giovedì 10 marzo 2016

Sorgenfrei - di Beatrice Nervo



Correndo verso il porto, Raul strinse forte la mano della moglie. «Ci siamo Manon, ci siamo! Finalmente sta arrivando». Ci vollero ventotto lune e cinquantasei maree prima che la nave, con il suo prezioso contenuto, percorresse la distanza dal continente all’isola. 

Una nuvola di fumo bianco si intravedeva all’orizzonte. L’aria era limpida e le onde rumorose si frangevano sugli scogli. I gabbiani si ergevano in volo più numerosi del solito e le berte si allontanavano dai loro nidi per cantare vigorose. Come di rado succedeva, le campane suonavano a festa. 

L’arrivo della nave era l’unico evento che scuoteva la vita degli isolani perché, dopo mesi di solitudine, entravano in comunicazione con il resto del mondo. «Questo posto è peggio del carcere» continuavano a ripetere sottovoce in attesa della nave con i rifornimenti. Nonostante ciò nessuno ventilava l’idea di andarsene. Di partire. Di lasciarsi quell’isolamento inumano una volta per tutte alle spalle. C’era un legame impalpabile, ma viscerale, tra gli isolani e l’isola. Al sopraggiungere della nave, un sorriso quasi impercettibile comparve sul volto dei più. C’era chi aspettava una lettera, chi una persona, chi dei viveri. E poi c’erano loro, Raul e Manon, gli unici in attesa di una speranza.

Manon, con le guance arrossite dalla corsa, sentiva il cuore in gola. Dei due era lei quella emotiva: aveva sangue spagnolo talmente caliente che le era impossibile nascondere alcuna emozione.  
«Raul, come fai a essere così tranquillo?». 
Lui, molto più razionale e composto, guardò la moglie e disse: «Non lo sono, lo sembro soltanto».
Manon si avvicinò al marito e gli stampò un bacio sulla bocca. 
«Penso che ce la faremo. Salveremo quest’isola. Riusciremo ad alleggerire il cuore di questa gente».

La solitudine protratta nel tempo e la mancanza di comunicazione con il mondo aveva eroso poco a poco la giovialità degli isolani, appesantendo i loro cuori. Raul, studioso e appassionato di scienza, aveva elaborato un algoritmo. A questo ritmo, il cuore delle persone avrebbe raggiunto un peso tale da causare l’affondamento dell’isola nel giro di un anno. Aveva costruito delle lunghe barre metalliche con cui misurava il livello del mare. Non era l’acqua ad alzarsi, ma era l’isola a sprofondare. Aveva capito che doveva trovare una soluzione.

La nave fece un fischio esausto dopo il lungo viaggio e si preparò all’attracco. 
Sbarcarono per prime una dozzina di pecore merino che aveva ordinato l’allevatore dell’isola. Si trattava di un vecchietto ricurvo e rugoso, con gli angoli della bocca rivolti verso il basso. All’anagrafe era Fernando, ma gli isolani lo avevano soprannominato Scorbuto, a causa della malattia che lo aveva tormentato per anni e lo aveva reso sempre più irritabile e insofferente nei confronti dei concittadini. Seguì alle pecore un uomo con lo sguardo assente, accompagnato dalla madre. La madre era la testa che Ortego aveva perso dopo una brutale caduta all’età di cinque anni. Ortego rappresentava il corpo di una madre ormai troppo vecchia per poter camminare. I due tornavano da un lungo viaggio sulla terraferma che la donna aveva voluto intraprendere per abbracciare il nipote portato alla luce dalla secondogenita. «I am very happy» ripeteva in continuazione Ortego con lo sguardo smarrito in un altro mondo. Dio solo sa dove avesse imparato quelle parole in inglese e soprattutto dove fosse quel mondo. La speranza della madre era che il figlio fosse davvero happy e che si trovasse in un luogo colorato, cosparso di mongolfiere e aquiloni. Raul e Manon abbracciarono la coppia appena sbarcata, ma subito dopo rivolsero con trepidazione lo sguardo alla nave. Alcuni cassoni di viveri vennero scaricati dall’imbarcazione da due giovani marinai e infine arrivò lei. Raul e Manon la attendevano da anni. 
Era la straordinaria macchina del gelato che avrebbe alleggerito il cuore degli isolani. 
«Raul, guarda quanto è grande!». 
«Sì, è incredibile. E sai cosa ti dico?». 
«Dimmi, mio amor».
« grande tanto quanto il cambiamento che avverrà su quest’isola».

