mercoledì 13 gennaio 2016

Olotipi



Sospensione dell’incredulità.

Questo è il trucco per vivere a Torino senza fottersi il cervello.
Perché Torino è una città magica.
Lo so; lo dicono tutti. 
E avresti ragione: se fossimo nei BVT, i Bei Vecchi Tempi, a questo punto ti starei ammorbando con tutte quelle menate esoteriche su triangoli della magia bianconera, su Piazza Statuto e le Porte dell’Inferno, sulla Torino alchemica e il gioco da tavolo dei Therion.
Fatto sta che, dall’Anomalia Clarke, la città è diventata davvero il centro nevralgico di fenomeni la cui fisica, biologia, fisiologia sono tanto complesse da essere indistinguibili dal sovrannaturale.
Quindi il mio consiglio è: se vuoi vivere un’apparenza di normalità in un mondo bizzarro, impara in fretta la sottile arte dell’alzata di spalle. 
Non chiedere mai come sia possibile: accetta Torino e i suoi abitanti per quello che sono, e non impazzire.
Innanzitutto mi presento; il mio nome è Cordelia, e sto svolgendo un dottorato di ricerca su come, a livello sociale, dato che dal punto di vista scientifico abbiamo detto essere impossibile, l’uomo si stia adattando agli eventi inspiegabili che l’Anomalia Clarke gli propone durante la vita di tutti i giorni. 
Al momento sto cercando volontari; questo finché non avrò racimolato un numero sufficiente di testimonianze da analizzare nella seconda fase del mio progetto. 
Ho riscontrato come con i giovani sia più facile: la loro mente, ancora elastica e incosciente quel tanto che basta, li aiuta a metabolizzare meglio l’esperienza, rendendola una storiella interessante da condividere e non un tabù da ignorare con cieca omertà, se non addirittura da rimuovere in blocco dalla memoria.
Victor, Vic per gli amici, aveva ventidue anni e stava preparando una tesi di morfometria geometrica per la sua laurea triennale in biologia. 
Ebbe il suo primo episodio proprio in laboratorio: mentre maneggiava con scarsa attenzione un microbisturi, che a suo dire non sono mai stati per nulla affilati, si procurò un taglio abbastanza profondo al pollice destro; una volta disinfettato e incerottato il dito, mentre puliva la spessa macchia di sangue che si era formata sul ripiano di lavoro, si accorse della presenza, sguazzante al suo interno, di una minuscola larva. 
Mostrata alla ricercatrice con cui, in quel momento, stava condividendo il microscopio, il verdetto fu alquanto insolito: pur sembrando, la morfologia generale, senza alcun dubbio quella di uno stadio giovanile tipica della tribù degli Aphodiini, allo stesso tempo presentava alcuni caratteri del tutto peculiari, come se non si trattasse soltanto di una specie, ma persino di un genere mai descritto prima.
Ipotizzando che si trattasse dell’oggetto di studio di un dottornado, o l’argomento di tesi di qualche altro studente, l’esemplare venne conservato in alcol e infilato in uno dei tanti cassetti stracolmi del laboratorio. 
Nell’arco di un paio di settimane, tutti quanti si dimenticarono dell’accaduto.
L’incidente fece ritorno di prepotenza nella mente di Vic durante l’inverno: una mattina fu costretto a telefonare al proprio corelatore per avvisarlo di cancellare la prenotazione del laboratorio fotografico per quello stesso giorno; avrebbe infatti dovuto rimanere a casa per tutto il tempo in attesa dell’idraulico: una strana specie di bivalve aveva intasato lo scarico del suo bagno, allagandogli mezza casa. 
Suonando come una scusa bella e buona per non lavorare, il responsabile chiese al giovane di conservare un esemplare del mollusco in questione e di portarlo, appena possibile, in dipartimento: non avendo mai sentito una storia del genere, sarebbe stato curioso di conoscere l’opinione a riguardo dei biologi marini. Lo studente ubbidì, e fu così che ne venne fuori una pubblicazione sullo Zoogical Journal of Sea Biology, in cui si descriveva una nuova specie del genere Dreissena.
Victor era diventato all’improvviso un hotspot di biodiversità ambulante; secondo la sua descrizione, attraverso una strana forma di generazione spontanea molto simile alla teoria diffusa nel Seicento, i suoi fluidi corporei davano vita a individui appartenenti a taxa nuovi di pacca. 
Ebbe la conferma definitiva un pomeriggio quando, dopo essersi masturbato nella propria camera durante una pausa, il suo lavoro al computer venne interrotto da uno strano vagito proveniente dal cestino dei rifiuti: avvolto in un fazzoletto, si stava agitando un minuscolo mammifero glabro e dalla pelle rosea; una sorta di pipistrello, ma con gli zoccoli e una lunga proboscide da elefante.
Cercò di mantenere il segreto il più a lungo possibile, confidandosi soltanto con la sua tutor e il corelatore: attraverso prove ed errori aveva infatti scoperto che i diversi fluidi davano origine a gruppi sistematici ben distinti. 
Trattandosi di un team di ricerca entomologico, a loro sarebbe interessato soltanto il sangue e, in poco tempo, perfezionarono la strategia da seguire: la docente, motivando con una missione di campionamento, sarebbe andata a spese del dipartimento in vacanza qualche giorno in località esotiche; al suo ritorno, Victor avrebbe effettuato un modesto prelievo di sangue dal quale avrebbero ricavato materiale a sufficienza per tre o quattro pubblicazioni, consistenti tutte in descrizioni di nuove specie.
Per i primi tempi il piano funzionò alla perfezione, ma ben presto la professoressa Balestonza, relatrice di Victor, si fece accecare dalla cupidigia: l’alto numero di pubblicazioni ad elevato impact factor, infatti, aveva alimentato il prestigio del gruppo di ricerca, aumentandone di conseguenza il potere politico all’interno dell’istituto e dirottando in questo modo una buona fetta del budget annuale. Il backlash negativo fu che, in concomitanza alla scalata degli entomologi, crebbe anche il malcontento tra gli altri team, rimasti a bocca asciutta con i finanziamenti.
I primi a sospettare qualcosa di losco furono, memori dell’episodio avvenuto durante le feste natalizie, proprio i biologi marini.

