mercoledì 16 dicembre 2015

Home Run



Dio è ovunque.

La mia catechista amava ripeterlo fino allo sfinimento, senza però fornire dettagli tecnici, utili a chiarire quei dubbi che, innanzi all’imperscrutabile concetto di divinità, sbocciavano nelle giovani menti di noi ragazzini di undici anni.

Dio non si comprende con la ragione, lo si accetta con la fede.

Questa, di solito, era la sua risposta. 
Un discorso che, in passato, mi era già stato propinato per Babbo Natale. 
Giovane sì, ma mica scemo; non mi avrebbero infinocchiato una seconda volta.
E così trascorsi gli anni successivi, fino all’età della cresima, a guadagnarmi con impegno il mio posto all’inferno: ogni domenica andavo a messa solo per ricevere dai miei genitori cinquemila lire per l’offerta ai più bisognosi, con le quali, invece dei bambini africani dal ventre gonfio, ci sfamavo il mio edicolante di fiducia a suon di fumetti che, a loro volta, alimentavano i miei primi pensieri impuri, con protagonista la bella Jubilee di Chris Bachalo.
È probabile che non tutti sappiano, e in prima fila c’è Suor Maria Negletta, la mia catechista, che in realtà Dio è un essere di pura energia, dai poteri illimitati, che si muove a una velocità tale da poterlo considerare in ogni punto dello spazio nello stesso istante. Ergo il precetto “Dio è ovunque”.
Davvero; non sto inventando. Me lo spiegò lui stesso la volta in cui lo vidi fuoriuscire dai miei lombi. 
E non si tratta di una metafora.
Ero appena uscito dalla doccia, mi stavo preparando per un appuntamento: frequentavo Ambra ormai da cinque mesi, ma lei mi teneva bloccato ancora in seconda base; qualche giorno prima, mi aveva invitato a cena, premurandosi di precisare che i suoi coinquilini sarebbero rimasti fuori casa per l’intero fine settimana. Eddai cazzo! Era ora di sfondare in casa base.
Nudo, davanti allo specchio del bagno, si svolse tutto in un istante: con la coda dell’occhio mi era sembrato di vedere, nel riflesso, un movimento alle mie spalle e, mentre stavo per voltarmi, caddi a terra, come spinto da qualcosa. 
Il mio primo pensiero fu di aver avuto una sorta di mancamento, un calo di pressione, magari causato dall’acqua troppo calda della doccia, e di essere scivolato sul pavimento umido.
«Ohi, ohi, ohi». Questo non sono io. 
Aprii gli occhi.
«OH MIO DIO! OH MIO DIO! OMMIODDIO! CHI? CHI CAZZO SEI TU?!?» Ecco, questo sono io.
«Sono io! Dio!»
Non poteva essere. 
Avevo di sicuro battuto la testa ed ero impazzito all’istante o, peggio, mi ero rotto l’osso del collo e quello a cui stavo assistendo era una sorta di surreale esperienza pre-morte. Dal mio basso ventre, al posto dell’inguine e del pene che ero solito scorgere là sotto, si ergeva come un pupazzo caricato a molla un’altra figura umana: un torace nudo, mingherlino e glabro; due spalle ingobbite che proseguivano lungo braccine sottili sottili; una testa tonda, sovrastata da una folta chioma castana; occhi azzurri e un naso a patata, sotto al quale faceva sfoggio un bel paio di baffoni scuri. Sembrava un personaggio dei fumetti; una macchietta che mi spuntava dall’intestino come il peggiore degli incubi xenomorfi.
«Non ti agitare, Fra', respira. Posso spiegarti tutto».
E in effetti, con la sua vocetta stridula, me lo spiegò.
Anche Dio è soggetto al principio di indeterminazione di Heisenberg: quelle poche volte in cui la sua posizione viene determinata da un osservatore casuale, quello che noi chiamiamo estasi mistica, la sua velocità si riduce per un istante a zero e l’energia di cui è composto si condensa in materia. Di solito ciò non comporta alcun tipo di problema; Dio riacquista subito velocità, e amici come prima. 
A meno che.
Eh sì, a meno che lo spazio in cui si stia materializzando non sia già occupato da un altro oggetto o, peggio ancora, da un essere vivente: in tal caso, si verifica un fastidioso fenomeno di compenetrazione e fusione della materia che, a detta sempre di Dio, è comunque reversibile, ma richiede un po’ più di tempo.
«Non ti preoccupare, Fra’, ho tutto sotto controllo. Mi sono già trovato in questa situazione, il segreto sta nel mantenere la calma e continuare a fare respiri profondi. Non iperventilare».
Ammetto che la sospensione dell’incredulità mi fu di grande aiuto; appurato di essere ancora vivo, decisi di assecondare la fantasia nonsense di cui ero vittima, nella speranza che prima o poi si sarebbe conclusa con un ritorno improvviso alla ragione, con un internamento coatto o, con maggiori probabilità, con il mio risveglio sotto le coperte.
«Ok. Sto bene. Inspiro. Espiro. Inspiro. Espiro».
«Bravissimo».
«E adesso? Qual è il piano?»
«Innanzitutto ci vestiamo. Poi andiamo a cena a casa della tua ragazza. Nottata epica, questa, eh?» 
Ero allibito; mentre mi rispondeva, Dio ammiccava con aria complice, mi faceva l’occhiolino e mi dava di gomito sulla gamba, come se fosse la spalla comica in un buddy film. 
Difficile crederlo possibile, ma sbarrai ancora di più gli occhi, quasi temendo che potessero saltare fuori dalle orbite con un sonoro pop.
«Stai parlando sul serio?!? Stai suggerendo di uscire, di farmi vedere in giro…COSÌ?!?» in tutta onestà avrei voluto dire “in questo stato”, ma essendo incapace di dare una precisa definizione di quale fosse lo stato in questione, mi limitai, con le mani, a indicare il mio basso ventre, lasciando che l’infinita comprensione di Dio colmasse i vuoti.
«Fra’, sono un essere di energia a carica positiva, non potrei mai arrecare danno a un’altra creatura vivente con il mio operato, neanche se accadesse per caso. Andrebbe contro la mia natura, rischiando, tra l’altro, di generare paradossi che non fanno bene al continuum spazio-tempo».
«Ma io non posso…voglio dire…» stavo cercando le parole giuste ma, alle mie orecchie, “presentarmi con Dio al posto del pisello” suonava fin troppo pazzesco anche con la sospensione dell’incredulità.
«Capisco cosa intendi, ma non ti preoccupare. Anche se sono bloccato qui per un po’, ho conservato parte dei miei poteri: posso cambiare forma e trasformarmi nel tuo membro virile; così potrai muoverti e agire senza ingombri fastidiosi fino a quando la questione non si sarà risolta da sé. Anzi, se dovesse servirti aiuto, posso migliorare la tua prestazione incrementando le dimensioni». E via, di nuovo, di occhiolini e sgomitate.
Chiusi gli occhi. Inspirai. Oh mio Dio.
«Oh mio Dio…»
«Sì! Sono io!»
Punchline rimshot.