Quei due giovani si capivano sempre, come se i loro cervelli fossero legati da un sottile filo trasparente. Si erano conosciuti qualche anno prima a Oxford, dove si erano trasferiti entrambi per studiare all’università. Lui arrivava dall’isola, lei da un piccolo paesino spagnolo che si affacciava sull’Atlantico. Non erano passati più di 4 secondi prima che i due si accorgessero l’uno dell’altro e, come entrambi amano sottolineare, avevano deciso di partire per un viaggio insieme dopo 3 ore, 36 minuti e 45 secondi esatti dal loro incontro. 
Fu in Italia che assaggiarono il gelato per la prima volta nella loro vita. E fu proprio in quell’istante che le sinapsi nervose dei loro cervelli si collegarono per non staccarsi mai più. A ogni assaggio di gelato si trovavano in un pianeta diverso, attraversavano gli oceani, salivano sulle catene montuose più alte del mondo e sentivano il loro cuore farsi via via più leggero, sereno, luminoso.


La nave fece un secondo fischio, avvertendo gli isolani che tutto il materiale era stato sbarcato. Raul e Manon caricarono il pesante macchinario su un carretto e attraversarono il paese per arrivare alla loro casa. Era curata e ben visibile rispetto a tutte le altre, grigie e consumate dopo anni di intemperie; il giardino era costellato di aiuole di ortensie e rododendri. Posarono il grande macchinario sotto il porticato davanti alla porta d’ingresso e iniziarono a montare i vari pezzi, presi da un’ondata di energia incontenibile. Manon fece partire una musica dal ritmo vibrante e incominciò a roteare a passi di danza attorno a Raul che sembrava tutto serio intento nel capire dove andasse un tubo oppure l’altro, ma che in realtà sogghignava emozionato sotto il suo barbone nero. 

«Non sto più nella pelle, mio amor! Sto già pensando ai gusti».
«Con che cosa iniziamo, Manon?».
«Proviamo la vaniglia del Madagascar che ci siamo fatti spedire?».
«Ottimo, ottimo», ripeteva Raul intento a spostare una botte di legno dentro al quale posizionò un grande recipiente di rame che avrebbero utilizzato per solidificare il gelato. 
«Secondo te, dove si monta la rotella?».
«Uhm, vediamo… Non c’è il manuale delle istruzioni?».
«No, non c’è nulla dentro questa scatola».
Tutto a un tratto, Ortego e la madre si fermarono davanti a un cespuglio di rododendro che pareva più rosso degli altri. «Raul, la rotella va davanti… dove c’è quel grande cilindro di ferro vicino agli ingranaggi».
«Grazie Madre Isa, ma come fai a saperlo?».
«I am very happy. I am very happy», ripeteva Ortego. 
«Ho visto un macchinario come quello durante il mio viaggio a Roma».
«Che fortuna avervi qui».
«Vi prego, entrate dentro», esclamò Manon. «Vi preparo un infuso al timo».
Ortego spinse la carrozzella della madre sotto il porticato e si sedette sulla sedia a dondolo su cui erano disegnati dei grandi fiori lilla. Nel suo mondo di saltimbanco, musica e colori ripeteva la sua frase guardando nel vuoto. Manon uscì di casa con due grandi tazze di infuso e dalla tasca del suo vestito spuntavano cinque grossi baccelli di vaniglia.
«Madre Isa, oggi proviamo a fare il gelato alla vaniglia. Ne ha mai assaggiato uno?».
«Ho visto persone mangiare gelati a Roma, ma io non ne ho mai assaggiato uno… Sono buoni?».
«Proverai tu stessa».
«Rimanete qui con noi, Madre Isa. Ci darete il vostro parere», disse Raul soddisfatto dopo aver terminato di montare il macchinario. 
«Va bene ragazzi. Ortego sicuramente apprezzerà». 

Manon sorrise e prese la vaniglia dalle tasche. La musica vibrava nell’aria. Una leggera brezza scompigliava i capelli corvini della ragazza e le sollevava i lembi della gonna rossa. Raul, ammirando il suo amor, prese un pentolino dalla cucina insieme agli altri ingredienti. Scaldarono sul fuoco il latte, la panna fresca, lo zucchero e la vaniglia. Quando il ragazzo attaccò il macchinario alla corrente si udì un grande botto in tutto il paese.  
Raul versò poco a poco la miscela con la vaniglia dentro la grande macchina rumorosa.
Manon aveva le mani incrociate con se fosse in preghiera. 
Madre Isa guardava con attenzione la scena.
«I am very happy», cantilenava Ortego.
Qualche isolano, incuriosito dallo strano rumore, si avvicinò diffidente al porticato.

