sabato 14 maggio 2016

Ctonia



Era un essere umido. 
Di terriccio nero era il suo corpo, di pioggia le sue lacrime. Quando i raggi del sole colpivano senza pietà, seccando l’aria e asciugando sassi, lei si rifugiava nelle cavità del mondo che amava. 
Spelonche come case; tronchi morti uccisi dai fulmini come appartamenti; tane di talpe abbandonate come ricoveri di fortuna. Cugina del muschio, sorella dell’ombra, frequentatrice di sentieri boschivi invasi da pozzanghere e venati di rigagnoli. Rincorreva le salamandre e baciava i funghi d’autunno, vegetava nel deserto di silenzio creato dai temporali estivi. Non sopportava il vento secco e la statica quiete dei mezzodì estivi, quando tutto taceva e le lucertole rosolavano al sole su bassi muretti di selci assetate. 
Si lavava nella pioggia primaverile, quando il mondo si faceva colorato e vivido, ospitando piccole lumache e chiocciole nel sottobosco della sua pelle. Alle rane, che non smettevano mai di chiamarla, ella rispondeva con una risata rorida, simile al fruscio della biscia nel canneto. 
Era una dea dell’afrore corporeo, di stanza in paludi e pantani, che mai aveva osato fissare il sole per timore che, colpito da quella calda curiosità, si potesse asciugare il mistero che animava la rugiada nelle sue vene. 
Ella forse vive ancora là sotto, con lombrichi ciechi nei capelli, nel mondo ctonio della terra.

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