***

«Mi stavo domandando» guidavo verso il centro, in direzione dell’appartamento di Ambra, con il dito sull’autoradio, alla frenetica ricerca di una stazione che trasmettesse musica abbastanza rumorosa da interrompere l’inarrestabile flusso di pensieri che mi stava comprimendo la testa dall’interno.
Sì?
Dalla Sua trasmutazione in organo genitale, la voce della divinità era diventata interiore, come un’intensa vibrazione nella profondità del canale auricolare e, in base alle sue indicazioni, for my ears only
Mi aveva inoltre spiegato che, in quella condizione, non era necessario che gli parlassi a voce alta; sarebbe bastato scandire le frasi con la lingua, senza aprire bocca, e Lui avrebbe comunque capito. 
Non mi ero ancora abituato all’idea, per cui continuai per tutto il viaggio in auto a blaterare, all’apparenza da solo, come un folle.
«Quanto tempo ci vorrà perché questo problema si risolva?»
Dipende. Qualche giorno. Settimane. Mesi.
Inchiodai, per fortuna, senza incidenti. Non sapevo dove puntare lo sguardo, perciò mi fissai nello specchietto: «Così tanto?!? Non c’è modo di accelerare il processo?» 
Già stavo paventando cosa sarebbe potuto accadere al lavoro.
In effetti, ora che mi ci fai pensare, se tu mi accettassi nel tuo cuore, in modo genuino, il tuo corpo inizierebbe a vibrare a un frequenza sempre più simile alla mia, smettendo così di essere un ostacolo e facilitando di gran lunga il mio fluire attraverso.
Il mio viso si contrasse, in un’espressione di sincero scetticismo; la religione non riusciva più a infinocchiarmi dall’89. 
«Accettarti nel mio cuore? Sul serio, è davvero l’unica soluzione?»
Beeeh…in linea teorica anche un esorcismo potrebbe funzionare. In pratica, la mia energia è identica a quella di cui sono composti gli spiriti maligni, solo di polarità opposta. Ma sai quanto tempo ci vuole per fare richiesta al Vaticano per l’invio di un esperto? È più probabile che la cosa si risolva prima da sé.
«Oh, al diavolo…»
Ehi!
«Scusa».

