene corali a zoomate sui dettagli. Su consiglio di Babbo Natale, mi soffermo spesso sui volti, sulle espressioni deformate dalla lussuria. Sarò sincero, mi concentro su Martina in particolare, perché trovo che sia la più bella del gruppo. La nostra principessa. Cambiano spesso posizione, e devo ammettere che, la formula tre uomini e cinque donne, permette un’ampia varietà di situazioni: sono tutti parecchio intraprendenti, non hanno paura di sperimentare; all’inizio sono le ragazze ad osare di più: penetrazioni anali, penetrazioni multiple, utilizzo di oggetti, improvvisando con quello che c’è a disposizione nell’ufficio, bukkake, snowballing, pompini con ingoio; poi, quando ormai ogni inibizione cessa di esistere, anche gli uomini esprimono il proprio potenziale, dando il via a qualsiasi combinazione possibile, praticata tra uomini e donne, donne con donne, uomini con uomini. Nei momenti di recupero, sono contenti, gioviali, hanno voglia di ridere e parlare. 
Faccio un primo piano sul più grasso dei tre, il più rozzo, quello con i tratti familiari, ma che ancora non riesco a identificare. «Ehilà» si rivolge, ammiccante, guardando dritto in camera.
«Come ti chiami?» gli chiedo.
«Fausto». Mi risponde, facendo ciao con la mano.
«Ti stai divertendo Fausto?» il nome non mi dice nulla.
«Un casino. Ma tu non ti unisci?» mi chiede, facendomi cenno con la mano di sedermi vicino a lui.
«No, io sono solo il cameraman» gli rispondo.
«Che lavoro sfigato che fai». E scoppia a ridere.
Vanno avanti per un bel po’. Quando la batteria della GoPro è quasi del tutto scarica, li lascio da soli e torno nel magazzino. Qui, la situazione è più tranquilla: le due danzatrici inarrestabili alla fine hanno ceduto; anche loro stanno dormendo, sedute sugli sgabelli, con la testa tra le braccia, appoggiate al bancone degli alcolici. Spengo la musica, ed esco fuori a prendere un po’ d’aria fresca. 
Mi fumo un’altra sigaretta; sto schiacciando il mozzicone nella neve, quando Crip Vergacandita esce e mi chiama: «Ezio. Il boss ti cerca. Stiamo sbaraccando».
Rientro e Santa Claus sta accumulando rifiuti in un bidone, pezzi di legno, cartacce, vestiti, bottiglie di alcolici ancora mezze piene, al centro del magazzino; io torno alla mia postazione, al bar, per recuperare la giacca: «Che ne facciamo della droga rimasta? La buttiamo?». Nik mi guarda e mi fa gesto con la mano di non preoccuparmi: «L’ho spartita equamente e l’ho lasciata come regalo di congedo ai nostri ospiti. Se trovi ancora qualcosa in giro, mettigliela in qualche tasca o nelle borsette».
Ora che tutto è finito, nel magazzino regna la calma.
Ma il silenzio dura poco, fino a quando, non molto lontano, iniziano a risuonare le sirene delle autopompe dei vigili del fuoco; Babbo Natale solleva la testa, si gira verso di me e, sorridendo, mi dice: «Poveri cristi. Saranno incazzati neri a dover lavorare il venticinque di dicembre».
«Chissà dove stanno andando?» Mi domando a voce alta.
«Stanno venendo qui. Dobbiamo fare in fretta». 
«Come qui? Chi li ha chiamati?»
«È stata Vixen. I proprietari non hanno installato un sistema di sicurezza, e noi non vogliamo che i nostri amici rischino di farsi male. Ha avvisato in anticipo i pompieri, su mio ordine, così che potessero arrivare in tempo e spegnere un incendio di dimensioni ridicole».
«Incendio? Quale incendio?»
Dalla tasca dei pantaloni, Nik tira fuori una scatola di cerini; ne accende uno, con il quale dà fuoco all’intera confezione e sussurrando: «But as the wind changed direction,then the temple band took fire. The crowd caught a whiff, of the crazy casbah jive», la getta nel bidone altamente infiammabile.