A quanto pare, il dipartimenti di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università degli Studi di Torino è un nido brulicante di pettegoli: non appena ci fu la benché minima indiscrezione, la notizia si diffuse come un incendio in un roveto.
Scoppiò la guerra.
All’inizio si trattò di semplici scaramucce: alcuni assegnisti, tra cui ittiologi e specialisti di micromammiferi, iniziarono a proporre stage di addestramento, piccole cellule composte da due o tre tesisti-ninja, con la missione di seguire Victor in incognito e di recuperare, senza attirare l’attenzione, qualsiasi tipo di liquido o secrezione: dall’urina, prelevata in seguito alle pisciate nei bagni, allo sperma, per mano o bocca delle studentesse più smaliziate. Non importava che il campione così ottenuto corrispondesse al campo di studio di chi lo avesse recuperato; nei sotterranei dell’edificio universitario si era infatti sviluppato un fiorente mercato nero di campioni fisiologici e scambi di favori. 
Quando, come contromisura, a Vic furono assegnati dei pretoriani armati che lo scortassero ovunque al di fuori del laboratorio di analisi morfologica, dove stava lavorando alla sua tesi, la situazione degenerò: durante la Notte dei Ricercatori, a seguito di un blitz ad opera di una speciale task force di erpetologi, Victor venne sequestrato e imprigionato in una stanza, riadattata a cella, nei solai di via Accademia Albertina.
Furono ore bollenti. 
Le trattative diplomatiche saltarono quasi subito; forze congiunte di laboratori alleati strinsero d’assedio i piani alti dell’edificio; i rapitori, rendendosi conto di trovarsi con le spalle al muro, persero la ragione, minacciando di uccidere l’ostaggio: se non gli avessero lasciato sfruttare il ragazzo in santa pace, allora nessun altro avrebbe avuto modo di farlo. 
Mai più.
Sfiorare la catastrofe, non tanto per la morte di un essere umano che, a tutti gli effetti, non aveva fatto nulla di male, quanto piuttosto per la perdita di una così fruttuosa fonte di pubblicazioni facili, servì a rimettere tutti i pezzi grossi del dipartimento nella giusta prospettiva. 
Venne stipulata una tregua, durante la quale si tenne la Conferenza di Pace degli Ordinari: penne alla mano, si firmò di comune accordo un calendario di campionamento nel quale, a ogni ambito della ricerca, sarebbe stata garantita l’occasione di ottenere, a cadenza settimanale, materiale su cui lavorare.
Il sistema fu messo a punto nei minimi dettagli, dopotutto si trattava pur sempre di scienziati: innanzitutto, l’ateneo avrebbe continuato a pagare le tasse universitarie di Victor, facendolo risultare in via ufficiale come fuori corso; inoltre, trattandosi di uno studente in trasferta, una specifica figura lavorativa si sarebbe occupata di gestire la sfera privata e social del ragazzo, inviando mail rassicuranti ai genitori e pubblicando, con regolarità, falsi post entusiasti sui vari Facebook e Twitter. 
Nella realtà dei fatti, invece, Vic venne denudato, ammanettato mani e piedi a un letto e torturato un paio d’ore al giorno, tutti i giorni. 
Il lunedì il gruppo di Balestonza praticava profondi tagli su tutto il corpo per raccogliere, come vampiri in camice bianco, gli abbondanti flussi di sangue in capienti becker di pirex.
Il martedì, gli esperti di mammiferi mandavano giovani primatologhe bionde a stimolare i genitali del ragazzo: in principio, per mezzo di sesso orale; quando però una studentessa ingoiò per errore, venendo in pochi istanti sventrata dall’interno, dal cucciolo neonato di un grande erbivoro, si decise di passare alla masturbazione manuale, più sicura e migliore anche dal punto di vista di contaminazione del campione. 
Per evitare nuovi conflitti, con l’approvazione degli entomologi, si stabilì inoltre di eliminare mediante inceneritore gli ibridi derivanti dalla mescolanza di sangue e sperma, a seguito di un’eccessiva iterazione del processo.
Il mercoledì, i biologi marini l'obbligavano a ingurgitare, come in un antico supplizio medievale, litri e litri d’acqua affinché il prigioniero passasse il resto della giornata ad urinare attraverso un fastidiosissimo catetere che, ogni volta, veniva inserito e sfilato per l’occasione.
Il giovedì, gli erpetologi obbligavano Victor a ingozzarsi di cibo e superalcolici, come un’oca da farcire per la preparazione del fois gras, fino a provocare violente crisi di vomito dalle quali era possibile ricavare numerosi esemplari di rettili e anfibi; quando il fisico del ragazzo era troppo debilitato per rigettare ancora, i ricercatori non si facevano scrupoli a cacciargli due dita guantate in gola per attivare il riflesso faringeo.
Poiché erano necessarie operazioni più complesse, il fine settimana era dedicato a quelle branche più sfortunate della zoologia, che traevano benefici da fluidi corporei difficili da reperire: gli ornitologi, ad esempio, riscontrarono sempre grandi difficoltà nel mantenere Vic in uno stato di raffreddore prolungato che permettesse loro di recuperare dal muco nasale e dal catarro, con regolarità, uova fecondate da far poi schiudere in laboratorio. Peggio andò solo agli aracnologi che pochissimo riuscivano ad ottenere dal sebo raccolto schiacciando brufoli.