***

«Francesco! Eccoti finalmente!» smuack! 
Ambra mi aprì la porta e mi salutò, baciandomi con trasporto sul pianerottolo del terzo piano.
Ripresi fiato «Ciao splendore. Come va?»
«Benone. Su, entra».
Varcai la soglia di casa, chiudendomi la porta alle spalle; lanciai un cordiale permeeeeesso, tanto per stare sicuri.
«Vieni, vieni. La cena è quasi pronta». 
La seguii in cucina, lungo il corridoio che attraversava l’intero appartamento. 
Conobbi  Ambra a lezione; la trovavo una ragazza bellissima, e so quanto suoni banale, ma più di tutto mi innamorai della sua vivacità, che l'amplificava sotto ogni aspetto, facendole raggiungere nuovi livelli di fascino. 
Un esempio; anche se si trattava di una cena romantica programmata da tempo, mi accolse in casa del tutto al naturale, proprio come piaceva a me: niente trucco, o forse solo un impercettibile velo, maglione sformato che le calzava quasi come un vestito, shorts di jeans tagliati a mano, che permettevano una visuale completa sulle sue fantastiche gambe nude, interrotte solo alla base da un paio di fantasmini con i quali sembrava danzare per le stanze come una sensuale ninfa domestica.
«Ho portato una bottiglia di vino».
«Tu malandrino! Lo sai benissimo cosa mi fanno gli alcolici. Mi basta un solo bicchiere per uscire di testa! E anche se siamo soli, non farti strane idee. Si beve acqua e, stanotte, ognuno a casa sua».
Lo disse ridendo, ma per un nanosecondo mi fermai, paralizzato dal presagio che stesse parlando sul serio. 
Possibile che la serata che sognavo da tempo fosse andata in vacca in meno di due minuti? 
Meglio non pensarci. La amavo. La amavo al punto tale da superare la delusione del momento e lasciare che fosse lei a dettare il passo. Si voltò; le sorrisi, mentre la raggiungevo, deciso a godermi ogni istante della sua compagnia.