***
Bzzzzzz.
Quando riapro gli occhi, la luce bianca mi ferisce le retine senza alcuna pietà.
Bzzzzzz.
Sono in bagno, nel mio bagno, steso a terra, supino.
Bzzzzzz.
Provo a rialzarmi, ma una fitta alla testa mi dà le vertigini. Rimango seduto, la schiena appoggiata al box della doccia. Cerco di massaggiarmi la tempia, solo per accorgermi che la mano, insieme la pavimento, sono umidi e appiccicosi.
Bzzzzzz.
Mi guardo intorno. Sono circondato da una pozza di vomito. Al centro, il mio cellulare, che in quel preciso istante smette di vibrare. Lo raccolgo. Funziona ancora. Sono le cinque del pomeriggio del giorno di Natale. Ho dodici chiamate senza risposta.
Merda.
Come temevo, all’ultimo devo essere andato nel panico e, rinunciandoci, devo essermi ficcato due dita in gola, per poi perdere i sensi. Adesso, a mente fredda, non riuscirò di sicuro a fare un secondo tentativo.
Maledetto vigliacco.
Aspetto di sentirmi un po’meglio prima di provare a rialzarmi; alla fine mi è rimasto solo un fastidioso mal di testa, niente di serio; decido di non assumere medicine e di aspettare che passi da solo. Nel frattempo, prendo uno straccio e ripulisco il casino che ho combinato; poi mi faccio una doccia, una lunga doccia calda. Mi dirigo verso la cucina, per prepararmi un thé: nel resto della casa, tutte le serrande sono abbassate; l’unica fonte di illuminazione proviene dalla mia scrivania, dove la lampada da lavoro è rimasta accesa. Attivo gli interruttori di tutte le luci; sul tavolino, davanti al televisore, c’è la bottiglia di rum che avevo comprato per l’occasione, piena, ancora da aprire. Sintonizzo la TV su Rainews24, giusto per avere un sottofondo che spezzi il silenzio; accendo il fuoco e metto a bollire l’acqua. Mentre aspetto, do una pulita alla cover del cellulare, non sembra danneggiato; controllo il registro delle chiamate perse: sono tutte di Angelo, un dottorando di mineralogia e di Chiara, la mia ex.
Fantastico.
Rimango in piedi, davanti al fornello, a fissare le minuscole bolle che si stanno formando sul fondo del pentolino, e intanto rifletto.
…passiamo ora alla cronaca cittadina: Natale, sesso e droga nelle strade della periferia. Questa mattina, le forze dell’ordine sono intervenute, insieme ai vigili del fuoco, in seguito ad una telefonata anonima che segnalava del fumo sospetto fuoriuscire da un magazzino nella zona industriale della città.

Possibile che mi sia immaginato tutto? 

Oltre a un incendio di poco conto, al loro arrivo le autorità hanno trovato i postumi di una nottata a base di super alcolici, sostanze stupefacenti e festini a sfondo sessuale.

Non ricordo, in vita mia, di aver mai fatto sogni tanto vividi; così intensi da avere, impressi nella memoria, anche dettagli non visivi, come l’odore all’interno del magazzino o il freddo della neve in bocca. 

Gli inquirenti hanno sequestrato l’intero edificio e hanno arrestato gli uomini sospettati di essere gli organizzatori del rave clandestino, con le accuse di violazione di proprietà privata, spaccio di droga e tentato stupro. I loro nomi sono: Augusto Serafini, trentacinque anni, militante in alcuni gruppi radicali di estrema destra; Denis Castelli, ventinove anni, autotrasportatore con passate condanne per rissa e violenza privata e Fausto Scannabue, trentatré anni, agente di sicurezza privata senza alcun precedente penale.

Mi domando se possa essere stata una qualche forma di delirio, magari innescata dal cocktail di farmaci.

Insieme ai tre sono state trovate otto ragazze, incensurate, tutte appartenenti alla società bene, alcune delle quali figlie di noti primari, avvocati, e docenti universitari. Sulle giovani, trasportate d’urgenza in ospedale per un periodo di osservazione, non grava ancora alcuna accusa e le famiglie hanno già fatto sapere alla stampa che si dichiareranno parte civile durante il processo. 

Aspetta un momento. Ma che diavolo…

Inoltre, durante l’ispezione dei locali, i carabinieri hanno scoperto che il magazzino utilizzato per la festa era in realtà un’attività di facciata con cui la malavita locale riciclerebbe i proventi derivanti dal traffico di droga; questa scoperta fortuita darà senza dubbio il via a un nuovo filone di indagine…

Quando la prima bolla grande esplode sulla superficie dell’acqua calda, la parte conscia del mio cervello si connette con quella inconscia, interrompendo subito il mio ragionamento per rendermi del tutto consapevole della notizia che finora ho ascoltato solo con la coda dell’orecchio, se mi passate l’espressione. Spengo immediatamente il fuoco e mi giro per andare in salotto ad alzare il volume.
Bzzzzzz.
Lo smartphone riprende a vibrare. È di nuovo Angelo.
«Pronto».
«Ezio! Dove cazzo eri finito? È tutto il giorno che cerco di chiamarti».
«Non sono stato molto bene. Che c’è?»
«Che c’è? Che c’è?!? Ma hai controllato le mail? Non hai visto la bomba?»
«Aspetta in linea».
Mi siedo alla scrivania e apro il portatile; nella casella di posta elettronica c’è un nuovo messaggio. Mittente anonimo. Strano che non sia finito nello spam; il titolo recita Merry X-mas suckers; l’antivirus non mi segnala nessuna minaccia; la apro: non c’è alcun testo, solo un allegato.
Un video.
Quando il filmato parte sul media player, mi ritrovo a guardare le natiche del neonazi; sulla schiena, gli stessi tatuaggi che fino a pochi secondi prima mi stavo convincendo di aver del tutto immaginato.
Occristo. Ma allora è successo. È successo davvero.
«Lo stai guardando?» mi chiede Angelo.
«Sì» rispondo. Non riesco ad aggiungere altro.
«Maurizio, quello dei sistemi, dice che chi l’ha mandato è il fottuto re degli hacker. Secondo lui, è praticamente impossibile risalire a chi l’ha inviato. È arrivato a tutti gli indirizzi del dipartimento contemporaneamente. Avresti dovuto vedere il professore: se n’è andato di corsa, viola in volto. C’è mancato poco che si mettesse a correre».
«In che senso?»
«Ma come? Non l’hai riconosciuta? La gnocca col caschetto, quella che all’inizio fa una sega al tizio con la maglietta».
Io mi chiamo Martina.
Ma certo. Martina Firzi-Consorti. La figlia del Professor Eugenio Firzi-Consorti.
Il mio capo. Il mio ex-capo.
Hanno spedito il video della sua bambina, che ha studiato presso i salesiani, mentre partecipa a un’orgia e si fa scopare a sangue da tre scimmioni. E non solo a lui; a tutto il dipartimento di scienze della terra. Controllo la lista di indirizzi dei destinatari. Non manca davvero nessuno.
Anzi.
L’ultimo indirizzo che leggo è kiaraescuro85@gmail.com
È l’indirizzo di Chiara, la mia ex. Perché hanno spedito questo video anche a lei?