M’imbattei nella storia di Victor grazie a un’amica animalista, che all’epoca m'invitò a partecipare a un sit-in di protesta davanti alla sede del rettorato: nell’era di internet, pochi segreti rimangono tali a lungo, soprattutto in ambienti dove il gossip e la maldicenza vengono usati come strumenti per l’avanzamento di carriera. 
In seguito a un leak sulla rete riguardante il caso dello studente in catene, il popolo degli ambientalisti si spaccò in due opposte correnti di opinione: i gruppi più focalizzati sul contrastare i maltrattamenti e promuovere i diritti di tutti gli esseri viventi, come ad esempio la LASA, Legione Anti Sperimentazione Animale, urlavano a gran voce che si ponesse fine a uno scempio del genere e pretendevano che Victor venisse liberato al più presto. 
Al contrario, fanatici dell’ecologia come Yellowsun, più interessati a salvaguardare le specie in pericolo d’estinzione e preoccupati per la diminuzione globale di biodiversità, sostenevano che il sacrificio di un, e cito lettera per lettera, insignificante e stupido umano, in favore di un aumento del numero di specie sul pianeta, sarebbe stato un male minore di gran lunga accettabile.
Inebetiti dalla spirale nonsense in cui ci aveva avvolto l’Anomalia Clarke, per fortuna la soluzione arrivò come un deus ex machina dagli editor delle riviste scientifiche inglesi e americane: poiché era emerso che numerose pubblicazioni erano state frutto di tecniche in netto contrasto con i regolamenti etici internazionali, i rispettivi autori sarebbero stati sanzionati con un ban da tutte le loro testate, con ulteriore rimozione retroattiva degli articoli già pubblicati in passato.
La minaccia di una così potente damnatio memoriae dal circuito mondiale della divulgazione scientifica riassestò, di nuovo, la visione e l’atteggiamento dei professori torinesi. 
Victor venne liberato; ricevette, in forma privata, le scuse dell’intero corpo docente e una proposta davvero allettante: firmando un contratto in cui prometteva di non fare causa all’ateneo per ciò a cui era stato sottoposto, e in cui acconsentiva di offrirsi volontario a regolari prelievi biologici, con periodici controlli, da parte di un’equipe medica internazionale, del suo benessere psico-fisico, in modo da rientrare nei parametri deontologici della stampa scientifica internazionale, il ragazzo avrebbe assunto un ruolo fisso, e retribuito, nell’organigramma accademico . 
Fu così che un tesista ventiduenne, non ancora laureato, venne assunto a tempo indeterminato dal dipartimento di biologia dell’Università degli Studi di Torino.
Ormai solo l’Anomalia Clarke può far accadere assurdità del genere.

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