***

«Hihihi!» Non eravamo neanche arrivati alla portata principale, che Ambra iniziò a ridere per ogni sciocchezza, guance rosse e sguardo leggermente perso.
«Ehi, va tutto bene?» Le chiesi.
È ubriaca m'informò la voce all’interno della mia testa.
Come?!?  
Trattenni un colpo di tosse, con il boccone che stava andandomi per traverso e, muovendo la lingua dietro alle labbra serrate, chiesi delucidazioni a Dio.
Fra’, quando le ho sentito dire che saresti andato in bianco anche stanotte, mi sono sentito malissimo per te, e quindi ho deciso di darti una mano.
Una…una mano? Che hai fatto? Dimmi cosa le hai fatto!
Stai tranquillo Fra’; niente di pericoloso: le ho solo transustanziato l’acqua in vino non appena ne buttava giù un sorso. Adesso che è alticcia, sarà una passeggiata tutta in discesa. Fidati.
«Francesco». La voce di Ambra si era fatta più sensuale mentre, sotto il tavolo, sentivo il suo piede risalire lungo la mia gamba, fino a raggiungere il cavallo dei pantaloni. Devo ammettere che, nonostante la presenza di Dio, le sensazioni, tattili e fisiologiche, risultavano del tutto inalterate.
Visto?
Taci!
«Francesco…»
«Sì amore?»
«Andiamo in camera mia».
Non fu una domanda; e io non me lo feci ripetere due volte.
In uno stacco quasi istantaneo d'inquadratura, ci ritrovammo sul letto: io nudo, appoggiato con le ginocchia sul materasso e un’erezione già completa tra le gambe; lei, solo con il maglione, sollevato fino al collo, sdraiata supina, pronta ad accogliermi. Mi chinai su di lei; più che baciarla, le afferrai la lingua con la bocca, arrotolandola alla mia; sprofondando nel materasso per mantenere l’equilibrio, con la sinistra andai ad artigliarle il seno, torcendo e tirando il capezzolo, che intanto diventava una sorta di candito turgido tra le mie dita; la destra scese tra le sue cosce.
Era fradicia.
Lo ammetto, un po’ a malincuore: nelle mie fantasie la facevano da padrone lunghe sequenze di preliminari, tutti molto più lenti, più appassionati, più intensi. 
Insomma, era tutto molto più erotico.
Nella realtà accadde in maniera abbastanza sbrigativa e animalesca: dopo un paio di stimolazioni, Ambra mi guardò dritto negli occhi e, con uno sguardo che non le avevo mai visto addosso mi disse: «Non ti preoccupare, prendo la pillola. Ti voglio dentro di me. Subito».
L'accontentai. 
Iniziai a muovermi dentro di lei, lasciando che l’istinto facesse il suo dovere: i miei colpi di bacino si sincronizzarono lentamente con i suoi, all’unisono con il suo respiro e i gemiti. 
All’inizio credevo di sentire solo quelli di Ambra, ma poi, forse in un ultimo istante di razionalità, mi resi conto che insieme a lei stavo mugolando di piacere anche io. 
Il resto, se ci penso adesso, risulta abbastanza confuso: ricordo chiaramente il calore che mi pervase l’intero corpo e le gocce di sudore, che mi scendevano lungo la schiena, o che mi colavano giù dalla punta del naso sulla sua pancia piatta. Ricordo la sensazione dell’orgasmo, così simile allo stimolo della pipì, nascere alla base del pene e amplificarsi sempre di più fino a diventare quasi intollerabile.
E poi ricordo la voce.
Fra’?
Le scene, gli input sensoriali, si erano tutti compressi in un solo istante.
Fra’, abbiamo un problema. Mi sono ricordato di una cosa.
Non saprei dire con certezza quale fosse l’ordine esatto degli eventi.
Fra’, ascoltami. Devi fermarti. So che è difficile, ma devi fermarti.
In quel momento sentivo solo…Oh mio Dio…OH MIO DIO…
Chiusi gli occhi.
«Ahi. Mi…fai…male…» Questa è Ambra.
Oh no. Non di nuovo. Questo non sono io.
«Sto per venire». Ecco, questo sono io. 
Una sensazione di caldo e umido m'investì il volto, il petto, colando giù fino al ventre e lungo le gambe. 
Riaprii gli occhi e, con due dita, mi toccai il volto; quando controllai, i polpastrelli erano macchiati di rosso.
Sangue.
Misto a pezzetti di carne e frammenti di ossa.
Non capivo.
Abbassai lo sguardo: ero ancora appoggiato con le ginocchia sul materasso, circondato dalle gambe di Ambra, il mio inguine incastrato al suo; poco più in alto, il monte di Venere della mia ragazza era spalancato, esploso dall’interno, aperto come un coniglio sul bancone del macellaio; uno squarcio che da sotto l’ombelico, ormai inesistente, arrivava fino alla base dello sterno. Nello spazio tra i due corpi, che solo adesso mi rendo conto essere ancora uniti, gli intestini di lei stavano pian piano scivolando ai lati, insozzando le lenzuola bianche e ammorbando l’aria con un tanfo di feci, misto all’acidità dei succhi gastrici.
Ancora non capivo.