Nei mesi trascorsi in attesa del macchinario, la coppia aveva studiato a fondo quale sarebbe potuto essere il gusto perfetto, quello che avrebbe alleggerito il cuore degli isolani.
Tra le opzioni migliori c’era la vaniglia del Madagascar, che portava con sé il sapore esotico di un’isola misteriosa. L’isola di chi esiste solo lì. L’isola dei lemuri, del fossa, dei potamocheri e di una miriade di rane coloratissime. Era un gusto che portava con sé l’essenza dell’essere. Era genuino e unico. 

Raul girò la grande rotella per mescolare il gelato. Lo fece per diversi minuti fino a riempire un grande contenitore di rame, nelle quali aggiunse ghiaccio e nitrato di potassio per fare solidificare la miscela. Lo osservarono tutti molto attentamente in questo succedersi delicato di azioni. 

Il sole stava tramontando e le cicale cantavano alla ricerca disperata di un amore. I quattro, di fronte alla scodella svuotata di gelato stavano in silenzio e guardavano il cielo, persi nella miriade di sensazioni che il gelato suscitato in loro. Avevano attraversato un continente e si erano trovati all’improvviso in Madagascar. Avevano visto le foreste e i deserti. Le piogge torrenziali e il sole cocente. Avevano incontrato i popoli dei pescatori malgasci e quelle bande di primati canterini bianco-neri. Sentivano il loro cuore più leggero.

Qualche ora dopo Manon si spalmava le mani con della crema idratante all’aloe, seduta sul letto. «Siamo sulla strada giusta, ma non ho sentito il mio cuore alleggerirsi a sufficienza».
«Dobbiamo riprovarci. Domani facciamo il gelato al cioccolato».
«Useremo il cacao dell’Equador che abbiamo fatto arrivare».
«Non ci deluderà».
«Buenas noches, mio amor».
«Buona notte, mia amata Manon».

Il giorno dopo si unirono di nuovo a loro Madre Isa e Ortego. Seduti sulla sedia a dondolo erano stati portati nel paese del sole e dell’eterna giovinezza. Avevano scalato i monti del Vilcabamba, erano entrati nello sperduto borgo della Valle Sacra e avevano conosciuto la città perduta degli Incas volando fin sopra il Machu Picchu. 
Il loro cuore era più leggero, ma non abbastanza.

Passarono al gusto di caffè del Costa Rica. Le papille gustative di Madre Isa esplosero a contatto con quella freschezza caliente. 
Rivide Rodrigo, che aveva conosciuto anni prima. Pensò alle balere di salsa. Alla musica. All’eccitazione di tempi ormai troppo lontani. Spuntarono delle lacrime di nostalgia sul suo volto ringiovanito dai ricordi belli che aveva accantonato in un angolo della sua mente. 
I cuori erano più leggeri di prima, ma Raul sapeva perfettamente che non era sufficiente per salvare l’isola. 

«Dobbiamo pensare, Manon. Qual è il segreto? Qualcosa ci sfugge!
Perché non riusciamo a trovare il gusto perfetto che sollevi i nostri cuori». 
«Raul non abbatterti, ti prego. Sono sicura che funzionerà. Dobbiamo soltanto fare altri tentativi”
«Ho paura sia tutto un buco nell’acqua. Sono uno scienziato per l’amor del cielo. Come ho potuto pensare che un gelato fosse la soluzione?». 
«Siamo sulla strada giusta, credimi».
« Domani voglio comunque continuare le mie ricerche. 
Buonanotte».
«Come credi. Buenas noches, mio amor».

Il mattino dopo Raul si alzò e si sentì più pesante del solito. Si ritirò nel silenzio del suo laboratorio. Rianalizzò in dettaglio le sue misurazioni, rivide gli algoritmi nella speranza di ottenere risultati diversi e pensò a soluzioni alternative nel caso l’idea del gelato si rilevasse un fallimento. 
Manon no. Era fermamente convinta di essere sulla buona strada. Prese una grossa botte di legno, del ghiaccio e le vaschette di gelato che aveva preparato nei giorni precedenti con il marito. Caricò tutto sul carretto e si diresse verso la piazza grigia e decadente del paese con l’intenzione di fare assaggiare i diversi gusti agli isolani. Vide qualche anziano seduto sulle panche arrugginite, ognuno per conto suo. Un cane spelacchiato era sdraiato al sole nel tentativo di dimenticare i morsi della fame. E la maestra con i suoi quattro alunni ripeteva la lezione di storia all’ombra del porticato. 
Manon sistemò tutto il materiale sotto una grande quercia e aspettò che qualcuno si accorgesse di lei. Il cane fu il primo a correre verso la ragazza; per fortuna lei teneva sempre qualche biscotto nelle tasche della sua gonna. Il cane sembrò ringraziare Manon per il suo dono con un ululato così intenso che risvegliò la piazza. Un anziano si alzò lentamente dalla panca con uno sguardo interrogativo e, appoggiandosi al suo bastone, esaminò da lontano Manon. Una ragazzina bionda intenta a capire dove si trovasse la mezzaluna fertile sollevò lo sguardo dal libro e, indicando il banchetto dei gelati, disse: «Maestra, posso andare a vedere cosa sta facendo?».
«Nuria, devi studiare la storia. Non lasciarti distrarre così facilmente».
«Ma maestra, lo dice sempre lei che la storia siamo noi! Mi faccia andare…».
«Andremo assieme se saprete rispondere a questa domanda: che cosa c’è fra il Tigri e l’Eufrate?».
«La Mesopotamia!», esclamarono tutti e quattro in coro. E senza lasciare il tempo alla maestra di sentire la risposta si trovavano già di fronte al banchetto di Manon. 