Ezio, io e Fausto siamo solo amici. Te lo assicuro.

Ezio, volevo solo informarti che ho iniziato a frequentare ufficialmente Fausto. Fattene una ragione.

…lo so: prima la cagna trova un lavoro da ragioniere e ti molla per farsi sbattere da un portavalori subumano…

Come ti chiami? 
Fausto

… Fausto Scannabue, trentatré anni, agente di sicurezza privata senza alcun precedente penale…

Mi sembrava infatti di averlo già visto. Il panzone. È il suo nuovo ragazzo.
E lei lo ha appena visto fare di tutto con cinque ragazze diverse.
E due uomini.
Sette chiamate perse da parte di Chiara.
«Ezio? Sei ancora in linea?»
«Scusa Angelo, ti richiamo più tardi». Non gli do neanche il tempo di ribattere e interrompo la telefonata; vado nel registro delle chiamate, seleziono il numero e confermo.
È libero.
Risponde a metà del secondo squillo.
«Ezio! Grazie a Dio! Non sapevo davvero chi altro chiamare». 
Sta piangendo.
«Mi è arrivato un video, e c’è il tuo ragazzo» non posso fare a meno di girare il dito nella piaga.
«Non è il mio ragazzo! Non più! È, è un porco! Un lurido porco! Ommerda! OMMERDA! Ho fatto una cazzata, lo so. LO SO! È questo che vuoi sentirmi dire? Vuoi che mi butti in ginocchio e implori pietà? Voi uomini fate tutti schifo. SCHIFO!»
«Ehi! Senti, vedi di calmarti un po’. Non sono mie le sette chiamate perse e disperate. Se volevi qualcuno solo per sfogarti, chiama il telefono amico, o vai e impiccati».
Silenzio per un paio di secondi. Sta cercando di riprendere il controllo; riesco a sentirla, mentre fa respiri lunghi per calmarsi.
«Scusa» mi dice, infine «è che sono nella merda. Nella merda fino al collo».
«Che vuoi dire?»
«Non solo quello stronzo di Fausto si scopa delle troie a mia insaputa, si fa filmare e si fa arrestare per stupro e spaccio di droga, ma ha la bella idea di farlo nel magazzino dove io tengo la contabilità. Ora si viene a scoprire che era una copertura della mafia per il riciclaggio di denaro sporco».
«Tu lo sapevi?»
«Io non sapevo nulla, te lo giuro!»
«Ok, ok, ti credo».
«Scusa. È che sono terrorizzata: prima mi chiamano i carabinieri perché vogliono interrogarmi; poi mi chiama il titolare del magazzino e mi ordina di non parlare con nessuno, se non voglio che mi capiti nulla di male. Ora sono barricata in casa e non so cosa fare».
Mentre Chiara si sfoga, mando più volte avanti e indietro il video, nel tentativo di trovare qualche traccia di Nik. Nessuna. Addirittura, sono stati tagliati anche i pezzi in cui sono io a parlare. 
Un lavoro esemplare.
«Lo so che ancora non mi hai perdonato, Ezio. Ma è una situazione di emergenza. Non potrei fermarmi da te per qualche notte? Giusto per sentirmi al sicuro per un po’».
La notte scorsa stavo per suicidarmi.
Adesso, il mio ex capo è stato sputtanato davanti a tutti i suoi collaboratori.
Il mio rivale in amore è stato sputtanato davanti agli occhi della mia ex.
Ed è stato arrestato per spaccio e tentato stupro.
Chiara ha perso il suo lavoro.
È minacciata da dei malavitosi.
Ed è ricercata dalla polizia.
Sorrido.
Dillo!
Dillo!
«Chiara…»
«Sì?»
Charles fottuto Dickens.
DILLO!
«Buon Natale».
TERMINA CHIAMATA.

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