Alzai la testa e, come era accaduto nel mio bagno, mi ritrovai faccia a faccia con Dio; nuovamente in forma umana ma ricoperto, dalla base del torace alla punta dei capelli impiastricciati, di resti umani. Mi fissò per un secondo; fu pervaso da uno spasmo, come una sorta di conato e, infine, socchiuse la bocca. 
Solo che, invece di parole, dalle sue labbra eruttò un copioso fiotto di sperma perlaceo e filamentoso che, dopo il primo impetuoso rigurgito, iniziò a colargli con lentezza lungo le guance e sul mento.
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!
Stavo iniziando a capire.
Non so esattamente per quanto tempo urlai, né posso descrivere con precisione cosa accadde immediatamente dopo; fatto sta che, nel lasso di tempo che la mia memoria deve aver rimosso, dopo essermi staccato dal corpo martoriato di Ambra, devo essermi fiondato sotto la doccia per lavarmi via tutto il suo sangue. Immagino sia stato un procedimento abbastanza estremo, visto che porto ancora le cicatrici nelle zone del corpo dove grattai con troppo vigore. 
Nel frattempo, Dio, per facilitare l’operazione, ritornò ad assumere la forma delle parti mancanti del mio pube.
«Perché? Perché l’hai fatto? Perché hai fatto una mostruosità del genere?!? Hai detto che sei un essere positivo! Perché l’hai uccisa?!?» Ero tornato a parlare a voce alta. Molto alta.
Scusa Fra’. Sono mortificato. È stato per un bene superiore. Ho cercato di fermarti…
«Ah no! Non cercare di scaricare la colpa su di me adesso!»
No, no. Figurati. È che…è che quando stavi per venire, mi sono ricordato all’improvviso di una cosa e in qualche modo dovevo impedirti di eiaculare.
«Tornando in forma umana dentro di lei?!? Avresti potuto trasformare i miei spermatozoi in vapore, o i suoi ovuli in mercurio! Potevi trasportarla in un posto di merda come l’Australia! E invece hai deciso che la soluzione migliore sarebbe stata farla scoppiare?!?»
Cavolo. È vero. Non ci avevo pensato. Ammetto di essere andato in panico.
«Non ci avevi pensato?!? Non ci avevi pensato! Maledizione! Sei Dio! Sei onnisciente! Come fai a non pensarci
Infatti lo sono, di solito. Quando sono libero, i miei neuroni lavorano come un computer quantico, permettendomi, in pratica di elaborare, ogni pensiero pensabile nello stesso istante. Ergo l’onniscienza. Ma quando sono materiale, beh, anche io ho i miei limiti. Mi dispiace.
«Ma mi vuoi spiegare almeno il motivo?»
Mi sono ricordato che, nel momento che il tuo seme sarebbe fuoriuscito passando attraverso di me, avrebbe acquisito dei caratteri divini, tra cui quello di poter ingravidare anche una ragazza che usa contraccettivi, con il conseguente concepimento di un essere semidivino. O, peggio ancora, di un Anticristo. Pensa ad Ercole, a Perseo, o a Gesù, ogni volta che succede, non si ottiene mai nulla di buono. Dovevo impedirlo a tutti i costi. Ti chiedo scusa.
«Sì, ma adesso come faccio? È un casino. Ci sono mie tracce ovunque. Come lo spiego alla polizia? Agente non l’ho fatto mica apposta. Sa, avevo Dio attaccato al cazzo che stava cercando di impedire l’Apocalisse mentre scopavo con la vittima
Mentre uscivo dalla doccia, in quello che era stato il bagno di Ambra, Dio si trasformò nuovamente e, mettendomi le mani sulle spalle, cercò di rassicurarmi con voce paterna: «Francesco, questo non sarà un problema. Purtroppo, è triste ammetterlo, non è la prima volta che mi capita. Su, prendi il cellulare e chiama questo numero. Zero sei…»
«Roma?»
«Il Vaticano, per essere precisi». 
Il segnale era libero. Posai la mano davanti al microfono del telefono e sottovoce chiesi a Dio: «Perché diamine mi stai facendo chiamare il Vaticano?»
«Quei signori gentilissimi della Chiesa Cattolica hanno avuto la fantastica idea di fondare un ordine segreto che si preoccupi di risolvere questo tipo di incidenti in modo rapido e discreto. Quando ti risponderanno, tu di’ solo Jacko e lascia loro l’indirizzo di qui. Manderanno subito la squadra locale a ripulire».
Al quinto squillo, qualcuno rispose.
«Pronto?» Una voce calma, monotona.
«Ehm…Jacko?»
«Il luogo?» 
Lasciai l’indirizzo dell’appartamento di Ambra e dei suoi coinquilini; in quel momento, sapere che nessuno sarebbe tornato prima del lunedì successivo, fu di grande sollievo.
«Andrà tutto bene, Fra’. Ora devi solo impegnarti ad accettarmi nel tuo cuore».
«C’è altro?» mi chiese la voce, dall’altro capo del telefono.
Guardai Dio. 
Lui mi sorrise di rimando, facendomi segno di doppio pollice su.
«Sì. Già che ci siete, portatevi dietro anche un esorcista».

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