«Che cosa vendi?».
«Non vendo nulla, bimbi. Regalo un’opportunità. Assaggiate questo, l’abbiamo preparato io e mio marito. Vi piacerà. É buonissimo».
«Io io io», urlavano i bambini saltando l’uno sull’altro nel tentativo di afferrare per primo quello strano cibo colorato. 
Il chiasso generatosi richiamò Fernando, Scorbuto, che disturbato dal rumore si avvicinò irritato al banchetto. «Che cosa sta succedendo per l’amor di Dio? Sto mungendo le mie capre. Le state facendo agitare! Via di qui, via di qui piccole carogne indiavolate!».
I bambini corsero dalla maestra noncuranti dello Scorbuto e felici di aver assaggiato il gelato.
«La prego Fernando, si tranquillizzi» urlò madre Isa mentre si stava avvicinando al banchetto insieme a Ortego. 
«Le faccio un regalo, Fernando. Assaggi questo» farfugliò Manon.
«Che diavoleria è questa roba qui?».
«Le piacerà. La provi».
Fernando tirò fuori l’estremità della lingua dalla bocca e, diffidente, tastò quel miscuglio freddo dalla consistenza strana. Tutto a un tratto i suoi occhi si distesero, le rughe sulla fronte scomparirono e addirittura un accenno di sorriso sembrò comparire sul suo volto.

Manon rivolse uno sguardo complice a madre Isa che teneva tra le mani tre grossi ciuffi di sorgenfrei, un’erba rarissima e profumatissima che cresceva soltanto sull’isola e in nessun’altra parte del mondo. 
«Manon guarda qui cosa ti ho portato. É cresciuta nel mio orto, era da anni che non vedevo più un cespuglio così grande».
«I am happy», canticchiava Ortego.
La ragazza afferrò i ciuffi di sorgenfrei e incrociando lo sguardo dell’anziana signora per ringraziarla ebbe un’illuminazione. «Ho la soluzione, Madre Isa. Ho la soluzione! Fernando, la prego, dia un secchiello del latte delle sue capre a Ortego. Madre Isa, io corro a chiamare Raul. Raggiungetemi a casa con il latte».


Manon scappò di corsa con la sorgenfrei in mano lasciando tutti tramortiti e il banchetto del gelato incustodito. Nel frattempo gli anziani della piazza, uno a uno, si avvicinarono lentamente per curiosare dentro al barile di legno. 

Madre Isa e Ortego - seguiti da Fernando, qualche anziano rinvigorito dalla dolcezza del gelato e la maestra con i bambini - raggiunsero il giardino colorato di Raul e Manon. I due giovani erano indaffarati nel preparare il gusto perfetto che avrebbe salvato l’isola. Stavano mettendo in funzione il macchinario e tritando i ciuffi di sorgenfrei. Aggiunsero dunque la panna, il latte di Fernando, lo zucchero e l’erba rara. 

«Signori, il gusto perfetto è pronto», esclamò Raul qualche ora dopo guardando Manon con riconoscenza. 
«Avvicinatevi, venite ad assaggiare», disse la ragazza speranzosa. 
Il primo a ricevere il gelato alla sorgenfrei fu Ortego che, come sempre, teneva per mano la madre. Non aspettò un solo istante prima di agguantare un cucchiaino e assaggiare quel gelato dalle sfumature verdi. 
Una leggera brezza salmastra si sollevò, portando con sé il profumo del mare. Il cielo azzurro sfumava nel rosso di un tramonto di mezza estate. Le cicale cantavano. I gabbiani roteavano in cielo. Le foglie frusciavano mosse dal vento.
Gli occhi di Ortego per un momento tornarono vivi, luminosi, lucidi. «Mamma, sono felice».

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